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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Trends, attualità & dati

Commenti brevi su dati, trend e attualità della rete

Social Network in Italia, oltre a Facebook c’è di più?

Eccoci di ritorno dopo una più che necessaria pausa estiva!

In questi primi giorni stavo ricapitolando dunque vari progetti aperti sui social media e mi ponenvo un quesito: in Italia oltre a Facebook, per uso consumer e non professionale, quali sono i servizi online realmente diffusi e utilizzati attivamente (su questo ho creato anche sondaggio su Linkedin)?

Preciso che per uso attivo intendo quelle attività dove c’è una reale partecipazione e produzione di contenuti, oltre alla fruizione di quelli creati da altri. Questa distinzione non è oziosa, per esempio nel caso di YouTube c’è una bella differenza fra chi guarda i video e che invece li crea e li pubblica.  Inoltre in questo discorso sto riflettendo solo sugli usi privati, generalisti e legati al tempo libero di persone non addette ai lavori.

In altri paesi, nella mia percezione almeno, strumenti come Twitter sono generalisti e di larga diffusione mentre in Italia sono ancora legati a mondi professionali o di interesse molto specifici. Anche la crescita notevole del mobile surfing sembra però muoversi sopratutto attorno alla sfera di Facebook o a servizi “classici” come la mail.

Più vivace è la scena dei blog tematici (fashion, tecnologia) mentre ormai l’utilizzo degli strumenti mediali moderni rende meno attrattivo il blog come diario personale.

C’è da dire che questa situazione di limitato utilizzo generalista e ludico non deve essere un freno all’utilizzo del social media marketing, anzi la specializzazione dei vari strumenti costituisce un’ottima occasione per raggiungere determinati pubblici sulla base di una corretta strategia e selezione del target, senza contare la rapida evoluzione di questi fenomeni.

Mi piacerebbe però conoscere la vostra opinione, a parte Facebook gli altri social in Italia sono usati in modo attivo, anche fuori da argomenti tematici e professionali? Ossia dove commentereste l’ultimo film visto o condividereste le portate della cena appena conclusa? 🙂

ROI, return on information?

Torno nuovamente su di un tema a me caro, di cui ho già parlato in quanto mi tocca anche sul piano di alcuni progetti in cui sono coinvolto lavorativamente, quello delle informazioni e della loro circolazione.

L’influenza dei social media ha infatti fatto emergere un corposo insieme di teorie e sistemi riguardanti l’enterprise 2.0, che però dai dati che circolano sembra essere molto apprezzata ma poco messa in pratica al di là del livello sperimentale.

In effetti però questi paradigmi, e più in generale la facilità di gestire e condividere l’informazione dentro e fuori l’organizzazione, saranno una delle sfide del futuro più vicino.

Vediamo la cosa dal punto di vista più facile da capire: i costi.

Non avere un modo semplice e riconosciuto di immagazzinare le informazioni e di renderle facilmente riutilizzabili è una fonte enorme di inefficienza, che a livello di top management raramente si manifesta come problema percepibile ma che a conti fatti è un dramma.

A questo si aggiunge il fatto che mentre stiamo ancora discutendo di passaggio delle informazioni dalla carta all’eventuale sito web il mondo va verso una crossmedialità spinta: ne sono testimonianza qr code, msite, application per smartphone, tv che navigano nel web e leggono i widget, strumenti ibridi come iPad o specializzati come Kindle.

E’impensabile dunque che ogni device o soluzione implichi un nuovo lavoro di recupero e adattamento da zero di contenuti e processi, ciò rappresenta un costo e un’inefficienza che presto diventeranno davvero pesanti da sopportare.

C’è poi un tema organizzativo, le persone cui sono dati i mezzi e gli spazi:

a)      condividono spontaneamente ciò che hanno perché ne trovano il vantaggio e ne vedono lo scopo

b)      sono più motivate perché coinvolte e ingaggiate

c)      sono più produttive, perché possono rielaborare stimoli e aggregarli in mashup che le rigide funzioni aziendali non permettono.

