Un mondo senza email. Ripensare il lavoro nell’epoca del sovraccarico informativo è un libro di Cal Newport uscito in edizione italiana a settembre 2021 per ROI Edizioni.

UN MONDO SENZA EMAIL?!?!

Un titolo molto accattivante per un obiettivo apparentemente irrealistico e forse anche non auspicabile?

In realtà Newport non contrasta lo strumento email in quanto tale, cosa che sarebbe abbastanza improponibile e poco logica, quanto invece tutta una serie di modi di lavorare che sono derivati dalla sua introduzione.

Parto della fine senza però rivelare troppo prima della lettura. Nella conclusione del libro l’autore cita un intervento datato 1998 del sociologo Neil Postman del titolo “Five things we need to know about technological change”, dove una di queste cinque cose è il fatto che “il cambiamento tecnologico non è incrementale ma ecologico. […] Un nuovo medium non aggiunge qualcosa; cambia tutto. Nel 1500, dopo l’invenzione della stampa, non esisteva più la vecchia Europa con in più la stampa. C’era un’Europa diversa”.

Allo stesso modo uno dei punti di partenza dell’autore è che l’ufficio del 2021 non è l’ufficio del 1991 con l’aggiunta della messaggistica istantanea e della posta elettronica.

È qualcosa di diverso che in questa sua fase ecologica ha generato un modo di lavorare che non è così efficiente come si pensa e come potrebbe essere con i dovuti accorgimenti.

LA MENTE ALVEARE IPERATTIVA

La mente alveare iperattiva è il concetto che Newport inserisce nell’introduzione, con la seguente definizione: “un flusso di lavoro incentrato su una conversazione continua, alimentata da messaggi imprevisti non strutturati, che sono veicolati tramite strumenti di comunicazioni digitali come la posta elettronica ed i servizi di messaggistica istantanea”.

Come sottolinea a più riprese l’autore nel corso del libro, questa modalità non si è scelta consapevolmente e strutturalmente in un momento preciso ma è stato piuttosto il frutto di un’adozione veloce e per molti versi positiva, almeno all’apparenza, di queste nuove tecnologie senza però una razionalizzazione reale della modalità di lavoro.

Infatti, il flusso di lavoro derivante dall’inserimento delle email e anche successivamente dei messaggi istantanei delle chat fa si che la concentrazione sia continuamente interrotta dallo sforzo di controllare queste fonti di contatto, con un effetto negativo sulla produttività ma anche sulla serenità dei lavoratori che sono continuamente sollecitati.

L’EMAIL NON È UN LAVORO

Almeno qualche volta lo abbiamo pensato tutti: gestire le caselle di posta diventa in alcuni momenti un vero e proprio lavoro nel lavoro e ci porta via molto tempo.

Nella prima parte del libro Newport fa un autentico “processo all’email” che riduce la produttività (capitolo 1), ci rende infelici (capitolo 2) e addirittura ha vita propria (capitolo 3).

Può sembrare tutto molto esagerato ma lo è solo nella misura in cui l’autore si concentra sugli eccessi che tuttavia sono più comuni di quanto si pensi.

Non voglio anticipare troppo della lettura ma troverete all’interno del libro dei sorprendenti e gustosi collegamenti tra questo tema “tecnologico”, le logiche sociali che ci accompagnano dai tempi dei cacciatori preistorici e perfino la relazione tra la nascita del feudalesimo e lo sviluppo delle staffe dei cavalli nel regno di Carlo Martello!

I PRINCIPI DI UN MONDO SENZA EMAIL

Cal Newport non si limita a raccontare i limiti della mente alveare iperattiva e dell’utilizzo eccessivo delle email ma prova anche a dare delle idee per superare queste situazioni.

La seconda parte del libro quindi è dedicata ai principi per un mondo senza email, che sono il principio del capitale attentivo (capitolo 4), quello del processo produttivo (capitolo 5), quello del protocollo operativo (capitolo 6) e quello della specializzazione (capitolo 7).

È oggettivamente complesso riassumere tutto questo nello spazio di una recensione, come unico “spoiler” vi cito quindi solo l’interessante (e ben documentato) collegamento logico che Newport fa tra l’evoluzione e razionalizzazione dei processi industriali del ‘900 e il nostro stato attuale del modo di lavorare.

IN CONCLUSIONE…

Al di là del titolo, che cattura l’attenzione, Cal Newport non fa una dissertazione contro la tecnologia ma contro il flusso di lavoro della mente alveare iperattiva.

Lo fa in un modo fluido, ricco di spunti non banali e anche con molte case history, tutto va poi sempre calato nella cultura e nella realtà delle proprie organizzazioni ma si tratta di un libro che si legge veramente tutto d’un fiato.

Sicuramente una riflessione sul nostro modo di lavorare è quanto mai utile e preziosa, specie in un’epoca di pandemia dove occorre lavorare per obiettivi e dove una certa falsa efficienza da connessione perenne non è davvero la chiave per risolvere i problemi (nel mio piccole ne scrissi già nel settembre 2013 e poi nell’ottobre dello stesso anno).

Per questo ho letto con grande piacere e in pochi giorni questo testo e spero di riuscire presto anche a sfruttare ed applicare una parte dei suoi stimoli.