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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Riflessioni a fil di rete

approfondimenti e riflessioni sulla rete e non solo

Sembra facile…benvenuti nella complessità digitale!

Articolo pubblicato il 2 aprile 2012

L’ecosistema digitale è sempre più complesso ma per molte aziende questo fatto non è ancora evidente.
I social media e l’evoluzione tecnologica degli strumenti digitali, che vengono abbastanza da lontano, hanno infatti dato una percezione di semplificazione rispetto alla realtà: mezzi gratuiti o poco costosi, simili a quelli che usiamo già come utenti privati e con basso profilo di rischio.

Un esempio (naturale) di complessità: i frattali nei broccoli

Come sappiamo anche solo limitandoci a una visione superficiale non è così perché, ad esempio, il fatto che gli utenti siano perfino più esperti dei loro interlocutori aziendali e accedano alla pari agli stessi mezzi crea più di qualche grattacapo nel momento in cui vogliono essere ascoltati e dialogare.

Proviamo però ad andare anche oltre a questi temi, piuttosto assodati anche se totalmente ignorati da larga parte di chi si occupa di digitale in azienda, per spingerci più avanti.

Ecco alcune questioni che i CMO (o i Chief Marketing Technologist?) dovranno presto affrontare:

a) Skills tecnologiche: saranno sempre più richieste anche se non in chiave di puro tecnicismo quanto in termini di visione strategica e di comprensione degli strumenti. Non possiamo essere meno competenti sui mezzi rispetto al pubblico target. E la strategia è un’altra cosa rispetto a saperci smanettare.

b) Capacità di ragionare in ottica multicanale: mentre in molte realtà si fa ancora fatica ad adattare la propria comunicazione tradizione al web il mondo va sempre più nella direzione di una ipertestualità diffusa e di una multicanalità in cui i nativi digitali si aspettano un’esperienza coerente in tutti i canali digitali e fisici. Una bella sfida, sopratutto sul piano dei contenuti.

c) Capacità di bilanciare paid, earned e owned media: il panorama degli strumenti è reso ancora più complicato dal fatto che alcuni sono sotto il nostro pieno controllo e altri molto meno. E’ il dilemma di cui ho parlato ad esempio qui, e che non va dimenticato nella costruzione delle basi della nostra digital strategy.

d) Corretto uso di tutti i dati per comprendere le opportunità di business e modificare i propri modelli: è il tema del big data, rispetto al quale la capacità di sfruttare la (fin troppo?) ampia quantità di informazioni disponibili sarà cruciale.

e) Coraggio di cambiare: cambiare l’organizzazione interna, cambiare i modelli di business, cambiare mentalità e vincere il timore di esporsi e dialogare, dato che ormai non è più possibile farne a meno.

Non mi sembra uno scenario così semplice, no? 🙂

Secondo la vostra esperienza stiamo maturando queste consapevolezze in Italia o siamo ancora indietro?

Google Play e (ancora una volta) la logica dell’ecosistema

E’ nato da pochi giorni Google Play, il nuovo market del colosso del web che va a inglobare il vecchio Android Market e presto diversi altri servizi legati alla vendita di contenuti.

Google Play
La notizia, arrivata più o meno in concomitanza con il lancio del nuovo iPad, mi sembra quanto mai coerente con le ultime mosse di Google rispetto all’integrazione e alla privacy unificata dei suoi servizi.
In tempi non sospetti infatti avevo scritto che Google+, tutt’ora oggetto un po’ misterioso nei reali risultati, non doveva essere visto come pura reazione a Facebook ma come un pezzo di un ecosistema più vasto, termine che uso spesso e che ritrovo con piacere anche sul Sole 24 Ore proprio a proposito di Google Play.

A mio avviso dunque non siamo (solo) davanti a una rincorsa a Apple, che pure segna spesso la via per i big della rete, ma a un processo per cui questo market si inserisce nella razionalizzazione di quel mare di servizi che Google lancia continuamente, con diverse fortune, grazie alla fetta di tempo che i suoi sviluppatori possono dedicare ai progetti personali (20% del totale). Pochi sono profittevoli (e bastano alla grande) ma ora tutti quelli che hanno un certo successo stanno convergendo.

