Dati, dati, dati. Ormai se ne parla in tutti i contesti, a ragione quando se ne sottolinea l’importanza, spesso a sproposito quando si usano le buzzword più in voga, come big data che pure indica un’opportunità importantissima di cui i non addetti ai lavori colgono però solo il concetto di “volume”, senza considerare gli altri aspetti di velocità e varietà.

Le caratteristiche dei dati oggi
Le caratteristiche dei dati oggi

Dallo studio globale che GlobalDMA in partnership con Winterberry Group ha realizzato sul data-driven marketing mettendo insieme le risposte di oltre 3.000 partecipanti provenienti da 17 mercati globali emerge forte questa attenzione: l’81,3% ha descritto i dati importanti per il loro lavoro, con un aumento rispetto al valore già importante (80,4%) della ricerca di un anno fa. Una percentuale ancora maggiore (59,3%, contro il 57,1% precedente) è arrivata al punto di definire “critico” il tema.

COME VIENE AFFRONTATO IL TEMA IN ITALIA?

Nel 2015 il mercato degli Analytics in Italia cresce del 14%, raggiungendo un valore complessivo di 790 milioni di euro, composto per l’84% da Business Intelligence (quindi dati strutturati) e per il 16% da Big Data (e quindi non strutturati). Da qui a tre anni, sempre secondo le indicazioni del campione coinvolto dall’Ossservatorio Big Data Analytics e Business Intelligence, il mix si sposterà tuttavia progressivamente sui dati di tipo destrutturato, che peseranno per il 20% del totale, con un tasso di crescita annuale del 32% contro il 13% dei dati strutturati (vedi anche infografica sotto).

infografica-big-data

Rispetto alla maturità delle organizzazioni sottolineo soprattutto il tema della governance, che mi è caro in senso ampio nella digital transformation: solo un 3% delle aziende ha un approccio “data science driven“. Come rilevato dall’Osservatorio serve invece “una pianificazione strategica con una visione di lungo periodo, la ricerca di competenze e modelli di governance innovativi, nuovi approcci tecnologici e nuove modalità di gestione dei dati”. Una visione corretta e condivisa che consente di superare anche le difficoltà del “puzzle tecnologico” che sono ben raccontate in questo post.

Una buona notizia infine riguarda la crescita rispetto all’anno scorso dei ruoli di Chief Data Officer – presente oggi nel 26% delle organizzazioni – e del Data Scientist – presente nel 30% -, anche se nella maggior parte dei casi queste figure non sono non ancora codificate formalmente.

MA POI DI QUESTI DATI CHE NE FACCIO?

Il convegno di presentazione della ricerca del Politecnico ha scelto un titolo molto azzeccato, da data insight a data driven strategy: i dati devono poter essere azionati e devono guidare delle scelte.

Nel 2014 avevo scritto un post dal titolo “Che cosa c’entrano i dati con la customer experience?” che toccava il tema della mappatura della customer journey attraverso tutti i canali, un esempio di utilizzo reale dei dati e vero fattore abilitante di una strategia omnichannel che non sia solo una dichiarazione di intenti.

Inoltre questi dati non devono restare dominio di pochi, ma devono diventare patrimonio dell’intera organizzazione, grazie anche allo sviluppo della disciplina della data visualization che permette di capire e spiegare meglio i fenomeni a un pubblico piu ampio.

Un’ultima nota conclusiva: non stiamo parlando solo di un bel disegno ma di un’evoluzione obbligata per tutte le aziende che vogliono rimanere sul mercato, sempre piu urgente perché tutti si stanno muovendo in questa direzione.

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