Qualche anno fa, esattamente 6 per la precisione, avevo scritto un post dal titolo “Nell’era dei dati, non dimenticatevi di ascoltare le persone!”, e credo che il tema delle persone al centro sia quanto mai attuale sul finire di questo anno concitato.

Avevo in effetti aperto anche l’anno 2021 con un tema simile, ci ero tornato nel 2022 parlando di flessibilità e di nuovo in qualche modo è stato uno dei pensieri del mio post di apertura del 2023 rispetto al tema dei talenti.

Sono a corto di idee su cosa scrivere e mi ripeto negli anni? Forse, ma credo che se una cosa è rilevante ed attuale non ci sia un limite numerico alla ripetizione, pur con qualche nuovo concetto.

Per questo vorrei chiudere l’anno con qualche pensiero un po’ libero, senza pretese di essere esaustivo.

L’EPOCA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE HA VISTO UN PO’ DI… FENOMENI TIPICAMENTE UMANI

Per tutto il 2023 si sono succedute novità clamorose nella sfera dell’intelligenza artificiale, dove alla crescita vertiginosa della tecnologia si è affiancata molta “umanità” nei comportamenti della grandi aziende che si occupano di tecnologia, più o meno legata alla AI.

L’ultimo e più clamoroso caso è stato quella della vera e propria telenovela di Open AI, con le varie cacciate, uscite e ritorni del loro CEO nel giro di pochissimi giorni, ritorno alla fine propiziato da una lettera aperta di gran parte dei dipendenti compresi quelli del board che lo avevano cacciato!

Follia? Sicuramente un po’ sì ma prima di tutto il comportamento di essere umani che, in una situazione estremamente ambigua di una società in parte no profit di ricerca e in parte molto for profit commerciale alla fine hanno agito in modo un po’ sconnesso ma (sembra) anche sulla base di alcune preoccupazioni morali.

Possiamo poi senza dubbio ricondurre alla paura di restare indietro (la sindrome del FOMO) gli annunci di un big come Google che ha decisamente forzato la mano nella comunicazione, per altro molto comparativa con Open AI, della sua nuova soluzione Gemini, con un risultato tutt’altro che lusinghiero (qui sotto il resoconto di Matteo Flora).

Ancora, Elon Musk potrebbe e magari avrà altri disegni che non conosciamo ma in questo ultimo periodo la sua personalità quantomeno complessa sta creando enormi problemi alla sua acquisizione Twitter, ora X, direi fin dal primo giorno ma ora più che mai con le dichiarazioni sull’advertising (vedi sotto) e altre uscite piuttosto incontrollate.

A parte l’ultimo caso, negli altri è impensabile un attacco di follia generalizzata ma sicuramente possiamo vedere dei comportamenti che combinano impreparazione al ruolo (Open AI), stress nel rincorrere la concorrenza (Google) e, in generale, una perdita di controllo dell’essere umano rispetto alla velocità esponenziale degli avvenimenti dei nostri giorni.

Tutto questo, con delle enormi generalizzazioni e semplificazioni proprie dello spazio di un post, ci dice che senza una forte organizzazione interna e una salda capacità di muoversi in modo coordinato e coerente anche le più grandi aziende con le più grandi tecnologie saranno sempre più soggette a sbagliare, con ripercussioni sempre peggiori.

E credo che senza le persone la tecnologia possa farci poco.

La tecnologia, però, può fare molto per noi in altri modi.

LA AI (E LA TECNOLOGIA) PER AUMENTARE GLI ESSERI UMANI

Il punto di partenza è che digitale non equivale più a un dipartimento quanto a un insieme di tecnologie che permettono a uomini e donne di fare le cose in modo diverso e migliore oltre i limiti precedenti, nella prospettiva di quello che Gartner chiama da ormai molti anni Digital Humanist, contrapposto al Digital Machinist che invece punta in un certo senso a sostituire le persone con le “macchine”.

