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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Riflessioni a fil di rete

approfondimenti e riflessioni sulla rete e non solo

Il mobile cresce ma allora, perché le aziende italiane stentano a utilizzarlo?

Il nostro Paese da sempre abbonda in termini di stranezze e una di queste è relativa al mondo del mobile, rispetto al quale siamo una delle nazioni più avanzate al mondo in termini di penetrazione dei device: perché dunque le nostre imprese faticano così tanto ad usarli per il business?

Sono stato infatti pochi giorni fa ad un interessante workshop dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service del Politecnico di Milano, dove erano presenti colleghi di almeno 35-40 aziende diverse, e per quasi tutti questo era un terreno interessante ma ancora assolutamente sperimentale.

Se si dovessero guardare i numeri questa prudenza sembrerebbe una follia pura e semplice, eppure io credo che invece ci siano diversi fattori che vanno considerati prendendo il discorso più da lontano.

Il primo è un tema di scarsa preparazione sui nuovi media: al di là della facciata pochissime aziende hanno competenze interne anche solo di gestione di progetti più rodati, come il web e il digital signage, e questo rende difficile approcciare un utilizzo evoluto di un media ancora più complesso come il mobile.

Inoltre ben pochi oggi hanno strutturato i loro contenuti e le informazioni aziendali in modo tale che siano liquidi e facilmente recuperabili dai sistemi centralizzati per poi poter essere portati su di una molteplicità di device diversi, e anche questo si ricollega al punto precedente, in quanto manca ancora una forte mentalità e competenza multicanale.

Infine non sarebbe sbagliato porsi dei quesiti sull’adozione di determinati strumenti da parte del target: il qr code è ancora una cosa da esperti, molta parte della popolazione non naviga regolarmente via mobile e gli stessi smartphone di alto livello (che sono pur sempre una nicchia) vengono adoperati spesso in modo rudimentale e poco consapevole dagli utenti.

Insomma, in un immaginario scenario strategico dettato dall’approccio POST la scelta della tecnologia rispetto al target non è immediata, mentre spesso si va frettolosamente sui device più noti (leggi iPhone) per un fatto di moda e perché si conoscono solo quelli. E poi si sa, “sono esperimenti”.

Dal mio punto di vista invece il mobile è un canale straordinariamente importante se inserito in una strategia più vasta e coordinata di mezzi, obiettivi e target di riferimento, per poterlo gestire in questa ottica però serve quella vista di insieme di cui ho parlato più volte.

L’appuntamento d’altra parte è sempre meno procrastinabile.

Per i nostri prossimi consumatori della generazione Y infatti il concetto della differenza tra virtuale e tangibile sarà poco comprensibile e le interfacce touch, che già oggi influenzano lo scenario cognitivo dei bambini, saranno un dato di fatto su degli strumenti di cui smartphone e tablet sono solo le prime avvisaglie.
L’evoluzione tecnologica potrebbe poi abbattere in tempi non lontani le barriere tra i diversi sistemi operativi che oggi costano soldi e fatica per il porting, creando un ambiente più condiviso e standardizzato, come può essere oggi il web.

Ancora una volta dunque gli obiettivi sono due, ossia da un lato la diffusione della conoscenza in azienda abbattendo le barriere fra gli esperti e i top manager (se sono persone diverse) e dall’altra lo sviluppo di una strategia e di un percorso di medio-lungo periodo in ottica multicanale.
Ma tutto parte dalla testa delle persone e la tecnologia è solo l’ultimo anello.

L’irresistibile concretezza (fisica) dei nuovi media “virtuali”

Una delle osservazioni più ricorrenti, e in fondo comprensibili, che si sentono dire a commento delle quotazioni miliardarie di Google, Facebook e di tutto il mondo dei social media e del web è che di fatto si parla di cose virtuali, ben diverse da quelle fisiche come i prodotti che hanno (anche) nella tangibilità il loro valore.

Il tema poi può essere esteso anche a tutti i nuovi media e ai loro contenuti liquidi e fruibili ovunque, che fanno pensare a realtà intangibili e per questo ben diverse dalla fisicità materiale.

