Ho già avuto modo di scrivere di recente sul fatto che certi cicli di crescita e disillusione sono esistiti da sempre nella tecnologia, soprattutto quando essa ha un forte impatto organizzativo e trasformativo, ma che negli ultimi anni questo ciclo ha vissuto un’accelerazione pazzesca.
Un risultato è stato una quanto mai vertiginosa crescita di team dedicati e risorse notevoli allocate per quello che è il Web 3.0, non tanto nella sua accezione olistica di piattaforma decentralizzata ma soprattutto per quanto riguarda l’esperienza immersiva 3D e gli NFT, accomunati sotto il titolo “Metaverso”, che alla fine è stato (ri)lanciato da Zuckenberg nel luglio 2021 (non 10 anni fa?!).
Una tendenza, sotto la spinta del FOMO, già vista altre volte in passato ma mai con questa velocità e con tali investimenti da parte delle aziende più grandi, specie a fronte di una prospettiva di business assolutamente attraente ma ancora piuttosto di frontiera.
CHE FINE HA FATTO IL CHIEF METAVERSE OFFICER?
Secondo gli analisti di BAIN, il metaverso probabilmente rimarrà nella prima fase di sviluppo, quella che chiamano la fase “seme” del percorso di sviluppo della piattaforma, per almeno altri 5-10 anni (vedi immagine sotto).

Per raggiungere una vasta scala è necessario portare sul mercato casi d’uso convincenti e innovativi in un formato che migliori l’esperienza dell’utente (ne ho parlato anche io qui). Ci sono voluti più di 10 anni perché smartphone (iPhone a parte, che ne è stato il compimento) e console di gioco uscissero dalla fase seed e iniziassero a crescere, mentre ci sono voluti quasi 20 anni rispettivamente per Internet e i personal computer.
Tempistiche queste per il “metaverso” su cui concordano un po’ tutte le società di analisti tecnologici.
Ciò non vuol dire che il metaverso non avrà mai senso, anzi c’è uno sviluppo che continua specie nel ricco mercato del gaming, ma l’entusiasmo e la spinta per una divisione molto verticale dell’azienda dedicata solo a questo è stata sicuramente sovradimensionata.
Non mi ha quindi stupito, anzi mi ha fatto sorridere, un articolo di The Drum a proposito dei Chief Metaverse Officer in cui l’autore si domanda: “dove sono ora?”.
La risposta non è univoca: in alcuni casi si sono trasformati in AI leader (generativa e non, che tecnologicamente parlando non è esattamente la stessa cosa del web3!), altri hanno cambiato ruolo, nei brand dove si è fatto davvero di più esistono ancora con il relativo team, nei casi migliori invece sono diventati responsabili più in generale dello sforzo di innovazione.
Perché dico “nei casi migliori” riferendomi a chi ha allargato il perimetro a un più generale tema di Innovazione?
La risposta è nella necessità di unire i puntini di cui ho scritto tante volte, di cui l’ultima qui.
Ma ci torno tra poco, perché prima bisogna dire qualcosa anche sulla AI generativa, che rappresenta la nuova wave di questo fenomeno.
MA ADESSO NON MI DIRAI CHE PURE LA AI GENERATIVA E’ TUTTA UNA BOLLA?!?
Il 16 agosto Gartner ha scritto che l’intelligenza artificiale generativa (AI) si posiziona sul picco delle aspettative gonfiate nell’Hype Cycle for Emerging Technologies 2023, e si prevede che raggiungerà benefici trasformativi entro due-cinque anni.

