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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Quando il viaggio si fa social (e mobile): intervista a Angelo Ghigliano, Country Director eDreams Italia

Ormai si avvicinano per tutti, compreso il sottoscritto, le tante agognate vacanze, mentre molti di voi saranno già nelle loro mete estive.
Un periodo quanto mai in tema per parlare di viaggi, turismo e di come l’evoluzione del nostro mondo digitale stia influendo anche su questi aspetti. Ne parliamo con un esperto che ha un punto di osservazione privilegiato.

logo eDreams

Buongiorno Angelo Ghigliano, Country Director eDreams Italia, e grazie per l’intervista. Per cominciare, vogliamo introdurre brevemente chi è eDreams?

eDreams è una delle più grandi agenzie di viaggi online d’Europa, con sede in Italia e Barcellona.

L’obiettivo della nostra società è quello di offrire ai nostri clienti, ormai oltre 6 milioni, la più vasta gamma di voli, hotel pacchetti dinamici e pacchetti vacanza al prezzo più competitivo del mercato, in modo flessibile e comodo, grazie ai nostri innovativi motori di ricerca, indispensabili per comparare e prenotare via Internet.

Grazie al nostro costante impegno, nel 2010 abbiamo raggiunto un importante traguardo, diventando la prima agenzia per l’ emissione di biglietti, secondo i dati Iata sul trasporto aereo.

Voi lavorate da tempo nel turismo, un settore molto competitivo online. Quali sono stati i principali cambiamenti degli ultimi 2-5 anni?

Ormai sono 10 anni che operiamo in questo settore, e il mercato negli ultimi 2/3 anni è diventato molto più competitivo, i nostri clienti sono sempre più esigenti. Questo è stato uno stimolo per fare sempre meglio, ampliare i nostri servizi e esplorare nuovi mercati.

Il nostro core business sono i voli, ma nel 2010 abbiamo puntato molto sulla vendita degli hotel che è aumentata considerevolmente grazie a prezzi attrattivi, mappe per la localizzazione, immagini e commenti degli utenti.

Inoltre, per accompagnare l’utente in ogni fase del suo viaggio, con risposte e assistenza tempestiva abbiamo esteso l’orario di apertura del call center dalle 7.00 alle 24.00, 7 giorni su 7. Per garantire agli utenti i prezzi migliori apportiamo ogni mese più di 100 migliorie tecniche al sito. Negli ultimi anni abbiamo anche sviluppato strumenti come le guide di viaggio online “Dreamguides” e abbiamo dato grande rilevanza ai social media.

Parlando della rilevanza dei Social Media, dove siete presenti e che politiche adottate? É un’attività gestita internamente?

L’innovazione e lo sviluppo tecnologico di ultima generazione sono vitali per eDreams, per questo tra le sue azioni di comunicazione non poteva mancare una strategia ragionata sulle reti sociali. Una strategia che ha preso il via in Italia nel maggio 2011 e che oggi, a distanza di più di un anno, può essere considerata un successo. La pagina Facebook di eDreams Italia conta infatti ora 37.000 fans e la presenza dell’impresa si è ampliata a molti altri canali: Foursquare, YouTube, Pinterest…L’attenzione però resta sempre fortemente ancorata là dove c’è più fermento e si concentrano la maggioranza dei nostri utenti e clienti: Facebook e Twitter. L’attività di Social Media è gestita internamente dal team omonimo, dove Community Manager, responsabili del contenuto e un programmatore lavorano insieme per sviluppare azioni, campagne, contenuti per i blog di viaggi eDreamse tanto altro.

Come integrate il Social con le vostre altre attività di digital marketing e con la vostra strategia in genere? Come misurate il successo della vostra strategia sulle reti sociali?

La nostra strategia sui Social Media ha un impatto su diverse aree funzionali che rispondono a diversi obiettivi. Tra questi si includono la creazione di visibilità, la generazione di brand equity (valore di marca), l’incremento del traffico web, la capacità di attrarre l’attenzione del consumatore e la gestione di situazioni di crisi.

Le chiavi per portare avanti una strategia di marketing di successo sulle reti sociali sono, in primo luogo, avere un piano d’azione chiaro con obiettivi marcati e definiti. In secondo luogo, avere la capacità di gestire l’attività su basi omogenee. Infine, grandi dosi di passione e entusiasmo per la tua community.