L’idea è una sola alla fine, avere un utente con un profilo Google con il quale esso può accedere a un mondi di servizi, gratuiti o a pagamento, collegati in modo più fluido e dove è presente costantemente l’advertising del colosso di Mountain View, il vero motore economico di questa macchina e su cui i competitors sono ancora distanti.

Tutto questo mondo, a differenza dei rivali tradizionali dell’informatica come Microsoft, si svolge totalmente online dato che anche Google Play ospiterà tutti i contenuti acquistati su cloud, disponibili anche da altri device tramite il Google ID.
Ossia se volete quello che fa iCloud ma anche la stessa Google con i Chrome Book, la cosa interessante è che Google vuole ora rendere anche gli smartphone Android un hardware governato dai propri profili, scelta che limita molto il potenziale svantaggio rispetto a Apple di avere a che fare con diversi produttori, mentre lascia vivo il plus di un ecosistema più vasto.

In conclusione dunque ci troviamo difronte a un disegno molto vasto, in cui Google fa leva sui tanti ambiti in cui è leader per insidiare anche leader di altri settori, quali Apple e Facebook, non tanto sul terreno diretto del servizio in sé ma anche e soprattutto inserendolo in un’offerta totalmente web e a 360°.
n piano a tratti un po’ inquietante per la vastità, ma pienamente coerente con l’economia dei dati e con lo sfruttamento delle opportunità date da una banda sempre più larga e da uno storage cloud sempre più diffuso ed economico che rende meno cruciale il vantaggio dato dall’harware.

Voi che ne pensate?

E se dall’economia dell’attenzione ci stessimo spostando verso l’economia dei dati?

Uno dei grandi problemi che i brand e gli individui hanno oggi è quello di poter emergere dal rumore e dall’overload di informazioni per poter essere rilevanti verso un certo pubblico, nicchia o un mercato di massa che sia.
È un tema forte dell’economia dell’attenzione in cui ci troviamo: gli strumenti per comunicare ormai sono alla portata di tutti, moltissimi li usano (bene o male, ma non è questo il punto), pochi invece ascoltano e ne scaturisce un gran rumore, in cui è difficile cogliere cosa ci interessa.

Per ovviare a questo ci si attrezza, in vario modo: la content curation è un tema forte del momento, si continua a parlare di web semantico e di nuovi strumenti di ricerca (un’altra volta vorrei discutere di Volunia) e, in genere, si fruisce dei nuovi media attraverso singole applicazioni che consentono di fare agilmente poche cose alla volta.

Chi vuole dunque fare marketing e strategia all’interno di questo contesto sempre più affollato oggi si concentra molto sul riuscire a farsi sentire. E molto poco sull’ascolto.
Ma io intravedo dietro a questa bagarre un’opportunità straordinaria, e difficile da sfruttare senza cognizione di causa, che è quella dei dati.


Pensiamoci un attimo: se vediamo l’ecosistema digitale odierno (ribadisco: ecosistema) e quello di business più in generale probabilmente non ci sono mai state tante possibilità di raccogliere, analizzare, correlare informazioni che vengono dalle fonti più disparate, online e offline, via computer o via altri device (primi fra tutti i cellulari).

É il tema di the big data di cui ho parlato altre volte recentemente e su cui stanno costruendo la loro fortuna alcuni dei big della nuova economia: Facebook e Google ad esempio fondano la loro redditività sulla vendita di spazi pubblicitari che si basano sulle informazioni e sui comportamenti dei propri utenti, con una precisazione e misurabilità sconosciuta ai vecchi media.

Mark Zuckenberg mentre illustra Open Graph - fonte: searchenginejournal.com

Sulla loro scorta, anche alcune grandi company private stanno iniziando a correlare e integrare tutti i dati in loro possesso, e chi ne ha i mezzi, come Walmart, si sta spingendo oltre con dei laboratori dove si costruiscono nuovi modelli di business.

Se il trend restasse questo il livello della sfida si alzerebbe notevolmente, in quanto:

A) basare le proprie strategie sulla comprensione e l’ascolto è molto più difficile che comunicare verso segmenti che abbiamo bene in mente ma che forse non esistono nella realtà. E non è poi un tema del tutto nuovo o solo legato ai media digitali.