La prospettiva che mette in contrapposizione uomini contro tecnologie è stata trattata ormai da anni nei libri di Jerry Kaplan e di Gerd Leonhard, mentre Beth Kanter ed Allison Fine, nel libro The Smart Nonprofit, definiscono “smart tech” l’IA e altre tecnologie digitali avanzate che automatizzano il lavoro assumendo compiti che solo le persone potevano svolgere in precedenza. La tecnologia smart prende decisioni al posto di e per le persone. La tecnologia intelligente e gli esseri umani non sono però in competizione tra loro; sono complementari, ma solo quando la tecnologia viene utilizzata bene.

C’è un punto chiave che spesso sfugge rispetto a questa prospettiva, ovvero si tende a trascurare l’idea che queste tecnologie devono provare oggi, nel breve, a risolvere problemi concreti e immediati che spesso sono le persone più operative a conoscere ma che a loro volta non conoscono bene le opportunità delle nuove soluzioni.

Parlo in questo sicuramente di AI, generativa e non, ma spesso anche di strumenti di collaborazione e di altri software presenti da molto più tempo sul mercato.

Partire dalla quotidianità delle persone e dai loro temi concreti è quindi incredibilmente importante ed ascoltare si conferma una dote chiave di un vero leader digitale.

PARLIAMO PER CONCLUDERE DI LEADERSHIP DIGITALE 

Nel lontano, anzi direi lontanissimo vista l’accelerazione generale, anno 2016 avevo individuato in tre soft skill le doti di un leader digitale fautore di una trasformazione:

1) La preparazione tecnica resta fondamentali ma in un contesto dove tutti i dipendenti sono ormai “digitali” è la predisposizione condividere la propria conoscenza e di aiutare a creare valore in modo esteso ad essere molto più rilevante.

2) Di conseguenza bisogna sapere comunicare efficacemente in quanto l’obiettivo è quello di creare consapevolezza, che ripeto non vuol dire competenza tecnica spinta di tutti su tutto ma appunto la capacità di evitare quei malintesi clamorosi e quelle occasioni perse che derivano dal non capirsi.

3) Capacità di ascoltare, per coinvolgere tutta l’organizzazione serve infatti tanto dialogo e tanto ascolto con l’aiuto di ruoli che facilitino lo scambio e guidino in modo discreto ma chiaro la transizione.

In questi oltre sette anni non credo che le cose siano davvero cambiate molto, lo dicevo anche pochi mesi fa qui, se non nella velocità con cui avvengono.

La capacità di cavalcare in modo corretto l’hype nelle sue varie fasi è una skill che ritengo fondamentale, e tanto per essere più chiaro ne avevo parlato qui 11 anni fa, quando la velocità del ciclo era di n volte minore. 

Per questo ho trovato molto interessante trovare un riscontro e un’ottima spiegazione in questo post dove si parla esattamente di questo.

Cito di fatto quanto viene argomentato al link sopra perché condivido al 100% il senso: al culmine delle aspettative gonfiate, la realtà è molto al di sotto di ciò che viene discusso fino alla nausea nei post dei blog e nelle sale riunioni. Viceversa, nel periodo della disillusione, il potenziale attuale è tristemente sottovalutato: le discussioni si spostano sulle aspettative gonfiate della prossima novità.

Tuttavia, questa desincronizzazione tra aspettative e realtà è una buona cosa, se sai cosa stai facendo. Il divario tra aspettative e realtà crea opportunità per un’azienda esperta di gestire la realtà mentre i concorrenti inseguono il ciclo dell’hype.

Di nuovo però, tutto questo ha poca possibilità di successo se a fare da punto di partenza non sono le persone (clienti e dipendenti), e dobbiamo riuscire a sviluppare in modo concreto le diverse iniziative potenziate della tecnologia attorno a loro.

E, infine, non possiamo dimenticare che nessuna trasformazione avviene senza una corretta organizzazione e un linguaggio comune, che restano cose estremamente umane.

Che ne pensate? In attesa dei vostri commenti, buone Feste!