Per ottenere questo, come già esplicitato altre volte, occorre un lavoro culturale prima che tecnologico. Vi ricorda nulla? Provate a rileggere dell’approccio POST di cui spesso ho parlato.

Riusciremo presto a parlare di un ROI inteso anche come “ritorno sull’informazione”?

Secondo me sì, ma qui vorrei sentire le vostre idee ed esperienze.

Tra nuvole e cellulari…

In questi giorni ho letto parecchie news interessanti, che mi hanno ispirato questo breve post, che vuole guardare un po’ al futuro.

Un primo argomento di interesse è legato al tema del cloud computing, di cui ho parlato qualche tempo fa: un esempio abbastanza eclatante è dato dall’annuncio di Microsoft che mette in rete una parte del suo gioiello Office, per competere con Google Docs.

immagine tratta da http://www.sis.pitt.edu/

Gli ambienti collaborativi online sono ormai sempre più numerosi, nella mia personale esperienza tra software saas e servizi come social bookmarks, strumenti di video conferenza, Google Docs/Calendar etc. non noto quasi nessuna differenza tra un pc e l’altro su cui posso trovarmi a lavorare.

Dal punto di vista macroeconomico su questa tendenza influiscono molto i fenomeni descritti da Chris Anderson in “Gratis”: banda sempre più larga e storage sempre più economico.

A questo punto, stando anche ai pareri di diversi analisti, con l’avvento definitivo dello standard  LTE il mondo del Cloud sarà realmente accessibile anche dai cellulari, e qui arriviamo al secondo tema: lo sviluppo del mobile e dei dispositivi sempre connessi.

Immaginatevi di avere tutti i vostri servizi e software pronti ad essere fruiti in qualsiasi momento dal vostro cellulare: non sarebbe niente male no?

Che cosa ci blocca? Secondo me, a parte la tecnologia di trasmissione dati, i limiti risiedono ancora nella frammentazione dei vari sistemi operativi, cui si collegano diversi limiti di standard che in paesi più evoluti, come il Giappone, non si verificano (si pensi ai QR code).

Inoltre nel nostro paese si fa molta comunicazione alle promozioni tariffarie ma poco si lavora sull’informazione agli utenti, che ancora conoscono solo una minima parte delle opportunità offerte dal loro dispositivo mobile (anche se 10 milioni di utenti a gennaio si sono collegati al web in mobilità).

Voi che cosa ne pensate? Tra quanto saremo pienamente fra le nuvole, anche con il cellulare?


Ci cancelleremo tutti dai social network per difendere la nostra privacy?

Qualche giorno fa i media hanno dato grande spazio al Quit Facebook Day, nel quale le persone avrebbero dovuto lasciare in massa il più grande e famoso social network del mondo per protestare contro le sue politiche privacy.

E’ stato un flop, con poco più di 30.000 cancellazioni su 400 milioni (!), mentre Zuckerberg si affrettava a modificare le policy del suo gigante.

La vicenda è comunque interessante perché testimonia ancora una volta la confusione che regna sui temi privacy sul web: ho sentito dai telegiornali nazionali frasi del tipo “i social network rivelano dati sensibili, come ad esempio l’appartenenza politica”. Avete mai visto un social network che chiede come dato obbligatorio la dichiarazione di voto o che ti costringe a caricare le foto della tua ultima sbornia?

Chiariamoci subito, il problema della tutela dei dati personali è reale, e ogni sito che ne detenga deve renderci facile e trasparente la loro gestione, condivisione e cancellazione.

Detto questo però la nostra responsabilità personale resta cruciale, dobbiamo capire che ciò che carichiamo online è di fatto di dominio pubblico, soprattutto se non impariamo a distinguere tra messaggi privati tra amici e pubblicazioni su bacheche visibili a tutti.

