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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Trends, attualità & dati

Commenti brevi su dati, trend e attualità della rete

Politica, società e digitale: mondi diversi o semplicemente declinazioni di una stessa realtà?

La prima conferma del 2013 è che i media e la politica nostrana hanno scoperto i social network, e sopratutto Twitter, in chiave di comunicazione elettorale, abbandonando le ultime resistenze sotto i colpi dei cinguettii del premier Monti, che si è dato anche a una sessione di “conversazione” live di cui trovate un’accurata trascrizione qui.

In molti si sono subito attivati per discutere dei pro e dei contro di questi nuovi canali di comunicazione politica, sia in chiave negativa in quanto non sposterebbero voti e sarebbero solo un simulacro della democrazia, sia in ottica positiva per l’apertura al nuovo (e con qualche stoccata ai critici).

Visto che in rete c’è ottima documentazione circa i fatti digitali in questione non ho interesse a analizzare i particolari e le scelte di Monti e degli altri leader italiani, mi piace però fare qualche considerazione sui social media in politica ma anche negli argomenti sociali e civili in genere.

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La prima nota è che Facebook, Twitter e compagnia non possono essere un mezzo auto consistente come pretenderebbe qualcuno e quindi è ovvio e naturale che siano una parte di un insieme di strumenti più vasto e che lo scopo sia prima di tutto quello di amplificare un messaggio e una storia che nascono altrove.
Lo si può fare poi più o meno bene, e secondo me chi lo fa in modo coordinato con altri mezzi di espressione dimostra di avere capito meglio, e non peggio.

Secondo punto, un media come Twitter si presta magnificamente all’aggregazione di persone che discutono su di un argomento ma è non così adatto all’approfondimento in quanto 140 caratteri sono pochi e ancora meno sono gli utenti che seguono eventuali link (i più fanno RT o commenti senza leggere).
Facebook invece non permette facilmente questo tipo di aggregazione, anche a causa del rumore di fondo che genera, mentre gli altri mezzi in Italia sono di nicchia.
Difficile dunque pensare a dibattiti articolati e documentati, l’output non può che essere invece quello di concetti brevi e, nel caso peggiore, di slogan.
Basta dunque non aspettarsi altro e intercettare piuttosto quanto può uscire di buono dalla conversazione globale sui diversi argomenti (tema non nuovo ma ancora piuttosto disatteso).
Come giustamente rileva Vincenzo Cosenza analizzando la presenza web dei nostri politici, finora invece poco si è ascoltato, a differenza di quanto è stato fatto negli Usa dallo staff di Obama.

Ancora, è piuttosto ovvio che in un paese disamorato della politica a interagire siano soprattutto i relativamente pochi supporter, oppositori e influencer/media/giornalisti e il fatto che la stampa e la tv riprenda gli slogan (in 140 caratteri o meno) non è altro che la prosecuzione di talk show, giornali e commenti televisivi vari in cui non c’è ormai più alcun tipo di approfondimento. Anche perché tale prodotto giornalistico ha poca domanda.
Episodi come quello raccontato qui nascono, a mio avviso, anche dall’abitudine di sentire attacchi vuoti e offensivi perché tale è la modalità di comunicazione cui siamo esposti.

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Non che per questo i social media siano inutili alle cause politiche e anche sociali: il successo della campagna elettorale di Obama (e soprattutto del fund raising collegato) ne è un esempio clamoroso, come per certi versi lo sono state anche le primavere arabe o altri movimenti democratici.
Altrettanto corretto poi è evidenziare come non sia tutto trasparente e come ci sia un hype mediatico su questo settore.

Ma ogni cosa nasce prima di tutto da un contesto: i social media sono solo uno dei tanti mezzi con cui una società esprime i propri valori e le proprie priorità ma non sono un mondo separato, anzi, ormai sono parte della realtà di un pubblico meno elitario e addicted di un tempo (che spesso fatica a concepire questa “volgarizzazione”).
Dove questa società si muove attorno a qualcosa che veramente unisce, entusiasma e coinvolge anche un piccolo cinguettio può assumere un significato rilevante. Altrimenti diventa una recita online, e ancora una volta che cosa c’è di nuovo rispetto a un comizio politico?

Molti leader e capi di Stato ormai sono su Twitter o su altri social, ma non è questo a fare la differenza.
Il digitale non può dare sostanza a ciò che non ne ha e lo stato di salute della nostra democrazia dubito passi solo dal livello di competenza nell’usare i social o nel fatto che i nostri politici twittino in prima persona o meno.