Ebbene, la storia non è così semplice. Prendiamo ad esempio Google: fare ricerche online è talmente naturale per tutti noi che a nessuno viene in mente che dietro ci sono dei computer (ossia macchine, ferro) che macinano dati per risponderci in una frazione di secondo. Non si sa quanti siano ma le varie fonti parlano tutte di almeno 1 milione di server (!), che come potete immaginare non sono ospitati esattamente in uno scantinato e consumano una discreta quantità di energia elettrica.
Lo stesso vale per Faceboook (300.000 server) e per tanti altri, di cui trovate qualche dato (non recente) qui http://www.gizmodo.it/2010/04/15/avete-idea-di-quanti-server-abbia-google-no-guardate-questi-grafici.html

Non da meno sono i big dell’e-commerce, per i quali l’infrastruttura comprende anche magazzini, logistica distributiva, customer care e molto altro.
Potete vedere facilmente dei video esplicativi su YouTube, come ad esempio per questi  brevi spaccati del mondo delle operations di due importanti e-retailer quali Amazon e Vente Privee.
Ancora dunque qualcosa di molto fisico, anche se per noi consumatori finali ciò che si vede è sempre e solo un sito attraverso uno schermo.

Arriviamo infine all’ultimo esempio in ordine di tempo, iCloud di Apple, che offre 5 GB di storage gratuito sulla nuvola.
Il concetto in sé non è nuovo in quanto molti player fanno questo da tempo, grazie ad apposite applicazioni scaricabili anche da mobile, qui casomai la novità sta nel fatto che il servizio è già incorporato nel sistema operativo, rendendo tutto più automatico per l’utente meno esperto.
Al di là della impulso alla diffusione del cloud dato da questo strumento vi invito pero’ a fare un breve calcolo moltiplicando i 5 GB base per il numero di device Apple in grado di utilizzare IOS5: ne viene fuori una quantità di spazio digitale imponente, che di nuovo prevede macchine fisiche alle spalle dell’etereo concetto di nuvola.

Tutto questo viene ovviamente da lontano, grazie al costante abbattimento dei costi di banda e di storage che ho messo recentemente fra i fattori che hanno fatto nascere il social web.

Quante aziende pero’ nel progettare le loro idee sui nuovi media prendono realmente in considerazione le tematiche più hard di questi concept?
E quante hanno strutturato adeguatamente i loro dati per poterli fruire in modo liquido ed economicamente sostenibile attraverso tutti i nuovi media digitali?
E ancora, quanti player sono davvero strutturati tecnologicamente e organizzativamente per governare l’impegnativo tema di the big data di cui ho parlato pochi giorni fa?

Come vedete queste sfide hanno ancora parecchia concretezza alla spalle, ben al di là del fatto che “è tutto virtuale e quindi non costa nulla”.
E dunque non è solo questione di essere creativi….

The big data for the big picture

Come sapete sto spingendo sempre di più i miei ragionamenti verso la logica della gestione del digitale come ecosistema che deve relazionarsi e sposarsi con tutta l’organizzazione aziendale, anche modificandone gli assetti con una logica sempre più ispirata ai principi delle reti sociali.

A questo proposito allora mi torna decisamente utile ragionare su di un’interessante presentazione cui ho assistito qualche giorno fa al Forum Italiano Gartner Executive Partners di Napoli, tenuta dall’analista Steve Prentice sul tema di “The Big Data“.  Si tratta di un concetto che negli USA, ma anche nel mondo IT in genere, sta diventando popolare e studiato e che in buona sostanza ci porta a considerare le sfide poste dalla grande quantità di dati che oggi sono potenzialmente gestibili dalle aziende (e non solo).

La moltiplicazione dei punti di contatto con i clienti e tutti i possibili pubblici, l’interazione attraverso i social media, la reperibilità e storicizzabilità dei commenti che un tempo erano solo verbali si unisce dunque a tutti gli altri dati business per costruire nuove opportunità.  Senza contare poi il tema dell’interattività e dell’ipertestualità diffusa e di tutti i feedback che potrebbe fornire.

Tutto questo ovviamente mette le aziende davanti a grandi temi gestionali per la cattura e la gestione di questi dati, vista la mole, la complessità e la varietà.

Dal mio punto di vista però l’aspetto cruciale è che tutto ciò ci obbliga a riportare il digitale in una logica strategica, in cui questo ampio mondo è tutto interconnesso e contribuisce in modo chiave alla costruzione del business. In altri termini, l’intero ecosistema deve essere ripensato dal punto di vista della big picture, mentre oggi spesso le attività sui nuovi media sono tattiche, scollegate e senza strategia.