Misuriamo il nostro successo a partire da diverse unità di misura, come i livelli di partecipazione delle comunità, il traffico web e la visibilità sulle reti, così come lo ricaviamo dall’informazione transazionale relazionata con le riserve. In generale, negli ultimi tempi abbiamo aumentato rapidamente le capacità di misura in tutti i nostri mercati principali.

Non possiamo poi non toccare il tema del mobile. Quali sono le attività e i progetti di eDreams su questo canale?

Sicuramente il mobile rappresenta la naturale evoluzione del nostro lavoro e dei nostri servizi , infatti dai nostri dati si evidenzia una notevole crescita (che sfiora le tre cifre) delle prenotazioni provenienti da mobile, concentrando i picchi più alti di crescita nell’ultimo anno. Lo scorso anno abbiamo anche lanciato un’applicazione che permette ai clienti di avere a disposizione tutti i servizi inerenti a voli ed hotel per soddisfare qualsiasi necessità anche durante il viaggio. In pratica, gli utenti hanno un agente di viaggio a disposizione sul loro dispositivo mobile in qualunque momento, e possono ricevere assistenza durante tutto il viaggio, non soltanto durante il processo di acquisto. E’ inoltre previsto un sistema di alert integrati che informa su possibili cambi o novità in relazione ai servizi acquistati.

Per accedere all’applicazione HTML5, è sufficiente digitare m.edreams.it nel browser del proprio dispositivo mobile.

Per concludere, quali sono secondo voi le sfide del prossimo futuro per chi opera nel settore del turismo e come vi state preparando agli scenari che immaginate?

Gli obbiettivi che ci prefissiamo sono quelli di internazionalizzare l’azienda e puntare su nuovi mercati americani ed europei, continuando a rimanere un’azienda solida orientata a soddisfare tutte le esigenze dei nostri utenti. Sicuramente ci saranno delle novità per quanto riguarda il mobile, ma siamo ancora in una fase di sperimentazione.

Per quanto riguarda gli scenari futuri, penso che il mercato si farà sempre più competitivo e affollato, ma questo sarà solo uno stimolo per fare sempre meglio, a tutto vantaggio dei nostri clienti.

Finti follower, tanto hype e una domanda: qual è l’obiettivo per cui si comprano profili sui social?

In questi giorni ha destato molto scalpore il caso sollevato da Marco Camisani Calzolari che ha comprato con successo un grosso quantitativo di follower finti su Twitter a un costo irrisorio, per dimostrare la facilità e la diffusione di queste pratiche.

Un esempio di vendita di fan

Il tutto ha avuto ampio riscontro anche sui media generalisti che hanno gridato allo scandalo rispetto questo tipo di comportamenti scorretti, assolutamente deprecabili ma purtroppo non nuovi agli addetti ai lavori.

Come giustamente rilevato da Marco ci sono molti che fanno i furbi ma io trovo anche che ci sia una colossale ignoranza su tutte queste tematiche da parte di aziende (e media), con il costante pensiero che certi strumenti che si usano (spesso male) per finalità private siano per questo già patrimonio di conoscenza dell’azienda. E se anche ciò non fosse, abbiamo sempre alla porta una schiera di guru del settore che dopo aver speso una quindicina di giorni online si sentono pronti a cambiare le sorti strategiche delle aziende.

Mancano invece alcuni elementi di base, che proverò a sintetizzare in pochi punti.

La prima domanda importante che nessuno si pone è: che cosa me ne faccio di questi follower o fan che acquisisco? Poniamo che io abbia raggiunto con politiche scorrette un volume elevato di persone che figurano sulle mie pagine social, di cui però non so praticamente nulla e che non interagiscono con me in alcun modo: che valore hanno?
Forse solo quello di mostrare ai vertici aziendali che abbiamo un caso di successo (?!?) sui social network che a loro volta sono “lo strumento di marketing del momento”.