Che ne dite?

Lo shopping di moda ha un target interessante e vivace. Forse è l’offerta che è carente…

Lo shopping online di moda è ancora un ambito fortemente femminile, come evidenzia la ricerca Fashion ed e-commerce in Italia: le abitudini degli acquirenti online (disponibile in download su http://www.contactlab.com/report-ecommerce-moda), un approfondimento estratto dall’E-commerce Consumer Behaviour Report 2012 e da cui è tratta l’infografica qui sotto.

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Alcuni dati sulle fashion addicted digitali sono prevedibili, come l’età (più della metà ha meno di 35 anni), altri sorprendono di più, come la distribuzione geografica abbastanza omogenea, dato che due su cinque (42%) vivono al Sud e nelle Isole.
Di certo sono decisamente una punta evoluta dello scenario web italiano, sempre connesse sui social e con un alto utilizzo del mobile per cercare informazioni per i loro acquisti che spesso avvengono all’alba, anche “per colpa” delle vendite flash e/o a evento, aggiungo io.

Su questo ultimo punto mi permetto una nota, che offline faccio spesso, il target e il settore merceologico in questione sicuramente hanno subito il fascino e l’effetto di diversi player, Yoox prima e i vari club di vendite private poi, che hanno aperto un po’ il mercato nel nostro paese.

Questo ha come rovescio della medaglia un pesante ritardo dei brand e dei retailer tradizionali, che invece in altri mercati come quello Uk e Usa, hanno una fetta importante del mercato online.
Dal mio punto di vista in Italia non manca tanto la domanda quanto un’offerta qualificata, che fa sì che i consumatori più evoluti si rivolgano a siti di retailer stranieri o, appunto, a particolari venditori che però con le loro meccaniche a sconto drogano in parte il mercato.

Un peccato, visto che tornando alla ricerca i fashion addicted sono anche high spender: uno su tre ha speso online nell’ultimo anno solo per l’abbigliamento più di 1000€, e c’è anche chi (il 15%) ha superato i 2000€. In generale oltre la metà di loro ha acquistato nell’ultimo anno beni per un valore di oltre 500€.

Voi che cosa ne dite? Che cosa pensate di questo nostro singolare mercato?

Come si informano gli italiani prima di acquistare online [infografica]

Ho ricevuto con piacere ieri e pubblico alcuni dati italiani tratti dall’E-commerce Consumer Behaviour Report a proposito di un fenomeno noto anche come ROPO (research online purchase offline), ossia l’attività di documentarsi in rete su di un bene o servizio da acquistare poi in un negozio tradizionale.

Nello specifico è emerso che quasi tutti gli utenti Internet italiani (94%), soprattutto gli uomini (più della metà, 52%) si informano online prima di fare un acquisto in un negozio tradizionale.

In aggiunta a questi dati va considerato che tre utenti su dieci (28%) tra coloro che hanno già acquistato online s’informano da mobile e c’è anche un buon 12% che cerca informazioni o scambia opinioni sui social network.

L’infografica completa realizzata da ContactLab è disponibile su http://www.contactlab.com/infocommerce-raccolta-info-preacquisto-online

Finti follower, tanto hype e una domanda: qual è l’obiettivo per cui si comprano profili sui social?

In questi giorni ha destato molto scalpore il caso sollevato da Marco Camisani Calzolari che ha comprato con successo un grosso quantitativo di follower finti su Twitter a un costo irrisorio, per dimostrare la facilità e la diffusione di queste pratiche.

Un esempio di vendita di fan

Il tutto ha avuto ampio riscontro anche sui media generalisti che hanno gridato allo scandalo rispetto questo tipo di comportamenti scorretti, assolutamente deprecabili ma purtroppo non nuovi agli addetti ai lavori.

Come giustamente rilevato da Marco ci sono molti che fanno i furbi ma io trovo anche che ci sia una colossale ignoranza su tutte queste tematiche da parte di aziende (e media), con il costante pensiero che certi strumenti che si usano (spesso male) per finalità private siano per questo già patrimonio di conoscenza dell’azienda. E se anche ciò non fosse, abbiamo sempre alla porta una schiera di guru del settore che dopo aver speso una quindicina di giorni online si sentono pronti a cambiare le sorti strategiche delle aziende.