B) raccogliere e strutturare i dati necessari a sviluppare il punto precedente è molto più complesso e oneroso che mettere una persona (magari in stage) a postare qualcosa su Facebook secondo l’ispirazione del momento

C) i dati vanno raccolti in una molteplicità di modi ma con una regia coerente alle spalle: ecco che tutti gli strumenti devono essere visti come un ecosistema che non può essere fatto di camere stagne e senza collegamento

D) qualcuno deve essere in grado di interpretare in una visione più ampia queste opportunità, leggendo in modo corretto le informazioni e trovando nuovi modi di costruire opportunità.

Guardando il tutto da un punto di vista economico la scelta sembra logica: si passa dal competere per una risorsa scarsa (l’attenzione) allo sfruttare una abbondante (il dato/informazione). Allo stesso tempo però non è molto interessante stare seduti su di un lago di petrolio se non lo si sa estrarre, raffinare e utilizzare (e/o anche vendere). E qui tornano in campo le persone e le nuove professionalità.

A mio avviso infatti una separazione netta fra “tecnologia” e “funzioni di business” perde di senso ma nelle nostre aziende questa evidenza ancora oggi fatica ad affermarsi.

Voi che cosa ne pensate? É troppo presto? É un trend momentaneo (io non credo)?

La tecnologia può migliorare la vostra organizzazione? Sì, se l’organizzazione lo permette!

Il rischio per chi si occupi di strategia digitale e, in generale, di nuove tecnologie per il business è quello di essere percepito come un tecnico.
La cosa è di certo piuttosto vera per diverse professionalità importanti e molto specializzate legate al mondo del digital (Seo, Developer, Data analyst etc.) che possono oggi trovare posto nelle organizzazioni più grandi, ma non per quelle figure che devono sovrintendere all’ecosistema dal punto di vista strategico.

immagine tratta da http://www.collaborationideas.com

Ne ho già parlato altre volte: la strategia digitale è qualcosa che si interseca profondamente con tutti i rami e i settori di business dell’azienda e richiede delle persone dotate di un approccio manageriale, della capacità di dialogare e di capire gli obiettivi e, naturalmente, competenti rispetto alle soluzioni tecnologiche che però non devono implementare in prima persona sul piano informatico.

Questa premessa è importante, secondo me, per capire se e come la tecnologia può far evolvere le organizzazioni: non conosco infatti nessuno strumento in grado di modellarle senza intervento umano (e manageriale), ma questo alle volte non sembra essere così chiaro.

Prima di tutto ritengo dunque che l’approccio POST che si applica ai consumatori si possa utilizzare anche per il cliente interno all’organizzazione: partire dalla tecnologia e non dalle persone cui è rivolta e dagli obiettivi che si vogliono raggiungere è una delle cause di insuccesso più frequenti.

Inoltre la capacità di avere una visione di insieme permette di collegare tante piccole e grandi richieste delle varie aree aziendali in un unico disegno, che permetta una reale evoluzione e non solo il tamponamento dei singoli problemi.

Ancora, la conoscenza della strategia di business unita a quella delle nuove opportunità offerte dalla tecnologia consente di immaginare nuovi scenari che non sono solo relativi alle richieste esplicite e consapevoli dell’organizzazione ma che guardano a ciò che portare davvero vantaggio competitivo per il futuro.

Infine, un ruolo di digital strategist con competenze managerialideve prevedere una certa capacità di evangelizzazione all’interno dell’organizzazione, in quanto la mentalità delle persone è il vero elemento chiave del mutamento, mentre la tecnologia è solo un supporto e uno strumento.

Mi sento dunque di rispondere alla domanda iniziale dicendo che la tecnologia può far evolvere profondamente le organizzazioni, e già oggi sta creando nuovi paradigmi, ma che questo processo deve essere guidato con il giusto audit interno, con lo stimolo della mentalità corretta e con un approccio strategico consapevole.