C’è chi è ancora più critico come The Verge che parla di un “boom already over” e la reale prospettiva del campione della notorietà di queste tecnologie, ChatGPT, viene messa in dubbio da altre fonti.
Anche chi legge questo picco in modo meno netto, come potete ad esempio ascoltare in questo podcast, non manca di sottolineare che serve un giusto equilibrio tra aspettative e possibili barriere al successo.
Sia chiaro a scanso di equivoci che io credo che la AI, generativa e non, offra grandi benefici sulla produttività (è già incorporata da anni in molti prodotti e lo sarà sempre di più come dicono Microsoft, Google e Adobe tra gli altri) e non sia di certo una bolla. Come si dice bene in questo podcast di McKinsey la difficoltà è quella di scalare i casi di uso e di calare nell’organizzazione gli esempi in modo pratico e realistico.
Allo stesso modo, di sicuro la AI non può essere ridotta ad una singola applicazione che all’improvviso nel novembre 2022 (sì, meno di un anno fa) ha reso improvvisamente disponibile su larga scala e con una qualità mai sperimentata prima dal grande pubblico il frutto di una serie di tecnologie che hanno un percorso storico molto più lungo.
Infatti, si tende sempre a pensare che le grandi innovazioni avvengano come improvvise rivelazioni che poco hanno a che fare con il momento precedente.
Nella realtà però più spesso quello che succede davvero è che ad un certo punto una serie di condizioni si allineino creando il contesto perfetto per una nuova fase.
Chi coglie questo momento per bravura e magari un pizzico di fortuna (che aiuta sempre ma non è di certo sufficiente) riesce improvvisamente a sfondare dove magari già altri avevano fallito o dove sembrava che ci fosse uno status quo difficilmente modificabile, trovando la chiave di lettura o la variazione sul tema più giusta.
L’esempio che ho citato già altre volte è quello del lancio di iPhone: il 9 gennaio 2007 tutte le tecnologie abilitanti allora ancora emergenti iniziavano ad essere mature, stabili e scalabili permettendo un nuovo modello di relazione con il mondo digitale oltre che una vera e propria economia (la App Economy).
Se guardiamo le cose in questa ottica, ci sono già casi molto interessanti anche all’incrocio fra il gaming (che è l’attuale contesto più vicino al possibile futuro metaverso) e dell’intelligenza artificiale generativa come “Everyone becomes a creator!”, l’idea che la popolare piattaforma Roblox ha lanciato con il suo annuncio dello scorso venerdì 17 febbraio e che trovate a questo link oltre che illustrato nel video sotto.
L’esempio di Roblox è ottimo per arrivare al punto: il problema è il fatto che guardiamo a singole tecnologie, o addirittura singole app, come a cose totalmente stand alone e con l’aspettativa che in tempi brevissimi e senza alcuno sforzo esse possano essere applicate per trasformare radicalmente le nostre organizzazioni e la vita dei clienti. E qui torniamo all’evoluzione del Chief Metaverse (o Chief Ai o un’altra tecnologia emergente) officer e all’unire i puntini.
I SILOS FANNO SEMPRE MALE, ANCHE ALL’INNOVAZIONE
In questo podcast di Forrester si discute proprio di questi concetti, ed è evidente che le barriere organizzative fanno male al processo di innovazione, così come a tante altre cose, e quindi tutte le varie sfide tecnologiche e trasformative vanno viste in una maniera organica (leggete ad esempio questo post sul “Metaverso Industriale”).
Quando si fa innovazione molto spesso ci si dimentica la domanda più semplice, ossia il perché stiamo facendo una certa scelta, da cui deriva poi in modo sano il come si applicano le cose, evitando il mero copy and paste e l’effetto “bambino nel negozio dei dolci” dove si vorrebbe prendere tutto quello che si vede sullo scaffale della tecnologia.
Di certo in questo momento con tutte queste sollecitazioni mediatiche non è facile, ma proprio per questo servono professionalità all’interno delle organizzazioni che aiutino a pilotare in modo discreto ma solido questo cambiamento.
Altrettanto fondamentale è la centralità delle persone nel disegno, siano esse clienti o dipendenti, attorno ai quali va costruita la tecnologia migliore (e non viceversa) per raggiungere gli obiettivi.
Dal punto di vista del cliente, come ho scritto qui l’unica vera chiave di lettura, per un oggetto fisico come per un servizio in cloud, è il senso ultimo che il customer attribuisce alla sua relazione con l’azienda, e in questo nemmeno AI, Web3 e Metaverso fanno eccezione.
A parte degli early adopters, con cui è fondamentale interagire, per la maggior parte delle persone queste tecnologie non hanno ancora un vero scopo e l’adozione è un processo ancora in corso, la customer experience non è ancora ottimale e quindi sicuramente c’è un lavoro da fare per rendere il tutto più piacevole che richiede tempo, competenza e investimenti. Ogni azienda che si affaccia a questi mondi dovrebbe chiedersi quindi quanti dei propri clienti attuali possono essere pronti e, nello stesso tempo, quanti potrebbero essere i nuovi consumatori che potrebbero entrare in contatto con loro già oggi su questi touch point.
Ancora, come già ai tempi di Second Life, la tecnologia non è pienamente pronta e accessibile a tutti: per Matthew Ball, analista, investitore e autore di The Metaverse, i problemi principali riguardano sette aree, definite come abilitatori principali del metaverso: l’hardware, l’infrastruttura di rete, la potenza computazionale, le piattaforme, i contenuti, gli standard, i servizi di pagamento.