Mi sembra dunque urgente e fondamentale una campagna di educazione degli utenti, tema di cui ho già parlato a proposito del Safer Internet Day. In più, se usiamo il web per lavoro, dobbiamo essere attenti e intelligenti nel creare una nostra identità online.

Io purtroppo vedo ancora tanta ignoranza, gonfiata dagli strafalcioni dei media, e voi che cosa ne pensate?

E-commerce Consumer Behaviour Report: lo shopping online tra luci, ombre e qualche sorpresa

Non ho avuto purtroppo modo di partecipare di persona all‘E-commerce Forum del 18 maggio scorso, anche se in parte l’ho seguito in streaming online.

Ho avuto però modo di scaricare “E-commerce Consumer Behaviour Report“, la prima indagine sui comportamenti di acquisto online in Italia, realizzata da ContactLab in collaborazione con Netcomm.


La base dati è assolutamente interessante, 46.000 questionari compilati online dai consumatori, invitati ad esprimere le loro opinioni sulle abitudini di acquisto sulla rete.

Ci sono diversi spunti interessanti, ad esempio rispetto all’età: il 24% di coloro che fanno shopping ha più di 55 anni, mentre gli under 25 sono appena il 3%. Un fatto probabilmente spiegabile con la maggiore disponibilità economica delle fasce d’età più adulte.

Un po’ di diffidenza in più per le donne, secondo me dovuta alla maggiore componente sociale dello shopping fatto in negozio fisici, e una presenza di molto veterani, che acquistano da tempo online, sono aspetti che vengono confermati anche da questa indagine.

Molti fanno acquisti di più beni e servizi diversi (66%), mi immagino in parte anche su siti esteri vista la scarsa presenza di player italiani qualificati nei prodotti tangibili.

E’ bene evidenziare anche la concretezza degli acquirenti, che si concentrano sulla sicurezza del servizio e sulla logistica (il 69% dà importanza ad entrambi i fattori), ossia quelle parti di un progetto di e-commerce che sono spesso poco ponderate quando si costruisce uno shop online.

Il mio commento a margine di questa interessante ricerca, che altri stanno già commentando meglio di me, è che probabilmente in Italia la domanda è molto più avanti dell’offerta.

Le aziende tradizionali sono molto prudenti nell’entrare nell’online business e le vendite multicanale, che sono la regola in UK, nel nostro paese sono praticamente assenti.

Speriamo dunque che ricerche come queste siano di stimolo alle imprese italiane che producono beni tangibili, per far sì che entrino seriamente nel business e-commerce, senza dimenticare di affrontare l’organizzazione della logistica, della sicurezza e dell’assistenza al cliente (che spesso si trascurano).

Altrimenti nei prossimi forum diremo sempre le stesse cose…

Un augurio di buona Pasqua con un pensiero non business

Si avvicina la Pasqua e prima della mini pausa vi voglio fare gli auguri, rilassatevi e disconnettetivi un po’, anche se il tempo non promette niente di buono.

Nell’occasione mi piace fare un pensiero su Internet in una chiave non business, partendo da una lettura che mi ha molto colpito sull’ultimo Wired, quella su Yoani Sanchez e il suo blog Generazione Y.

Come già in altri numeri, con gli articoli su Iran e Cina, la rivista mi ha aiutato a guardare Internet e il web in una chiave più ampia, come una risorsa di libertà, espressione, possibilità di cambiare il mondo. Anche quando la connessione è ferma a 56kbs e si spende uno stipendio intero per tre ore di navigazione.

Internet ha cambiato la nostra vita quotidiana ma quanto spesso pensiamo alle opportunità che questo mezzo offre per il progresso dei popoli?

Vi invito a cercare documentazione sulle storie degli internauti cinesi, iraniani, cubani e fare un pensiero rispetto al sostegno di Internet come premo nobel per la pace, la candidatura è stata accettata, voi siete pronti?

Buona Pasqua, sperando che sia una festa di pace!