Mancano invece alcuni elementi di base, che proverò a sintetizzare in pochi punti.

La prima domanda importante che nessuno si pone è: che cosa me ne faccio di questi follower o fan che acquisisco? Poniamo che io abbia raggiunto con politiche scorrette un volume elevato di persone che figurano sulle mie pagine social, di cui però non so praticamente nulla e che non interagiscono con me in alcun modo: che valore hanno?
Forse solo quello di mostrare ai vertici aziendali che abbiamo un caso di successo (?!?) sui social network che a loro volta sono “lo strumento di marketing del momento”.

La faccenda poi si lega a doppio filo al tema dei social media come parte di un ecosistema digitale che ciascuna azienda può attivare per raggiungere i propri obiettivi attraverso una specifica strategia.
In questa frase ci sono già due elementi che chi acquista dei fan al chilo omette: gli obiettivi, che non possono essere un mero “io ho più fan di te”, e la strategia digitale complessa che dovrebbe portare l’azienda a costruire dei database/community proprietari e attivare diversi mezzi di cui i social media sono solo una parte, seppure importante.

Infine, se vogliamo iniziare a parlare di ROI non possiamo non considerare la differenza fra fan attivi e semplici numeri, anche perché solo gli attivi producono dei dati davvero utilizzabili in ottica di big data e business intelligence.
Ma mi sembra che se ad oggi stiamo ancora discutendo sul numero grezzo il mondo quel mondo è molto molto lontano e la scelta di utilizzare certe piattaforme tecnologiche è dovuta solo all’hype mediatico e alla moda. E dunque la delusione è inevitabile, tanto per le pmi che per i grandi colossi.

Voi che ne dite?

Nuvole, dati e tanti soldi: cosa sta succedendo in questi giorni online

Non c’è che dire, le  ultime settimane sono state decisamente vivaci online, nell’attesa della favolosa (e troppo gonfiata?) IPO di Facebook.

Proprio il gigante di Zuckenberg si è dato da fare più di tutti, con l’acquisizione di Instagram per il notevole (!) prezzo di 1 miliardo di dollari e, subito a ruota, dall’acquisto di Glancee (una volta tanto, start-up italiana che è riuscita a farsi sentire all’estero). Nello stesso periodo, Google ha lanciato finalmente il suo servizio di storage cloud Google Drive, mentre Linkedin ha acquistato SlideShare per quasi 119 milioni di dollari.

Posto che resto sempre affascianato dai capitali che girano oltre oceano per questo tipo di operazioni, condivido l’analisi fatta da Vincenzo Cosenza per quanto riguarda il fronte Facebook: il gigante dei social network sta acquisendo prima di tutto know how per competere nel campo più significativo e promettente (anche per i venture capital), il mobile.

Non da meno poi è Google, visto che sia la creazione del marketplace Play sia il lancio di Drive fanno parte di una logica di ecosistema digitale in cui Big G vuole legare i suoi utenti attraverso un reticolo di servizi svincolati dal device, fermo restanto che con Android la presenza di Mountain View in questo mercato è enorme.

Cloud

Cloud e cellulari, con accesso a tutti i dati e i servizi in maniera indifferente rispetto agli strumenti usati: lo avevo abbozzato già 2 anni fa e credo che sia questo il terreno di battaglia del prossimo futuro, in cui infatti sono scesi anche i player “tradizionali” Apple (con iCloud) e, tardivamente, Microsoft (con Skydrive) che stanno offrendo servizi al mercato dei consumatori finali (che già usufruiscono di certi strumenti senza saperlo).

L’obiettivo vero è però alla fine quello di agganciare al proprio ecosistema digitale le nuove generazioni sempre connesse e i “nativi digitali, forse anche a scapito della redditività immediata, sfruttando al meglio il modello fremium e i costi sempre più bassi dello storage (pensate cosa vuol dire regalare a milioni di utenti 2 o 5 GB e vendere a 800 dollari mese 16 tera come fa Google!).

Rispetto al punto dello storage, è bene anche ricordare che non si tratta di mondi solo virtuali, visto dietro ci sono grandi macchine hardware, il ferro insomma, e questo dà un senso di tangibilità a quello che sembra un universo evanescente di bit.

