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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

Autore

Gianluigi Zarantonello

Former CDO at OVS Spa and past Global Digital Solutions Director at Valentino Spa http://www.gianluigizarantonello.it - Digital Transformation Leader | AI & Martech Strategist | Luxury & Fashion Tech Executive and Advisor | Speaker & Author on Innovation

Mobile web: Internet si sposta sempre più sul cellulare ma il vero business sarà…

Il completamento del titolo è: geolocalizzazione!

Sono convinto che il futuro di Internet stia nella navigazione in mobilità e ne ho scritto già in tempi non sospetti 2 anni fa, sottolineando come iPhone e gli altri smartphone avrebbero scosso il mercato.

Molte fonti oggi rafforzano questa mia impressione:  ad esempio gli analisti di Gartner prevedono che, entro il 2013, sarà lo smartphone il device più utilizzato del pianeta per l’accesso al Web mentre Vittorio Colao di Vodafone definisce “Internet mobile sempre più centrale per il business“.

Un driver importante di crescita poi, oltre alla diffusione degli smartphone, è sicuramente la penetrazione dei social network e del social web in genere, dato che questa tipologia di siti e servizi è particolarmente adatta all’uso in mobilità. Un tema ormai cruciale al punto da creare inedite alleanze come quella tra Nokia e Yahoo!.

Il valore di questa evoluzione però non può essere secondo me compreso fino in fondo senza considerare appunto la geolocalizzazione, di cui ho già parlato e che mi appare sempre più una straordinaria opportunità.

Gli smartphone con gps a bordo ormai offrono possibilità incredibili in termini di precisione e la fruizione di servizi legati a questa tecnologia inizia ad essere nota e diffusa anche in Italia, come ho avuto modo di sperimentare con successo nel progetto che seguendo con Gruppo Coin su Foursquare.

Spingersi avanti diventa poi semplice e il trend secondo me si avvicina sempre più al traguardo della realtà aumentata e sociale, con applicazioni come Layar o TagWhat, oltre che allo shopping online su cellulare contestuale e guidato dai pareri degli amici.

In tutto questo mi resta sempre qualche dubbio sulla mancanza di uno standard comune sulle applicazioni per smartphone, che alla lunga potrebbe limitare lo sviluppo di questo mondo per motivi di convenienza economica o di divergenze di vario genere (si pensi a Apple e Adobi sul Flash per iPhone/iPad).

Ma questa è un’altra storia, mentre da noi in Italia le aziende sono ancora molto timide già solo per approcciare i social media nel web vissuto da pc…

Si potrebbe scrivere un trattato su questo mondo ma ora lascio a voi la parola per commenti e impressioni.


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Socialnomics. How Social Media Transforms the Way We Live and Do Business

Socialnomics. How Social Media Transforms the Way We Live and Do Business è un libro di Erik Qualman uscito per John Wiley & Sons nel 2009.

Il suo sottotitolo, come i social media stanno cambiando il nostro modo di vivere e di lavorare, è molto eloquente circa il focus e la tesi di fondo del libro: il web sociale sta modificando in profondità il mondo.

Rispetto ai classici libri sui social media Qualman ha il pregio di essere più sociologico e di interessarsi dunque di tendenze e fenomeni che non sono relativi solo alla vita lavorativa e al business.

Il contesto descritto è marcatamente statunitense nelle abitudini e nei riti quotidiani, tuttavia anche per un lettore europeo ci sono molti spunti ed anticipazioni di quelli che saranno trend che arriveranno prossimamente da noi.

Ad esempio nel libro di Qualman Twitter è un media di massa, usato da larghe fette di popolazione trasversali all’età e (in parte) allo stato socio-economico mentre Facebook appare sì importante ma non così pervasivo come in altri paesi.

Gli esempi portati nel libro non sempre sono clamorosamente convincenti, sia per alcune differenze culturali sia per la loro poco universalità, ma in ogni caso molte delle tesi di fondo sono davvero interessanti.

Tra le altre cose da notare, un intero capitolo è dedicato a quella che l’autore definisce fine della schizofrenia sociale, ossia della tradizione divisione tra ribalta e retroscena di Goffmann che in effetti va progressivamente sfumando nel momento in cui i fatti e i comportamenti privati vengono postati verso un pubblico globale.

Interessante è anche l’enfasi data alla centralità delle persone, che sono molto più attente a quanto fanno i propri amici rispetto ai risultati dei motori di ricerca, con la relativa influenza sui comportamenti d’acquisto.

Ancora, il narcisismo e la voglia di essere protagonisti è bene esplorata dall’autore così come il cambiamento della comunicazione in “un mondo dominato da 140 caratteri”.