La faccenda poi si lega a doppio filo al tema dei social media come parte di un ecosistema digitale che ciascuna azienda può attivare per raggiungere i propri obiettivi attraverso una specifica strategia.
In questa frase ci sono già due elementi che chi acquista dei fan al chilo omette: gli obiettivi, che non possono essere un mero “io ho più fan di te”, e la strategia digitale complessa che dovrebbe portare l’azienda a costruire dei database/community proprietari e attivare diversi mezzi di cui i social media sono solo una parte, seppure importante.

Infine, se vogliamo iniziare a parlare di ROI non possiamo non considerare la differenza fra fan attivi e semplici numeri, anche perché solo gli attivi producono dei dati davvero utilizzabili in ottica di big data e business intelligence.
Ma mi sembra che se ad oggi stiamo ancora discutendo sul numero grezzo il mondo quel mondo è molto molto lontano e la scelta di utilizzare certe piattaforme tecnologiche è dovuta solo all’hype mediatico e alla moda. E dunque la delusione è inevitabile, tanto per le pmi che per i grandi colossi.

Voi che ne dite?

Aziende, e se le vostre persone vi aiutassero a comunicare sui social media (e non solo)?

Lo diceva già la tesi numero 86 del Cluetrain Manifesto più di 12 anni fa: “Quando non siamo occupati a fare il vostro “mercato target”, molti di noi sono le vostre persone. Preferiamo chiacchierare online con gli amici che guardare l’orologio. Questo farebbe conoscere il vostro nome molto di più del vostro sito internet da un milione di dollari. Ma siete voi a dirci che è la Divisione Marketing che deve parlare al mercato”. Vi faccio notare che ciò è stato scritto ben prima della comparsa di Facebook e del social web.

immagine tratta da http://employerbranding.blogspot.com

I nuovi mezzi di comunicazione sono fatti di  persone. Anche le aziende sono fatte di persone. Eppure questa sorprendente somiglianza sfugge spesso all’occhio attento delle organizzazioni, che non riescono a immaginare i propri dipendenti come ambasciatori.

Certo, gli ostacoli culturali e pratici al coinvolgimento delle persone che lavorano per l’azienda non sono pochi:

1) culturali, i più ovvi, dettati dalla paura che informazioni riservate trapelino o che, più banalmente, le persone siano distratte dalle loro mansioni

2) di comunicazione interna, nelle grandi organizzazioni spesso le funzioni non deputate al marketing e alla comunicazione ignorano le attività rivolte al cliente finale

3) collegato al precedente, poche grandi aziende italiane hanno spazi di condivisione interdivisionale/interfunzionale, dove ci possa essere un confronto interno su iniziative e strategie di base.

É comprensibile dunque la prudenza e la diffidenza da parte dei vertici aziendali. Il punto però è che questa cautela di sicuro non impedisce alle nostre persone di interagire in privato con altri individui sui temi che riguardano l’organizzazione.
Proprio come l’assenza dai social di un’azienda non impedisce certo ai navigatori di  parlarne, bene o male che sia.
Il fatto che questo dialogo avvenga senza idee chiare, con un visione limitata o addirittura con nozioni sbagliate non è un certo un tema di poco conto.Inoltre la scarsa confidenza ed educazione ai social fa sì che spesso le nostre persone stesse siano critiche con il marchio su spazi come le pagine Facebook ufficiali, non comprendendo che stanno operando in un contesto pubblico, in modo controproducente per loro e per l’azienda.Posto che dunque tutte le preoccupazioni lecite dell’HR si possono realizzare ugualmente, è forse più utile affrontare la questione, creando:

A) meccanismi di informazione puntale e coinvolgente ai dipendenti, rendendoli partecipi di tutte quelle attività che saranno comunque rese pubbliche (nei limiti della sicurezza), con tutti i dettagli corretti

B) spazi interni di partecipazione, scambio di informazioni e coinvolgimento fra le diverse funzioni

C) un clima favorevole allo scambio di informazioni, per far sì che le persone non le custodiscano come fonte di potere personale perché condividendole ne traggono più vantaggio.

Infine la tematica del tempo perso, se ben governata, non dovrebbe essere così focale, tanto più che gli smartphone di fatto aggirano in qualsiasi momento i blocchi delle reti aziendali, ma una persona ingaggiata potrà condividere anche da casa le attività interessanti della propria impresa se proverà soddisfazione nel farne parte.