La mia personale esperienza lavorativa mi dice che tutto questo è possibile ma che questo tipo di ruolo è ancora implicito nelle organizzazioni, anche se sta diventando cruciale perché l’ecosistema digitale è sempre più complesso e pervasivo.
Voi cosa ne pensate?

Twitter, Summify e la content curation (con un pizzico di coda lunga)

La settimana scorsa Twitter ha acquisito Summifiy, una startup con base in Canada che offre un servizio che si sta rivelando sempre più apprezzato: la selezione dei contenuti più interessanti che vengono dai nostri vari social, con l’eliminazione del rumore di fondo che a volte ci impedisce di vedere gli elementi rilevanti.

Content Curation

Alla base c’è un fenomeno interessante, che passa sotto il grande cappello della content curation e che sta vedendo l’ ascesa anche di altri servizi, il più cool dei quali è Pinterest e il più premiato, nella sua tipologia, è Flipboard.

Il tema essenzialmente è quello di fruire del meglio delle news e degli stimoli che ci arrivano dai nostri contatti attraverso una selezione basata sulla popolarità di un tweet/post, sugli argomenti o su quanti altri filtri ci possono interessare.
La selezione può essere automatica oppure può avvenire ad opera delle persone stesse, che offrono anche ai loro contatti l’opportunità di consultare quello che si ritiene più interessante (come per Scoop.it, Pinterest, in fondo anche per il vecchio Delicious con gli stack).

Tutto questo ci permette alcune considerazioni: la prima è che anche in questo caso ci torna valida la teoria della coda lunga: per ogni nicchia più o meno grande sulla rete c’è un pubblico e per raggiungerlo è fondamentale la disponibilità di filtri che raffinino sempre più l’enorme offerta esistente fino a giungere a ciò che interessa davvero.

La seconda nota poi è che questo trend ci conferma che i social sono, per la maggior parte delle persone, un grande bacino d’ascolto dove per un utente che crea ci sono nove commentatori e novanta fruitori essenzialmente passivi.
Tale proporzione 1-9-90, anche se non nuova, deve far riflettere le aziende che comunicano sulla rete, per comprendere correttamente qual è il reale bacino di audience di cui dispongono, anche quando all’apparenza sono pochi coloro che interagiscono direttamente.

Ancora, la content curation dimostra che il giudizio e i criteri di selezione delle persone cui diamo credito è un fattore importante per i lettori, le aziende dunque dovrebbero essere in grado di porsi come “editori” credibili di elementi interessanti e non solo autoreferenziali, proponendo stili di vita, competenza negli argomenti del proprio territorio semantico e, soprattutto, capacità di individuazione e di ascolto dei propri target.

Infine è sempre più importante la capacità delle aziende di rendere liquidi e facilmente distribuibili i proprio contenuti, le immagini, i testi e quanto rientra nel mare degli asset digitali, per far sì che le persone li possano far entrare nei propri circuiti di lettura e condivisione, amplificandone clamorosamente la portata. Un’operazione tecnicamente non impossibile ma in assoluto poco nota alle aziende, anche nelle versioni più semplici e di lunga esistenza come i feed rss (che possono essere molto parcellizzati per argomento).

Il fenomeno della content curation ci dimostra dunque in conclusione che c’è voglia di contenuti validi e molto segmentati e che l’ostacolo casomai è l’enorme rumore di fondo che c’è online.
Come scrissi tempo addietro parlando del defunto Google Wave, una delle sfide del futuro nell’economia dell’attenzione è la capacità di offrire criteri rilevanti e anche semantici di selezione.
Mi sembra un trend attuale e su credo che siamo che si sia oggi solo all’inizio…

Buone Feste e…buon ascolto!

Siamo alla fine di un anno intenso per tanti motivi, in cui più che mai ho maturato la consapevolezza che gli strumenti digitali stanno assumendo una forza e un’importanza impressionante, e in modo altrettanto chiaro che manca in modo diffuso la professionalità necessaria per capire e governare un ecosistema così complesso.

immagine tratta da http://www.d4bmarketing.it/

Non ho voglia però di fare bilanci o previsioni e piuttosto auguro a me stesso e a tutti voi un po’ di pausa e di stacco, che ci introducano nel nuovo anno con una dote in più: quella di ascoltare.