Questi grandi ecosistemi fatti di software, cloud e dispositivi mobili (non solo cellulari) forse non saranno la fine del web pronosticata da Chris Anderson qualche tempo fa ma sicuramente segneranno un’evoluzione significativa ed essere dentro o fuori potrebbe fare la differenza per sopravvivere al momento in cui i social (e in generale i player web) come li conosciamo ora verranno superati da nuovi paradigmi.

Insomma siamo solo all’inizio…e voi, che pensate di questo nuovo scenario competitivo?

Come sopravvivere alle mode digitali: cavalcare l’hype senza farsi travolgere

Questo post prende lo spunto iniziale dalla polemica delle scorse settimane attorno a una famosa fashion blogger e ai suoi possibili compensi da parte di alcune aziende.

Sulla vicenda mi sono già espresso su alcuni spazi social, in effetti sono stupito del fatto che tutti si accorgano ora di tale fenomeno e, contemporaneamente, le vicende di questa persona (dotata di grandi capacità di personal branding) mi fanno pensare che la corsa all’emulazione di alcuni brand sia poco ragionata e molto dettata dalla moda.

Il ciclo di Hype: ne parlerò poco più sotto

Il fenomeno dei fashion blogger infatti è nato in ritardo in Italia e l’attenzione recentemente dedicata a questo mondo dalla stampa ha creato un mercato fiorente per quei (pochi) che sono riusciti a crearsi un nome noto alle cronache.

La scarsa capacità di valutazione del ROI digitale e la strategia poco distintiva di alcuni brand hanno poi creato una domanda per i soliti noti tale da determinare degli economics fuori scala per i servizi, pur dotati di valore aggiunto, di questi blogger.

Allargando lo sguardo oltre l’episodio però approfitto di questo spunto per riprendere due concetti che ho già trattato in passato: il ciclo di hype e il corretto processo di definizione di una strategia digitale.

Il primo, oggi molto amplificato dall’attenzione dei media tradizionali per il web, è il fenomeno per cui una tecnologia con un impatto sociale vive una crescita, un momento di successo fin troppo ampio (hype) e poi si assesta dopo una fase di disillusione trovando il proprio pubblico più o meno di nicchia (si pensi a Second Life).

Sul secondo invece ricordo l’approccio POST, che prevede di partire dall’analisi del target (e della relativa competenza tecnologica) per poi definire obiettivi e strategia e, solo alla fine, la tecnologia ottimale per avere successo.

Ho messo assieme questi elementi perché guardandoli assieme diventa sempre più importante individuare per tempo e in modo critico i nuovi fenomeni del digitale, con questi consigli che mi permetto di dare:

a) cercate di captare cosa sta prendendo piede sulla rete monitorando e ascoltando gli early adopter del settore che vi interessa e studiate i nuovi strumenti prima che diventino noti, per essere pronti.

b) siate veloci a comunicare non appena i primi media mainstream inizieranno a citare il nuovo servizio: il vantaggio di immagine di essere i primi è notevole.

c) integrate il più possibile il nuovo mezzo con quelli che avete già, e soprattutto con gli owned media: sarà più efficace e vi vincolerà meno nel caso lo strumento perda di interesse in breve.

d) cercate tecnologie che siano davvero rilevanti per il vostro pubblico usando l’approccio POST e non rincorrete solo le mode

e) datevi degli obiettivi e misurate che ritorni vi arrivano in merito: senza sapere che cosa si vuole diventa difficile anche capire il livello di successo.

Per seguire questi consigli ovviamente serve sensibilità, know how e consapevolezza che i mezzi lavorano sempre tutti insieme in un’ottica di ecosistema.

Senza contare che i primi poi possono spuntare i prezzi migliori, sempre ammesso di dover pagare…

Parla come mangi e… poi invitami a cena!

Ho scelto un titolo provocatorio per attirare l’attenzione su di un post in cui sarò molto schietto a proposito di un tema che mi sta a cuore da tempo: l’incontro e il dialogo tra manager d’azienda e esperti di nuove tecnologie.

Vado spesso (o partecipo in streaming) a interessanti eventi dedicati a mobile, e-commerce, digital communication e chi più ne ha più ne metta e ho sempre l’impressione che i partecipanti siano addetti ai lavori che ascoltano altri loro colleghi.
Grandi assenti invece sono spesso i manager d’aziende non digitali, coloro che disegnano le strategie o, più semplicemente, le rendono effettive attraverso tutti gli strumenti oggi esistenti.