Di certo la proattività sarà raggiungibile su pochi soggetti, ma questo non implica che grazie alla loro azione e alla vostra non vi siano effetti positivi su tutti gli altri, come in ogni ambito social.

E non sareste soddisfatti ugualmente se le vostre persone all’occasione rispondessero, in modo corretto, a domande di altri individui nei propri ambiti social di riferimento dove vostro occhio non può arrivare?
Sembra una banalità ma su simili livelli di ingaggio aziende importanti hanno costruito, con i clienti, dei modelli di successo che potrebbero ora essere replicati con le proprie persone.

E’ vero che gli strumenti del marketing sono diventati più democratici, però…

Uno degli aspetti più significativi dell’evoluzione tecnologica degli ultimi anni è stata senza dubbio la democratizzazione dei mezzi di produzione, iniziata ormai diversi anni orsono con le stampanti domestiche e i word processor e proseguita con tutta una serie di software e hardware che permettono oggi la produzione e distribuzione di contenuti e prodotti digitali anche da parte dei privati.

I social media poi hanno reso ancora più clamorosa questa situazione, in quanto si tratta di mezzi che nascono dagli utenti per gli utenti, con le aziende costrette ad interagire in una posizione quasi di svantaggio. Questa comunicazione veloce si alimenta soprattutto dall’interazione fra gli utenti, che fa crescere anche dei contenuti in partenza modesti.

immagine tratta da http://meritmotionpictures.com

In molti casi dunque, come già discusso in altri post, dei giovani utilizzatori si trovano ad essere più pratici di social media marketing dei manager delle aziende, che stanno faticando ad entrare nel nuovo paradigma, per ragioni essenzialmente culturali.

Leggendo però tanti commenti (anche sensati) sull’iniziativa #nofreejobs in questi giorni sento il bisogno di ribadire che l’essere pratici (se notate non ho detto “esperti”) non è un viatico automatico per essere dei professionisti pronti a gestire la strategia digitale delle imprese, in quanto:

a) bisogna parlare la lingua dell’azienda e capirne i mercati, il target, gli obiettivi

b) non è solo un fatto di creatività, perché bisogna capire anche l’ecosistema digitale nel complesso, che non è fatto solo di social media

c) i mezzi sono una parte del film, poi ci vanno i contenuti

d) bisogna essere in grado di aiutare il cambiamento culturale verso i nuovi paradigmi, che impattano anche sull’organizzazione.

Dunque le persone che oggi vogliono lavorare nelle aziende per sviluppare la strategia digitale non possono pensare di essere già pronte per aver fatto qualche tweet o una pagina Facebook, ma devono avere l’umiltà di passare per dei momenti di formazione, anche se retribuiti e correttamente impostati con una durata temporale finita.

Il problema casomai è che oggi nelle nostre imprese ci sono ancora pochi reali professionisti che possano favorire questo percorso di formazione, infati il digitale è affrontato senza strategia mentre gli eventi di settore vedono solo la partecipazione degli addetti ai lavori.

Se ci aggiungiamo un mercato del lavoro rigido e l’utilizzo frequente di stage e tirocini come modalità di lavoro non retribuito credo proprio che per crescere ci sia ancora del lavoro da fare, a livello di cultura, di riconoscimento della professionalità e di normative…oltre che di agenda digitale.

Che ne pensate?

L’irresistibile concretezza (fisica) dei nuovi media “virtuali”

Una delle osservazioni più ricorrenti, e in fondo comprensibili, che si sentono dire a commento delle quotazioni miliardarie di Google, Facebook e di tutto il mondo dei social media e del web è che di fatto si parla di cose virtuali, ben diverse da quelle fisiche come i prodotti che hanno (anche) nella tangibilità il loro valore.

Il tema poi può essere esteso anche a tutti i nuovi media e ai loro contenuti liquidi e fruibili ovunque, che fanno pensare a realtà intangibili e per questo ben diverse dalla fisicità materiale.