I nuovi strumenti, grazie anche alla loro facilità d’uso, inducono aziende e privati a comunicare tanto e, spesso, anche a sproposito.
Eppure c’è un’opportunità eccezionale di ascolto che in molti stanno perdendo, per cui permettemi alcuni consigli:

  1. ascoltate i vostri clienti e quelli che potrebbero diventarlo, senza bearvi solo di quello che voi scrivete e postate;
  2. ascoltate i vostri dipendenti, che possono far crescere l’organizzazione grazie a sistemi collaborativi e diventare i vostri migliori ambasciatori;
  3. ascoltate gli esperti, quelli veri, e non pensate di poter sapere tutto perché usate Facebook alla sera;
  4. ascoltate (se siete consulenti o agenzie) le persone che stanno all’interno delle aziende e provate a capire anche il loro punto di vista, per aiutarli a cambiare senza farvi percepire come venditori di fumo;
  5. ascoltate…i vostri dati e fatene un uso intelligente;
  6. ascoltate infine anche le persone che vi stanno intorno fuori dal lavoro, e non vi fate risucchiare dalla comunicazione tramite le nuove tecnologie.

Il rumore ormai anche sul digitale è assordante, il mio augurio è di riuscire a discriminare quello che è importante e di non contribuire invece al baccano fine a se stesso.

Tanti auguri di buone Feste!

Costruireste una casa senza fondamenta? E allora, perché sul digitale sì?

I numeri dei social media sono sempre impressionanti, ogni volta che li si legge oppure li si vede in un video, come quello qui sotto.

È naturale e corretto dunque che le aziende che vogliono fare marketing digitale guardino con grande attenzione a questi fenomeni, anche se spesso lo fanno senza quella prospettiva strategica di cui tante volte ho parlato.

Tuttavia questo intesse si scontra con un problema di fondo di cui pochi si rendono conto, ossia la scarsa preparazione delle imprese, almeno per quanto riguarda l’Italia, sul web e i nuovi media in genere.

Per il mio ruolo professionale infatti mi confronto ogni giorno con i marketing di grandi e piccole aziende per attività di comunicazione digitale e mi rendo conto che spesso mancano le più elementari nozioni circa i concetti di link, domini internet, newsletter, formati dei file e chi più ne ha più ne metta.
Quasi tutti però sono pronti a fare qualcosa assieme sulle rispettive pagine di Facebook.

Allargando ancora lo sguardo e navigando su moltissimi siti aziendali emergono altri aspetti rilevanti, dalla totale assenza delle più elementari componenti SEO/SEM (e qui la colpa è anche di chi fa i siti) fino alla sezioni news aggiornate a 2 anni prima e passando per usi smodati del flash o di altre tecnologie che ogni iniziano a creare problemi con i dispositivi mobile.

Questi problemi naturalmente si applicano a chi abbia un sito proprio, perché molte sono le imprese che stanno trasformando la loro presenza sul web in una pagina Facebook, che è l’esempio aziendale della democratizzazione degli strumenti digitali: facile da gestire (finché non bisogna rispondere ai fan), gratuita, simile al proprio profilo personale.

Tuttavia se il digitale ormai è un ecosistema questo quadro descritto sopra risulta davvero devastante.

Il primo problema è che senza le fondamenta non si può costruire una casa, e in questo caso le basi sono un sito strutturato in modo corretto, con tutti i suoi elementi di base e una regolare politica di marketing che vada dalle newsletter all’advertising passando per i motori di ricerca.
Se poi non ci limitiamo solo al web ci sarebbe da discutere di digital asset management, di gestione delle informazionimulticanalità, clima organizzativo e di molto altro.

Il secondo tema è relativo al dilemma dei social media e al corretto rapporto fra  earned media e owned media: spostare tutta la propria presenza web sui social vuol dire esporsi al rischio di perdere i propri clienti in qualsiasi momento, di essere dipendenti da terzi su cui non abbiamo il controllo (se Facebook domani chiudesse la vostra fan page? Lo può fare) e di non avere nessun dato analitico sofisticato da poter leggere.