Insomma, parliamo di una lettura interessante e che non affronta solo temi di business, con uno sguardo più ampio sulle trasformazioni generate nella società dai social media.

Personalmente poi, rispetto ad altri libri che ho letto recentemente, Qualman mi sembra un po’ meno attento a fornire dati e documentazione a conferma delle sue teorie (certi casi sono un po’ semplicistici) ma nell’insieme il libro vale la pena di essere letto per gli spunti che lancia continuamente dalle sue pagine.

Tipp-Ex: come coinvolgere i blogger in una campagna di marketing virale

Mi piace ogni tanto segnalare qualche iniziativa interessante e creativa che mi capita di incontrare sulla mia strada, e in questo caso ve ne racconto una dove è stata una campagna a venire da me e non il contrario.

Qualche giorno fa infatti mi è arrivato un sacchetto via corriere con dentro il kit che vedete nella foto qui sotto.

All’interno in particolare c’era un ritaglio di giornale dove si parlava di un blogger, io, che aveva salvato un orso da un cacciatore, con tanto di citazione di questo sito e con l’invito a guardare il video nella chiavetta presente del kit, video che trovate qui di seguito.

Va da sé che la corteccia con sopra l’indirizzo, che si vede alla fine del video, era anche lei nella mia confezione regalo, con sopra questa url:  http://www.youtube.com/tippexperience.

Lascio a voi la visione di questo canale (buon divertimento!) di cui qui trovate ulteriore spiegazione, da parte mia non posso che citare con piacere questa campagna di coinvolgimento dei blogger/influencer ideata da We Are Social, molto curata nei dettagli (il ritaglio di giornale fatto benissimo, la chiavetta di legno con il bossolo del proiettile, la mia immagine dentro la foto allegata al plico).

Una testimonianza ulteriore di come una pianificazione intelligente di attività di comunicazione online possa dare buoni risultati, ossia nello specifico quantomeno la produzione di questo post!

Che ne dite? Avete esempi simpatici in merito da raccontare?

Social Network in Italia, oltre a Facebook c’è di più?

Eccoci di ritorno dopo una più che necessaria pausa estiva!

In questi primi giorni stavo ricapitolando dunque vari progetti aperti sui social media e mi ponenvo un quesito: in Italia oltre a Facebook, per uso consumer e non professionale, quali sono i servizi online realmente diffusi e utilizzati attivamente (su questo ho creato anche sondaggio su Linkedin)?

Preciso che per uso attivo intendo quelle attività dove c’è una reale partecipazione e produzione di contenuti, oltre alla fruizione di quelli creati da altri. Questa distinzione non è oziosa, per esempio nel caso di YouTube c’è una bella differenza fra chi guarda i video e che invece li crea e li pubblica.  Inoltre in questo discorso sto riflettendo solo sugli usi privati, generalisti e legati al tempo libero di persone non addette ai lavori.

In altri paesi, nella mia percezione almeno, strumenti come Twitter sono generalisti e di larga diffusione mentre in Italia sono ancora legati a mondi professionali o di interesse molto specifici. Anche la crescita notevole del mobile surfing sembra però muoversi sopratutto attorno alla sfera di Facebook o a servizi “classici” come la mail.

Più vivace è la scena dei blog tematici (fashion, tecnologia) mentre ormai l’utilizzo degli strumenti mediali moderni rende meno attrattivo il blog come diario personale.

C’è da dire che questa situazione di limitato utilizzo generalista e ludico non deve essere un freno all’utilizzo del social media marketing, anzi la specializzazione dei vari strumenti costituisce un’ottima occasione per raggiungere determinati pubblici sulla base di una corretta strategia e selezione del target, senza contare la rapida evoluzione di questi fenomeni.

Mi piacerebbe però conoscere la vostra opinione, a parte Facebook gli altri social in Italia sono usati in modo attivo, anche fuori da argomenti tematici e professionali? Ossia dove commentereste l’ultimo film visto o condividereste le portate della cena appena conclusa? 🙂

Post di una mattina di mezza estate: buone vacanze…con qualche spunto per l’autunno!

E’ arrivato finalmente il momento di fare un po’ di sosta, dopo un anno di galoppate e in vista di un autunno a dir poco “vivace”.

Nella prima parte del 2010 abbiamo detto che questo sarebbe stato l’anno del social media marketing maturo, dello sviluppo dell’enterprise 2.0 e del decollo del mobile web: in parte ciò si avverato e in parte no.

Io credo, e spero, che anche nel nostro paese si sviluppi un uso intelligente e illuminato delle nuove tecnologie, su larga scala, superando i vecchi gap culturali e le paure di chi teme il cambiamento.