Fonte http://whatconsumesme.com

Io ho la fortuna di ricoprire una posizione strategica a cavallo fra questi due mondi e spesso per tale motivo faccio anche da interprete fra le due facce del business, per quanto sempre più vicine. E non ho usato casualmente la parola “interprete”.

Ricordo nitidamente una domanda del test di ammissione all’università su di un concetto di sociolinguistica che poi avrei ampiamente studiato ma che allora probabilmente sbagliai: la variazione di diafasica della lingua, ossia l’adattamento del modo di esprimersi al tipo di interlocutore e di contesto.
In molti di questi eventi infatti si discute con grandissima competenza di tematiche importanti anche per chi non è un “tecnologo” ma lo si fa usando una terminologia settoriale corretta ma incomprensibile per chi non è del ramo.
Se a ciò si unisce una certa colpevole mancanza di attenzione ai nuovi scenari da parte di una parte del management italiano, ecco che la frittata è fatta.

Non so se sia nato prima l’uovo o la gallina, ossia se i manager non vengono a questi eventi perché li considerano troppo tecnici o se invece questi eventi sono molto specialistici perché si prevede siano destinati agli addetti ai lavori vista la mancata partecipazione di altre figure professionali. E non voglio nemmeno generalizzare.

Dico solo che, secondo me, oggi probabilmente mancano occasioni in cui i professionisti (veri) della strategia digitale possano offrire visioni stimolanti e centrate sul business ai decisori aziendali, in una lingua che loro capiscono.
E sono certo che molti esperti del digitale sarebbero in grado di ispirare realmente e concretamente anche persone che non conoscono la tecnologia ma che avrebbero bisogno urgente di capire che cosa oggi è possibile fare per migliorare il proprio business.

Insomma, il punto non è se questi temi possano importare a entrambi, ma solo riuscire a capirsi, dopo essersi trovati in uno stesso luogo per questo, un evento (o un’altra situazione) che sia come una piacevole cena dove si parla di cose interessanti in una lingua simile e fluida.

Poi ci saranno tante occasioni per eventi specialistici che non perderanno di importanza, anzi, saranno vitali per sviluppare i singoli aspetti dell’ecosistema di business creato dagli incontri di cui sopra.

Ma non possiamo dimenticare che la strategia digitale si fa assieme con chi può decidere.

E ora sono curioso di sentire la vostra opinione.

Volunia, le galline in fuga e gli amici della Silicon Valley (che non sono più geniali noi)…

Ho lasciato passare qualche giorno, per rifletterci un po’ e nella (vana) speranza che il mio invito come power user richiesto a novembre arrivasse.
Ma visto che per ora non ci sono notizie proverò a fare comunque qualche considerazione su uno dei progetti più chiacchierati del momento: Volunia.

 Molti di voi avranno assistito alla famigerata presentazione del 6 febbraio, in cui obiettivamente mezzi difettosi e scelte discutibili (tipo l’italiano come lingua universale) non hanno precisamente fatto partire con il botto un progetto caricato di grandi aspettative.
Dopo questo, sicuramente chi ha avuto modo di provarlo (non essendo fra loro mi attengo alle loro opinioni) ha rilevato che si tratta di una beta molto abbozzata: indicizzazione modesta, grafica rudimentale, meccanismi da oliare.

Quanto ho potuto sentire finora mi ha porta comunque a delle considerazioni sull’influenza del nostro contesto culturale e imprenditoriale su di un progetto come questo. Eccone alcune:

1) anche questa volta i 60 milioni di digital strategist dall’epic fail più veloce del west hanno colpito. Dopo 5 minuti di presentazione e ben prima di qualsiasi contenuto concreto per loro era già in corso un disastro epocale. Tipico di chi non avendo mai presentato nulla nella vita non ha il rispetto per chi lo fa. Anche se in questo caso lo ha fatto male, senza dubbio.

2) Marchiori ha sfruttato in qualche modo l’hype mediatico ma l’attesa del progetto italiano che avrebbe dovuto minacciare già domani Google è stata forse troppa e mal posta. I giornali non sanno di che cosa si parla davvero (e infatti hanno continuato a tessere anche dopo la storia della contrapposizione con Big G), e vanno gestiti con cautela.

