Il nostro Paese da sempre abbonda in termini di stranezze e una di queste è relativa al mondo del mobile, rispetto al quale siamo una delle nazioni più avanzate al mondo in termini di penetrazione dei device: perché dunque le nostre imprese faticano così tanto ad usarli per il business?

Sono stato infatti pochi giorni fa ad un interessante workshop dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service del Politecnico di Milano, dove erano presenti colleghi di almeno 35-40 aziende diverse, e per quasi tutti questo era un terreno interessante ma ancora assolutamente sperimentale.
Se si dovessero guardare i numeri questa prudenza sembrerebbe una follia pura e semplice, eppure io credo che invece ci siano diversi fattori che vanno considerati prendendo il discorso più da lontano.
Il primo è un tema di scarsa preparazione sui nuovi media: al di là della facciata pochissime aziende hanno competenze interne anche solo di gestione di progetti più rodati, come il web e il digital signage, e questo rende difficile approcciare un utilizzo evoluto di un media ancora più complesso come il mobile.
Inoltre ben pochi oggi hanno strutturato i loro contenuti e le informazioni aziendali in modo tale che siano liquidi e facilmente recuperabili dai sistemi centralizzati per poi poter essere portati su di una molteplicità di device diversi, e anche questo si ricollega al punto precedente, in quanto manca ancora una forte mentalità e competenza multicanale.
Infine non sarebbe sbagliato porsi dei quesiti sull’adozione di determinati strumenti da parte del target: il qr code è ancora una cosa da esperti, molta parte della popolazione non naviga regolarmente via mobile e gli stessi smartphone di alto livello (che sono pur sempre una nicchia) vengono adoperati spesso in modo rudimentale e poco consapevole dagli utenti.
Insomma, in un immaginario scenario strategico dettato dall’approccio POST la scelta della tecnologia rispetto al target non è immediata, mentre spesso si va frettolosamente sui device più noti (leggi iPhone) per un fatto di moda e perché si conoscono solo quelli. E poi si sa, “sono esperimenti”.
Dal mio punto di vista invece il mobile è un canale straordinariamente importante se inserito in una strategia più vasta e coordinata di mezzi, obiettivi e target di riferimento, per poterlo gestire in questa ottica però serve quella vista di insieme di cui ho parlato più volte.
L’appuntamento d’altra parte è sempre meno procrastinabile.
Per i nostri prossimi consumatori della generazione Y infatti il concetto della differenza tra virtuale e tangibile sarà poco comprensibile e le interfacce touch, che già oggi influenzano lo scenario cognitivo dei bambini, saranno un dato di fatto su degli strumenti di cui smartphone e tablet sono solo le prime avvisaglie.
L’evoluzione tecnologica potrebbe poi abbattere in tempi non lontani le barriere tra i diversi sistemi operativi che oggi costano soldi e fatica per il porting, creando un ambiente più condiviso e standardizzato, come può essere oggi il web.
Ancora una volta dunque gli obiettivi sono due, ossia da un lato la diffusione della conoscenza in azienda abbattendo le barriere fra gli esperti e i top manager (se sono persone diverse) e dall’altra lo sviluppo di una strategia e di un percorso di medio-lungo periodo in ottica multicanale.
Ma tutto parte dalla testa delle persone e la tecnologia è solo l’ultimo anello.
Ebbene, la storia non è così semplice. Prendiamo ad esempio Google: fare ricerche online è talmente naturale per tutti noi che a nessuno viene in mente che dietro ci sono dei computer (ossia macchine, ferro) che macinano dati per risponderci in una frazione di secondo. Non si sa quanti siano ma le varie fonti parlano tutte di almeno 1 milione di server (!), che come potete immaginare non sono ospitati esattamente in uno scantinato e consumano una discreta quantità di energia elettrica.





Al di là degli strumenti offerti, e dello scopo di favorire la compilazione e l’utilizzo dei propri profili Google, trovo che la news sia rilevante perché vede uno dei grandi big della rete focalizzarsi sull’identità online in un’ottica di gestione consapevole e, perché no, di personal branding.