L’ultimo elemento mi porta poi nel terzo tema, gli analytics: il web e i nuovi media in genere sono quanto di più misurabile ci possa essere, ma pochi sfruttano questa opportunità, per ignoranza e per analogia con altri media in cui la scarsa misurabilità è rassicurante perché mimetizza meglio i risultati decrescenti che essi portano in termini di ROI.
Il mondo però va avanti, e i paesi più evoluti hanno già superato l’e-commerce a favore delle vendite multicanale e le semplici statistiche a favore del big data: è la logica dell’ecosistema dove tutto concorre ad un’unica strategia.

Un ultimo flash infine sulle competenze delle persone: è vero che in altri paesi chi si occupa di digitale è pagato molto meglio e gode di grande status aziendale ma c’è da dire che la maggior parte di coloro che da noi fanno questo tipo di mestiere in quei contesti forse potrebbero essere presi come stagisti.
Non si legga quest’ultima frase come arroganza e mancanza di rispetto: semplicemente lo standard interno alle aziende è davvero basso e dunque la crescita delle persone non è facile, e questo incide anche sullo status professionale di tutto il settore.

Tutto male dunque? Assolutamente no, le cose si stanno evolvendo anche da noi e molti giovani capaci iniziano ad apparire sul mercato del digitale, che a sua volta è in crescita per via della crisi visti i costi minori rispetto ad una parte del marketing più tradizionale.
Quello che ancora scarseggia è la visione di insieme e, forse, un po’ di ricambio generazionale e organizzativo se i marketer di maggiore esperienza non sapranno aprirsi ai nuovi mezzi per paura di perdere la loro posizione.
E voi che ne dite?

Aziende, e se le vostre persone vi aiutassero a comunicare sui social media (e non solo)?

Lo diceva già la tesi numero 86 del Cluetrain Manifesto più di 12 anni fa: “Quando non siamo occupati a fare il vostro “mercato target”, molti di noi sono le vostre persone. Preferiamo chiacchierare online con gli amici che guardare l’orologio. Questo farebbe conoscere il vostro nome molto di più del vostro sito internet da un milione di dollari. Ma siete voi a dirci che è la Divisione Marketing che deve parlare al mercato”. Vi faccio notare che ciò è stato scritto ben prima della comparsa di Facebook e del social web.

immagine tratta da http://employerbranding.blogspot.com

I nuovi mezzi di comunicazione sono fatti di  persone. Anche le aziende sono fatte di persone. Eppure questa sorprendente somiglianza sfugge spesso all’occhio attento delle organizzazioni, che non riescono a immaginare i propri dipendenti come ambasciatori.

Certo, gli ostacoli culturali e pratici al coinvolgimento delle persone che lavorano per l’azienda non sono pochi:

1) culturali, i più ovvi, dettati dalla paura che informazioni riservate trapelino o che, più banalmente, le persone siano distratte dalle loro mansioni

2) di comunicazione interna, nelle grandi organizzazioni spesso le funzioni non deputate al marketing e alla comunicazione ignorano le attività rivolte al cliente finale

3) collegato al precedente, poche grandi aziende italiane hanno spazi di condivisione interdivisionale/interfunzionale, dove ci possa essere un confronto interno su iniziative e strategie di base.

É comprensibile dunque la prudenza e la diffidenza da parte dei vertici aziendali. Il punto però è che questa cautela di sicuro non impedisce alle nostre persone di interagire in privato con altri individui sui temi che riguardano l’organizzazione.
Proprio come l’assenza dai social di un’azienda non impedisce certo ai navigatori di  parlarne, bene o male che sia.
Il fatto che questo dialogo avvenga senza idee chiare, con un visione limitata o addirittura con nozioni sbagliate non è un certo un tema di poco conto.Inoltre la scarsa confidenza ed educazione ai social fa sì che spesso le nostre persone stesse siano critiche con il marchio su spazi come le pagine Facebook ufficiali, non comprendendo che stanno operando in un contesto pubblico, in modo controproducente per loro e per l’azienda.Posto che dunque tutte le preoccupazioni lecite dell’HR si possono realizzare ugualmente, è forse più utile affrontare la questione, creando:

A) meccanismi di informazione puntale e coinvolgente ai dipendenti, rendendoli partecipi di tutte quelle attività che saranno comunque rese pubbliche (nei limiti della sicurezza), con tutti i dettagli corretti

B) spazi interni di partecipazione, scambio di informazioni e coinvolgimento fra le diverse funzioni

C) un clima favorevole allo scambio di informazioni, per far sì che le persone non le custodiscano come fonte di potere personale perché condividendole ne traggono più vantaggio.