3) Io non credo che nella Silicon Valley la gente del luogo sia più intelligente per dono divino e prova ne sono i tanti italiani, da Faggin a Thione, che vi hanno fatto faville. Semplicemente c’è un ecosistema di business fatto di capitali accessibili (e a volte di singolari personaggi come Yuri Milner), di approccio imprenditoriale con un business plan vero e di mancanza di approssimazione perché chi ha investito ti chiede conto, nei tempi e nei modi corretti.
E c’è tanta gente giovane e competente davvero. Non dinosauri accademici o giovani critici spocchiosi. Detto in altri termini: se non avete uno straccio di idea fallirete anche nella Silicon Valley (e qualche volte inevitabilmente capita anche a chi l’idee le ha).

4) marketing e time to market: per chi non è solo un cavaliere della critica fatta per sentito dire è evidente che il progetto di Marchiori è frutto di un lavoro lungo, pur con tutti i limiti visti finora. Se pensiamo dunque al fatto che sono state pensate da alcuni anni molte intuizioni sono giuste e, se proposte un po’ prima e meglio, anche rivoluzionarie.
La mia impressione è che dunque Volunia sia stata rilasciata in modo approssimativo perché alcuni contenuti stavano diventando già vecchi. Ed è mancato chi almeno li vestisse per mascherare le falle.
Perfino le galline liberate potevano essere un espediente con qualche senso. Ma non con le slide fuori fuoco, e in questo caso nella Silicon Valley sì, ci avrebbero impedito di presentare così.

5) manager o tecnico? Anche in questo caso tali tipi di divisioni dovrebbero sfumare, tanto più per un progetto di successo, mentre ho l’impressione che qui ci siano due blocchi separati: il mondo accademico e di ricerca e i finanziatori che hanno messo i capitali. Giusto che Marchiori ci metta la faccia ma avrebbe avuto bisogno di qualcuno a fianco nella presentazione, per valorizzare le idee in un modo accattivante per il business e meno improvvisato nella presentazione.

6) il mondo è grande, l’Italia anche ma un po’ meno: dal mio punto di vista evidenziare il fatto che il progetto sia stato sviluppato e condotto senza lasciare l’Italia è un plus che era giusto valorizzare. Detto questo però bisogna puntare sui contenuti, perché i big della rete sono globali e il digitale, in particolare il web, non può essere confinato a uno stato, specie se si hanno grandi ambizioni. E anche la nostra stampa dovrebbe allargare gli orizzonti, perché chiedere in sede di presentazione come ha fatto un veneto a trovare finanziamenti fuori regione ci sta un po’ stretto in mondo visione.

In conclusione finora Volunia mi è sembrato un progetto giusto nelle basi ma che ha pesantemente risentito di un contesto culturale dove tutti si riempiono la bocca sul digitale ma in cui il link tra il business vero e la ricerca è debole.
Voi che ne dite? Quanto ha inciso questo fattore culturale?

WalmartLabs, the big data e l’uso strategico dei social media

Eccoci di ritorno (sigh!) dopo la pausa delle Feste, con un piccolo post dedicato a un progetto che mi ha colpito in questi giorni, WalmartLabs di Walmart.

Penso che conosciate il colosso del retail made in USA, su cui trovate qui qualche dato, quello che forse non sapete però è che l’azienda, dopo aver comprato Kosmix, ha avviato un vero e proprio laboratorio di social media marketing e e-commerce.

Questa mossa di aprile, che segue da vicino l’acquisizione di BzzAgent da parte di Tesco, si è ora rafforzata in questi giorni con l’acquisto di Small Society, degli sviluppatori di applicazioni mobile. 

Una strategia dunque che si prospetta multicanale e molto chiara, come appare dalla mission e dal video di presentazione che trovate qui sotto: ridefinire il futuro del commercio.

Una delle cose che mi ha colpito, oltre alla portata e complessità dell’investimento, è l’attenzione ad uno dei temi più rilevanti e ancora meno conosciuti del digitale: the big data.

Ne ho parlato qualche tempo fa qui, e comunque indirettamente lo tocco ogni volta che cito i social come strumento di ascolto: oggi disponiamo di quantità enormi di dati e dobbiamo strutturarci per riuscire ad analizzarli e mixarli con fonti nuove, come appunto i social e i nuovi strumenti digitali, per ridefinire tutto il nostro business.

Provate a leggere un po’ le offerte di lavoro di WalmartLabs e potrete dare una sbirciata ad alcuni trend e job description del prossimo futuro.

Voi che ne dite? Qualcuno di voi ci sta già lavorando?

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