In attesa di vedere dunque cosa ci riserva l’autunno vi lascio per un po’ di giorni con l’augurio che possiate passare una buona estate, serena e solo moderatamente connessa.

In più vi saluto con una presentazione di Morgan Stanley che prova ipotizzare un po’ dei trend di cui poi discuteremo al ritorno (gli spunti in forma di commento al post sono assolutamente graditi).

Buone vacanze!

Crowdsourcing, social media, user genereted content… e le agenzie?

Le nuove tecnologie e l’approccio partecipativo del social web hanno sicuramente ridisegnato in modo vistoso abitudini e logiche della comunicazione tradizionale.

In particolare alcuni fenomeni, come il crowdsourcing e lo user generated content (ed advertising) hanno scatenato negli ultimi sei mesi frequenti discussioni e polemiche tra aziende, agenzie e il mondo della rete.

Prendiamo ad esempio il crowdsourcing per quanto riguarda la creatività, impersonato in modo diverso dai due grandi player Zooppa e BootB: le agenzie tradizionali spesso si sono scagliate contro di loro, accusandoli di essere solo fonte di impoverimento della qualità, oltre che un mero modo per risparmiare.

Io posso dire per esperienza diretta che le cose sono più sfumate: è certo che in questi progetti c’è minore livello di consulenza e l’azienda è sola a giudicare, magari senza averne i mezzi, un’infinità di lavori di livello eterogeneo. E’ anche pur vero però che la ricchezza e quantità di spunti che un contest di questo tipo può dare non è assolutamente riproducibile dall’agenzia.

L’errore dunque secondo me è nella contrapposizione netta e ostile fra la creatività che si attribuisce la c maiuscola e presunti amatori, mentre io ritengo che il ruolo consulenziale e di guida strategica nel tempo che può avere un’agenzia posso trovare valore anche nell’affiancarsi talvolta a nuove forme di apertura con l’esterno.

Insomma una guida ci vuole nel medio e lungo periodo, ma quest’ultima deve essere aperta e non solo impegnata a difendere la propria posizione, è vero che non sempre la collaborazione è possibile ma l’ostilità preconcetta è molto pericolosa.

Lo stesso ragionamento si può applicare all’attività di social media marketing: da un lato io trovo che l’azienda non possa delegarla in toto all’esterno, perché è un aspetto che deve essere seguito da persone che vivano in diretta quanto poi rilanciano all’esterno.

Questo però non vuol dire che una realtà esterna, competente, non possa seguire il percorso strategico scegliendo obiettivi e tecnologie ed aiutando la crescita del personale interno.

Non a caso l’attività fai da te sul social web, fatta fare magari allo stagista perché tanto “è tutto gratis”, è sempre destinata al fallimento.

In conclusione dunque non vedo nelle nuove tendenze della comunicazione un rischio per i professionisti del settore, a patto che siano competenti, aperti e dotati della giusta mentalità, per farsi capire e apprezzare adeguatamente dalle aziende che danno loro lavoro.

Voi che ne pensate? C’è una contrapposizione reale e duratura o solo una momentanea mancanza di dialogo tra due mondi molto vicini e intersecabili?

Avete mai pensato di usare Twitter per ascoltare?

Twitter è uno degli strumenti del social web più difficili da approcciare: criptico nel linguaggio per chi non ne è pratico e dannatamente sintentico, il che è spesso un problema per chi fa comunicazione tradizionale.

Al di là dell’utilizzo come strumento per parlare, da valutare secondo la propria strategia di social media marketing, Twitter però offre un’altra grande opportunità: l’ascolto!

Fonte: http://socialnomics.net

Tutti i social media sono una fonte inesauribile di spunti per chi ha la pazienza e la capacità di ascoltare, tuttavia Twitter oggi è il motore di ricerca dal più alto tasso di crescita, con 800 milioni di ricerca al giorno!

Un autentica miniera di spunti e trend emergenti, un termometro della conversazione globale, tanto che i suoi creatori oggi stanno cercando di monetizzare questa ricchezza.

Dunque dal semplice Twitter Search fino ai tools più sofisticati, il mio invito è quello di provare a cercare i temi che più vi interessano attraverso la twittosfera, per capire i trend ed iniziare la vostra conversazione online su Twitter.

Qual è la vostra esperienza in materia?

ROI, return on information?

Torno nuovamente su di un tema a me caro, di cui ho già parlato in quanto mi tocca anche sul piano di alcuni progetti in cui sono coinvolto lavorativamente, quello delle informazioni e della loro circolazione.