Ebbene, la storia non è così semplice. Prendiamo ad esempio Google: fare ricerche online è talmente naturale per tutti noi che a nessuno viene in mente che dietro ci sono dei computer (ossia macchine, ferro) che macinano dati per risponderci in una frazione di secondo. Non si sa quanti siano ma le varie fonti parlano tutte di almeno 1 milione di server (!), che come potete immaginare non sono ospitati esattamente in uno scantinato e consumano una discreta quantità di energia elettrica.
Lo stesso vale per Faceboook (300.000 server) e per tanti altri, di cui trovate qualche dato (non recente) qui http://www.gizmodo.it/2010/04/15/avete-idea-di-quanti-server-abbia-google-no-guardate-questi-grafici.html

Non da meno sono i big dell’e-commerce, per i quali l’infrastruttura comprende anche magazzini, logistica distributiva, customer care e molto altro.
Potete vedere facilmente dei video esplicativi su YouTube, come ad esempio per questi  brevi spaccati del mondo delle operations di due importanti e-retailer quali Amazon e Vente Privee.
Ancora dunque qualcosa di molto fisico, anche se per noi consumatori finali ciò che si vede è sempre e solo un sito attraverso uno schermo.

Arriviamo infine all’ultimo esempio in ordine di tempo, iCloud di Apple, che offre 5 GB di storage gratuito sulla nuvola.
Il concetto in sé non è nuovo in quanto molti player fanno questo da tempo, grazie ad apposite applicazioni scaricabili anche da mobile, qui casomai la novità sta nel fatto che il servizio è già incorporato nel sistema operativo, rendendo tutto più automatico per l’utente meno esperto.
Al di là della impulso alla diffusione del cloud dato da questo strumento vi invito pero’ a fare un breve calcolo moltiplicando i 5 GB base per il numero di device Apple in grado di utilizzare IOS5: ne viene fuori una quantità di spazio digitale imponente, che di nuovo prevede macchine fisiche alle spalle dell’etereo concetto di nuvola.

Tutto questo viene ovviamente da lontano, grazie al costante abbattimento dei costi di banda e di storage che ho messo recentemente fra i fattori che hanno fatto nascere il social web.

Quante aziende pero’ nel progettare le loro idee sui nuovi media prendono realmente in considerazione le tematiche più hard di questi concept?
E quante hanno strutturato adeguatamente i loro dati per poterli fruire in modo liquido ed economicamente sostenibile attraverso tutti i nuovi media digitali?
E ancora, quanti player sono davvero strutturati tecnologicamente e organizzativamente per governare l’impegnativo tema di the big data di cui ho parlato pochi giorni fa?

Come vedete queste sfide hanno ancora parecchia concretezza alla spalle, ben al di là del fatto che “è tutto virtuale e quindi non costa nulla”.
E dunque non è solo questione di essere creativi….

Google+ e la logica dell’ecosistema

Da qualche giorno sono entrato in Google+, la nuova creatura del colosso di Mountain View che ha il gravoso compito di riscattare i precedenti modesti risultati nel campo delle proposte social.

Premetto subito che non avuto tempo di spaziare molto in un ambiente che, per forza di cose, è ancora relativamente spopolato, se escludiamo gli addetti  ai lavori, tuttavia ho ritrovato al suo interno una serie di elementi interessanti.

Google+

Prima di tutto è notevole il respiro della manovra di Google: prima il pulsante +1, poi Me on the Web che ha favorito la compilazione dei profili personali, ancora la nuova grafica con la sandbox in alto e infine l’apertura (con qualche incertezza) del nuovo strumento.

Inoltre questa volta l’interfaccia sembra più semplice, almeno nella gestione delle cerchie di amici, cosa che non si poteva dire del defunto Google  Wave e in parte anche di Google Buzz.

Il punto chiave però resta un altro concetto che ha fatto la fortuna di strumenti come Twitter, ossia l’ecosistema, che nel caso di Google è totalmente proprietario ed è fatto da decine di servizi leader, dalla mail all’analytics passando per le mappe.

Lo stesso Facebook si è adoperato per costruire il suo mondo, con una serie di nuovi strumenti che però non possono essere paragonati a quelli di big G, prima fra tutti proprio la mail.
Google inoltre dalla sua ha la ricerca, una caratteristica che Facebook ha infatti cercato di fronteggiare in tempi non sospetti collaborando con Bing.