La sentenza contro Google Video e la regolazione del web 2.0

Ha fatto molto rumore la sentenza che ha portato alla condanna di tre manager di Google Italia per un video becero dove dei ragazzi picchiavano un giovane disabile.

Sul suo blog italiano (e anche su quello internazionale) Google ha individuato in questo episodio una grave minaccia per il web, mentre altri commentatori hanno ridimensionato i fatti.

La pagina del blog Google sull'accaduto

Ho già scritto in passato che il web 2.0 ha in sè un lato oscuro, in quanto la sua potenza espressiva amplifica (anche) quanto di negativo c’è nella società, con l’aggravante che le persone ancora non capiscono a pieno la differenza fra virtuale e reale quando postano in rete.

In Italia sicuramente stiamo diventando sensibili al tema della regolamentazione del web, a volte in modo un po’ emotivo, tuttavia il problema sostanziale del controllo c’è, e non solo nel nostro paese.

Non mi sembra possibile pensare a priori che ci possa essere una responsabilità automatica di provider e siti social sui contenuti caricati dagli utenti, visti i volumi e la varietà dei materiali. Inoltre lasciare il giudizio sul contenuto a chi li ospita può creare distorsioni, come quella di Facebook che elimina i gruppi sull’allattamento al seno ma non quelli pro mafia.

Di certo invece provider e siti devono essere puniti se non intervengono tempestivamente per rimuovere ciò che viene individuato come dannoso e pericoloso, però a chi tocca decidere cosa può essere definito tale?

Sicuramente è un discorso spinoso, mi verrebbe da pensare ad un ente terzo, neutrale e non governativo, che sia incaricato di giudicare e vigilare, aiutando gli isp a fare il loro lavoro senza colpevolizzarli (ma sanzionando chi poi non interviene).

Voi che cosa ne pensate? A livello legislativo che cosa proporreste?

It’s My Time, il casting di Benetton si fa online

E’ un periodo di grande fermento nel crowdsourcing e nel ricorso al web 2.0 per la comunicazione dei grandi brand della moda e del retail italiano.

Infatti dopo i successi di Coin e di Upim con le loro campagne su Zooppa è ora il turno di Benetton, che porta online il suo casting con l’iniziativa It’s My Time. L’unico requisito è avere più di 14 anni. Su altre caratteristiche, come sesso e colore dalla pelle, non ci sono limiti per partecipare al primo casting online su scala mondiale per trovare i 20 protagonisti della sua campagna pubblicitaria “United Colors” per l’autunno-inverno 2010-11.

L'home page di It's My Time

Ampio l’uso di social media a sostegno, a partire da Facebook, e non manca nemmeno il ricorso alla realtà aumentata.

Maggior dettagli li potete leggere qui, da parte mia voglio solo sottolineare come tre grandi brand italiani abbiano virato con forza sulla rete per trovare nuove idee di comunicazione.

E’ il futuro che inizia ad avanzare?

Chi ha paura del web 2.0? Un piccolo e-book di inizio anno…

Eccoci qui, nel 2010, all’inizio di un anno che si prospetta stimolante sul web, anche in Italia.

Per fare davvero il salto però bisogna cambiare prima di tutto la mentalità (vedi ad es. questa presentazione) e raggiungere un primo grande traguardo: conoscere davvero la materia e così superare la paura del cosiddetto web 2.0.

Più che fare previsioni e prima di nuovi ragionamenti ho pensato dunque di raccogliere in un piccolo e-book alcuni dei post più significativi che ho scritto su questo blog.

Non ho particolari pretese, se non quella di dare degli spunti riassumendo in un unico documento una serie di stimoli che ho proposto nel tempo.

Naturalmente potete farlo girare se vi piace, visto che lo scopo è essenzialmente divulgativo e che è distribuito secondo la licenza Creative Commons Deed Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5. 🙂

Per maggiore fruibilità il book è disponibile in 3 formati, oltre ad essere sfogliabile online.

Attendo i vostri commenti.

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