L’influenza dei social media ha infatti fatto emergere un corposo insieme di teorie e sistemi riguardanti l’enterprise 2.0, che però dai dati che circolano sembra essere molto apprezzata ma poco messa in pratica al di là del livello sperimentale.

In effetti però questi paradigmi, e più in generale la facilità di gestire e condividere l’informazione dentro e fuori l’organizzazione, saranno una delle sfide del futuro più vicino.

Vediamo la cosa dal punto di vista più facile da capire: i costi.

Non avere un modo semplice e riconosciuto di immagazzinare le informazioni e di renderle facilmente riutilizzabili è una fonte enorme di inefficienza, che a livello di top management raramente si manifesta come problema percepibile ma che a conti fatti è un dramma.

A questo si aggiunge il fatto che mentre stiamo ancora discutendo di passaggio delle informazioni dalla carta all’eventuale sito web il mondo va verso una crossmedialità spinta: ne sono testimonianza qr code, msite, application per smartphone, tv che navigano nel web e leggono i widget, strumenti ibridi come iPad o specializzati come Kindle.

E’impensabile dunque che ogni device o soluzione implichi un nuovo lavoro di recupero e adattamento da zero di contenuti e processi, ciò rappresenta un costo e un’inefficienza che presto diventeranno davvero pesanti da sopportare.

C’è poi un tema organizzativo, le persone cui sono dati i mezzi e gli spazi:

a)      condividono spontaneamente ciò che hanno perché ne trovano il vantaggio e ne vedono lo scopo

b)      sono più motivate perché coinvolte e ingaggiate

c)      sono più produttive, perché possono rielaborare stimoli e aggregarli in mashup che le rigide funzioni aziendali non permettono.

Per ottenere questo, come già esplicitato altre volte, occorre un lavoro culturale prima che tecnologico. Vi ricorda nulla? Provate a rileggere dell’approccio POST di cui spesso ho parlato.

Riusciremo presto a parlare di un ROI inteso anche come “ritorno sull’informazione”?

Secondo me sì, ma qui vorrei sentire le vostre idee ed esperienze.

Social media marketing, è anche per le piccole aziende?

Sul social media marketing ormai si discute ovunque in rete, almeno fra tutti coloro che sono addetti ai lavori.

Sono molto meno convinto invece che questo dibattito arrivi alle orecchie delle piccole e medie imprese, che sono impegnate nel lavoro di tutti i giorni e non possono disporre di un reparto marketing strutturato (condizione per altro non sufficiente per una strategia sul web sociale).

Come discusso in un post precedente temo poi che gli esperti di settore, già raramente in contatto con questo target, non parlino una lingua concreta e comprensibile all’imprenditore qualora le due parti si confrontino.

Ma le pmi dovrebbero fare social media marketing? E se lo possono permettere?

Sul fatto di doverlo fare direi proprio di sì: il mercato online offre grandi opportunità e limita notevolmente le differenze tra grandi e piccoli, dato che “gli iperlink sovvertono le gerarchie” (Cluetrain Manifesto). Inoltre il non esserci non equivale a non subire critiche, che anzi in caso di assenza non si è pronti ad affrontare, con gravi danni alla propria immagine.

Ecco dunque qualche consiglio, che traggo da una mia presentazione di pochi giorni fa:

a)      ascoltate tanto, con tool dedicati o anche con strumenti più semplici e gratuiti

b)      scegliete uno o due tipi di social media e coltivate la relazione, senza voler essere ovunque

c)      non delegate questo lavoro agli stagisti, è un aspetto strategico

d)      fatevi consigliare dagli esperti ma non delegate a loro il lavoro, dovete essere voi i protagonisti.

Il social media marketing di fatto è un lavoro di pazienza, attenzione e strategia, dove la principale risorsa economica è il tempo, non il denaro cash.

Per questo può essere alla portata di chi fa il proprio lavoro con passione e competenza, in prima linea, e forse diventa perfino più facile metterci la propria faccia quando non si è nascosti dentro una direzione marketing numerosa.

Parliamo infatti di rapporti personali e di umanizzazione dell’entità azienda, che diventa persona, e l’imprenditore italiano in questo potrebbe essere davvero protagonista, con la sua storia e le sue passioni.

Certo, ci vuole tempo, confidenza con il mezzo e qualche buon consiglio ma credo sia un investimento che valga la pena di intraprendere. In fondo non si tratta di esserci o non esserci, ma di vivere da protagonisti il social web invece che subirlo, sfruttando la sua forza a proprio favore (in questo senso leggetevi il capitolo 2 di “L’onda anomala”).

Voi che ne dite?

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