Ancora, nonostante il costo di questo progetto Google non ha l’urgenza di monetizzare visto che i suoi (pochi) prodotti profittevoli sono talmente redditizi da permettere il continuo rilascio di altri tool gratuiti che vengono di fatto testati dagli utenti.

Infine, facendo riferimento al famoso articolo sulla morte del web di Chris Anderson, quello di Google non è realmente un giardino circondato da mura (come Facebook), in quanto quasi tutto è accessibile anche senza una registrazione.

Le premesse dunque di un progetto di grande respiro ci sono tutte, la vera sfida di Google sarà però sul terreno dell’engagement sociale, che potrebbe non decollare. Tuttavia, in un web complesso e pieno di servizi e profili, siamo sicuri che l’obiettivo di Google sia davvero quello di scalzare Facebook? O piuttosto questo nuovo modello è in realtà finalizzato a riaffermare la leadership sul web e a portare ancora più traffico alle tradizionali fonti di reddito del gigante della ricerca?

Non dimenticherei infine che è al debutto anche Google Chrome OS che per funzionare chiede come chiave un account Google

Perché Twitter mi piace sempre di più

Per lavoro e per diletto nella mia giornata utilizzo molti social media diversi e testo continuamente nuovi servizi, più meno noti e interessanti, che mi offrono sempre prospettive di confronto.

Ebbene, in questo continuo girare devo dire che mi sto costantemente appassionando a Twitter, almeno per quel che riguarda gli strumenti più generalisti e non limitati a un pubblico strettamente settoriale.

Perché? Le ragioni sono diverse:

1) È essenziale: pochi caratteri e una sola funzione, quella di condividere contenuti. Uno stile di comunicazione da considerare.

2) È ottimo per mixare la forza del social media con gli own media aziendali: il testo suscita la curiosità ma il link di approfondimento riconduce ai siti per scoprire di più.

3) È integrato: è facile usarlo per aggiornare altri servizi e allo stesso tempo è semplice usarlo per rilanciare automaticamente i contenuti che vengono da altrove.

4) È selettivo: il fatto che sia più ostico al profano rende (mediamente) più attive e interessanti le persone che lo usano con una certa costanza.

5) È un ottimo posto dove fare ricerche: i meccanismi degli hashtag, la ricerca avanzata e la possibilità di seguire le conversazioni lo rendono prezioso (e sono alla base degli investimenti che lo riguardano).

6) Lavora bene con la multicanalità: si usa comodamente sia da mobile che da computer ed è ottimo per affiancare i media tradizionali con un tocco di interattività real time. Volete un esempio? Cercate #annozero durante la trasmissione omonima e seguite la conversazione…

7) Ha un grande ecosistema: sono molteplici i servizi terzi che lo integrano, utilizzano, potenziano, sfruttano.  Per capire il senso di ciò basti pensare invece che Facebook ingloba in se stesso tutte le funzionalità e al massimo offre i propri strumenti (sviluppati internamente) a terzi in forma di social plugin.

Tutto perfetto dunque? Non lo si può mai dire di nessuno, e anche Twitter pecca in alcuni aspetti, come ad esempio un modello di business ancora nebuloso.
Inoltre non è un mezzo facile da gestire, richiede più competenza rispetto ad altri strumenti di social media marketing, pretende presidio costante e non è affatto facile farlo decollare (da privato e da azienda).

Eppure permettetemi un consiglio: se anche non lo usate direttamente, tenetelo d’occhio!

Perché i contenuti sul mobile crescono così bene e velocemente?

Ho letto con piacere un bell’articolo su Mashable.com, dal titolo 5 Reasons You’re Consuming More Mobile Content, che mi ha dato l’ispirazione per questo post.

Nell’articolo infatti si illustrano alcune ragioni del successo del mobile content, un tema che mi è caro e di cui mi sono occupato recentemente parlando dell’importanza dei contenuti nella multicanalità.

La prima ragione riportata nel testo è la disponibilità sempre maggiore di buone connessioni 3g e, prossimamente, 4g che abilitano una navigazione affidabile e veloce, con il plus di accessi alternativi come il wi-fi pubblico. Una tendenza in atto anche in Italia, nonostante i costi alti di navigazione in mobilità e la scarsità di reti wireless accessibili.