Tutti questi ambiti stanno progredendo a una velocità impressionante ma non sono ancora così universali come a volte viene fatto passare nelle comunicazioni più entusiastiche.
Questo porta a delle problematiche da cui non sono immuni neppure i più grandi player tecnologici che già operano sulla scena: tornando al nostro ChatGPT, i costi del suoi modelli sottostanti sono enormi, The Information aveva rivelato come il valore della gestione dell’infrastruttura fosse di 700.000 dollari al giorno (circa 21 milioni di dollari al mese) e il CEO di Allen Institute for AI Oren Etzioni aveva per questo detto a Business Insider che è probabile che ora OpenAI stia sacrificando un po’ di qualità per ridurre i costi di generazione delle sue risposte.
Se è questo è vero per un pure player, è evidente che non possa essere un tema semplice per qualsiasi azienda di altro tipo e dunque l’infrastruttura informatica non può restare indietro e, soprattutto, poco collegata ai bisogni del cliente.
Sì parla già dal 2019 a tale proposito di Digital Operations Platform, ossia di infrastrutture rinnovate che pensano alla customer experience e non ai vincoli interni. La qualità dell’esperienza ormai passa anche dalla qualità del meccanismo tecnologico, e quindi è evidente, come ho raccontato anche parlando del mio libro, che le due cose, magia e tecnicità, devono andare ad evolvere per forza assieme. Più le cose vanno avanti e le tecnologie diventano significativamente nuove e più questo divario tradizionale che già esisteva, ad esempio, tra i siti web e i sistemi ERP diventa profondo, lungo da risolvere e difficilmente sanabile.
Per questo vedo con grande favore il concetto di avere una persona o un gruppo di persone che presidiano il processo di innovazione in modo lucido, non legato alla tecnologia specifica del momento e che tenga conto delle reali necessità e opportunità dell’organizzazione, senza dimenticare le implicazioni organizzative, la fondazione tecnologica necessaria e l’employee e customer experience. E capaci di comunicare. Il famoso Chief Digital Officer? Il nome è relativo, ciò che conta è il contenuto.
Avere poi questa persona e/o questa squadra permette di arrivare alla tematica fondamentale di come essere pronti alle diverse sfide.
CAVALCARE LA DISILLUSIONE COME VANTAGGIO COMPETITIVO
Come ripeto sempre fino alla noia più potenti sono le tecnologie e maggiore sarà la frustrazione se non si riesce usarle in modo adeguato, e seguire la moda e cercare di fare qualcosa di simile agli altri in un mercato che ancora oggi non è maturo vuol dire condannarsi a non differenziare la propria realtà e a perdere il treno e l’opportunità che invece tutto questo ci offre.
La capacità di cavalcare in modo corretto l’hype nelle sue varie fasi è una skill che ritengo fondamentale, e tanto per essere più chiaro ne avevo parlato qui 11 anni fa, quando la velocità del ciclo era di n volte minore. Per questo ho trovato molto interessante trovare un riscontro e un’ottima spiegazione in questo post dove si parla esattamente di questo.
Cito di fatto quanto viene argomentato al link sopra perché condivido al 100% il senso: al culmine delle aspettative gonfiate, la realtà è molto al di sotto di ciò che viene discusso fino alla nausea nei post dei blog e nelle sale riunioni. Viceversa, nel periodo della disillusione, il potenziale attuale è tristemente sottovalutato: le discussioni si spostano sulle aspettative gonfiate della prossima novità.
Tuttavia, questa desincronizzazione tra aspettative e realtà è una buona cosa, se sai cosa stai facendo. Il divario tra aspettative e realtà crea opportunità per un’azienda esperta di gestire la realtà mentre i concorrenti inseguono il ciclo dell’hype.

Laddove l’hype supera o non raggiunge la realtà, ci sono opportunità, una variante del vecchio consiglio sugli investimenti: compra a poco, vendi a tanto.
Nel momento del picco bisogna stare attenti a non investire senza criterio e nello stesso tempo non è strategico ignorare i fenomeni, dove invece l’occasione è perfetta per sperimentare e testare davvero il potenziale.
Quando arriva il momento della disillusione di massa ecco che viene il momento di raccogliere gli sforzi di esplorazione precedenti e correre davanti ai concorrenti che si stanno ritirando dai risultati mancati rispetto ad aspettative precedenti e irrealistiche.
Vale per tantissimi campi, dalla sbornia dei risultati E-Commerce durante la pandemia a Clubhouse (ve lo ricordate?) e per un po’ almeno gli esempi saranno tanti e velocissimi. È evidente che quindi ogni job title (per quello che a volte valgono) troppo legato alla singola tecnologia non può dormire sonni troppi tranquilli.
Buon divertimento e buon surf sulle onde dell’ hype a tutti!








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