Infine la tematica del tempo perso, se ben governata, non dovrebbe essere così focale, tanto più che gli smartphone di fatto aggirano in qualsiasi momento i blocchi delle reti aziendali, ma una persona ingaggiata potrà condividere anche da casa le attività interessanti della propria impresa se proverà soddisfazione nel farne parte.

Di certo la proattività sarà raggiungibile su pochi soggetti, ma questo non implica che grazie alla loro azione e alla vostra non vi siano effetti positivi su tutti gli altri, come in ogni ambito social.

E non sareste soddisfatti ugualmente se le vostre persone all’occasione rispondessero, in modo corretto, a domande di altri individui nei propri ambiti social di riferimento dove vostro occhio non può arrivare?
Sembra una banalità ma su simili livelli di ingaggio aziende importanti hanno costruito, con i clienti, dei modelli di successo che potrebbero ora essere replicati con le proprie persone.

E’ vero che gli strumenti del marketing sono diventati più democratici, però…

Uno degli aspetti più significativi dell’evoluzione tecnologica degli ultimi anni è stata senza dubbio la democratizzazione dei mezzi di produzione, iniziata ormai diversi anni orsono con le stampanti domestiche e i word processor e proseguita con tutta una serie di software e hardware che permettono oggi la produzione e distribuzione di contenuti e prodotti digitali anche da parte dei privati.

I social media poi hanno reso ancora più clamorosa questa situazione, in quanto si tratta di mezzi che nascono dagli utenti per gli utenti, con le aziende costrette ad interagire in una posizione quasi di svantaggio. Questa comunicazione veloce si alimenta soprattutto dall’interazione fra gli utenti, che fa crescere anche dei contenuti in partenza modesti.

immagine tratta da http://meritmotionpictures.com

In molti casi dunque, come già discusso in altri post, dei giovani utilizzatori si trovano ad essere più pratici di social media marketing dei manager delle aziende, che stanno faticando ad entrare nel nuovo paradigma, per ragioni essenzialmente culturali.

Leggendo però tanti commenti (anche sensati) sull’iniziativa #nofreejobs in questi giorni sento il bisogno di ribadire che l’essere pratici (se notate non ho detto “esperti”) non è un viatico automatico per essere dei professionisti pronti a gestire la strategia digitale delle imprese, in quanto:

a) bisogna parlare la lingua dell’azienda e capirne i mercati, il target, gli obiettivi

b) non è solo un fatto di creatività, perché bisogna capire anche l’ecosistema digitale nel complesso, che non è fatto solo di social media

c) i mezzi sono una parte del film, poi ci vanno i contenuti

d) bisogna essere in grado di aiutare il cambiamento culturale verso i nuovi paradigmi, che impattano anche sull’organizzazione.

Dunque le persone che oggi vogliono lavorare nelle aziende per sviluppare la strategia digitale non possono pensare di essere già pronte per aver fatto qualche tweet o una pagina Facebook, ma devono avere l’umiltà di passare per dei momenti di formazione, anche se retribuiti e correttamente impostati con una durata temporale finita.

Il problema casomai è che oggi nelle nostre imprese ci sono ancora pochi reali professionisti che possano favorire questo percorso di formazione, infati il digitale è affrontato senza strategia mentre gli eventi di settore vedono solo la partecipazione degli addetti ai lavori.

Se ci aggiungiamo un mercato del lavoro rigido e l’utilizzo frequente di stage e tirocini come modalità di lavoro non retribuito credo proprio che per crescere ci sia ancora del lavoro da fare, a livello di cultura, di riconoscimento della professionalità e di normative…oltre che di agenda digitale.

Che ne pensate?

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