L’altro elemento che in passato (al tempo del wap) era mancato sono dei buoni contenuti digitali, video compresi, che oggi sono offerti da una molteplicità di provider e che godono dello streaming html che presto sarà protagonista anche sul web da pc.

Ancora, molti editori (e aziende) iniziano a pensare ai propri contenuti con una formattazione che li renda facilmente fruibili dal maggior numero di device possibili, sfruttando alcuni ottimi strumenti come Flipboard, di cui ho parlato recentemente proprio pensando a questa tendenza.

Infine nell’articolo si citano i social network come grandi driver di sviluppo del web da mobile e da tablet, grazie alla loro piena compatibilità con il modello delle application e per la loro naturale coerenza con l’utilizzo in mobilità.

A tutti questi argomenti mi permetto di aggiungere una citazione di quello che è il grande tema dell’ipertestualità diffusa, concessa da strumenti come i QR Code, la realtà aumentata e, presto, l’Rfid e l’NFC.

Infatti, anche se oggi per certi versi manca ancora un vero anello di congiunzione universale tra la realtà fisica e il mondo digitale, io credo che il consumatore del futuro si aspetti sempre di più un’esperienza continua e fluida fra tutti i punti di contatto con l’azienda.

E voi che cosa ne pensate? Cosa aggiungereste?

Report e i social network, cosa ci insegna questa occasione mancata

A mente fredda la puntata di Report sui social network è una grande fonte di spunti di riflessione e di insegnamento da diversi punti di vista.

1) Insegnamenti per il professionista

Come professionisti del settore la serata di domenica ci ha ricordato che diamo troppe cose per scontate circa la diffusione della conoscenza del social web (ma anche di quello meno sociale), che è ancora oscuro ai più.
Inoltre il dibattito su Twitter evidenzia come questa situazione ci porti talvolta a gettare anatemi sull’ignoranza altrui, istigati dalle semplificazioni e dalle inesattezze, sempre però conversando tra noi e non con interlocutori diversi.

2) Insegnamenti per Report

Il profitto non è una colpa insanabile, ma è ciò che permette a molte persone di vivere e mantenere le proprie famiglie, comprese quelle dei giornalisti Rai. Inoltre la pubblicità tv, ancora più seccante perché non pensata sulle nostre preferenze, è una fonte di ricavi non secondaria anche per il servizio pubblico italiano.
Infine, ora Report sa che il popolo della Rete è battagliero e piuttosto permaloso!

3) Insegnamenti per lo spettatore non tecnico

È duro scoprirlo così, ma Google e Facebook non mantengono migliaia di macchine server (e di ingegneri) solo per piacere di far sapere al mondo che cosa hai mangiato stamattina! 🙂
In più, ora sapete che in rete se qualcuno trova una foto imbarazzante che vi ritrae potrebbe farne cattivo uso, cosa che mai avverrebbe nel mondo fisico, tanto è vero che molte persone tappezzano i muri delle città con le immagini proprie e dei propri figli, perché lì sì che è sicuro.
Scherzi a parte, l’educazione all’utilizzo consapevole delle proprie informazioni dovrebbe essere una delle attività più importanti da fare nelle scuole, e non solo, per far capire che ciò che avviene sul web è essenzialmente PUBBLICO e dunque richiede attenzione e consapevolezza, la stessa necessaria a custodire le proprie password.

Su questo punto finale poi mi aggancio per dire che, secondo me, Report ha perso un’occasione per trasmettere un po’ di consapevolezza al grande pubblico, spiegando che bisogna essere attenti ed essere coscienti di quanto ho scritto poco più sopra. Mettendo meno carne al fuoco le due ore e passa di programma avrebbero potuto toccare anche questo fronte, che, mi permetta Milena Gabanelli, è anch’esso abbastanza semplice per poter essere compreso da tutti.

Peccato, non per questo Report dovrà ora essere distrutto (la moderazione non fa mai male e la Gabanelli si è ben spiegata), allo stesso tempo però consentitemi di pensare che non basta non dire inesattezze per fare un buon lavoro.
Ci vogliono anche una visione di insieme dei pro e contro e meno catastrofismo.Sarà per la prossima?


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