La paura delle funzioni tradizionali rispetto a questo mondo deve dunque essere superata e il lavoro culturale riguarda tutta l’organizzazione, che deve incentivare le singole aree a considerare le proprie informazioni un patrimonio comune e non un tesoro da custodire per avere un vantaggio.

Anche il mondo dei professionisti del digitale deve uscire dalla dimensione dei praticoni che non capiscono e non riescono a farsi capire dalle aziende, strutturandosi in ruoli riconosciuti e lavorando su dati, ROI e misurazione dei risultati in un’ottica più ampia.

Questi cambiamenti sono secondo me già in atto ma si scontrano ancora con grossi limiti culturali, voi che ne dite? Che esperienze avete in merito?

Titolo difficile per un concetto quasi semplice: non dimenticate di combinare gli earned media con i vostri owned media

Per molti anni le aziende che hanno avuto a che fare con i media si sono confrontate con editori che vendevano loro spazi pubblicitari, e dunque non hanno avuto alcun controllo su di essi se non per quanto riguarda quanto acquistato su questi paid media.

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In un secondo momento poi alcune imprese hanno iniziato a sviluppare media propri, i cosiddetti owned media, su cui avere il pieno controllo, fenomeno che si è democraticizzato con l’avvento del web e dei siti aziendali.

Infine, soprattutto grazie all’avvento del social web, è arrivata a maturazione una nuova categoria, gli earned media, ossia quei particolari mezzi in cui la visibilità si conquista con il word of mounth e dove l’acquisto di spazi, dove presente, è complementare.

Quest’ultima categoria ha dunque suscitato, non senza ragione, grande entusiasmo e attenzione, sia per gli indubbi vantaggi di un approccio più dialogico con il consumatore sia (soprattutto?) per il risparmio monetario.

Non entro qui in tutti i temi del corretto approccio al social media marketing, mi preme però evidenziare un tema banale e dimenticato: come dice il nome gli earned media non sono mezzi propri, anche dove riteniamo di avere il pieno controllo, come ad esempio nel caso delle pagine Facebook.

Il servizio infatti potrebbe cessare il qualsiasi momento, come da contratto, in più a moltissime aziende sfugge il fondamentale particolare che i lead degli utenti dei social, a meno di specifiche attività, restano dei vari Facebook e Twitter. Ossia non si sa quasi nulla di loro e in caso di chiusura del servizio sono a tutti gli effetti persi.

D’altra parte il traffico che può essere intercettato su questi mezzi è difficilmente riproducibile su siti e strumenti propri, senza contare i costi di sviluppo, gestione ed evoluzione di certe feature social da parte di chi non ne abbia il know how. É il dilemma dei social media, di cui mi sono già occupato: meglio inventare ogni giorno la ruota o consegnare ad altri i nostri clienti?

Una risposta c’è, e sta nel non facile equilibrio tra un’attiva ma intelligente presenza sugli earned media focalizzata però ad un percorso graduale di acquisizione sugli owned media, che vada da una semplice registrazione al sito alla sottoscrizione di una loyalty card fino a tutti i gradi del crowdsourcing e della co-creazione.

Dal mio punto di vista è questo percorso strategico che finora è mancato nell’approccio ai nuovi media, siano essi paid o earned, con molte aziende che hanno progressivamente abbandonato il presidio del proprio sito e di altri canali di comunicazione a favore delle più facili pagine social.

Io ritengo invece che quello dei nuovi media (meglio, dei media e basta) sia un ecosistema complesso che richiede una visione strategica di insieme, dove ogni elemento è funzionale a un percorso.

I tempi e gli strumenti invece sono maturi per consentire ad ogni azienda di costruire i propri mezzi attraverso cui comunicare ai propri clienti, risparmiando anche budget da reinvestire in adv e in social media marketing, con lo scopo di incrementare ancora il circolo virtuoso della relazione.
E in questo i social media sono importanti ma da soli non bastano.

Resta poi molto importante la costruzione di metriche adeguate, in combinazione con la capacità e la volontà di leggere i dati che gli strumenti digitali sono in grado di fornirci.

Ho la percezione che queste logiche stiano iniziando solo ora ad affermarsi nelle aziende più illuminate, ma la progressiva necessità di misurare il ROI dei nuovi media porterà, almeno così mi auguro, sempre più imprese a ragionare seriamente su questi temi.

Voi che ne dite?

Back to work: qualche considerazione sulla (corretta) visione dei nuovi media

Ebbene sì, le vacanze sono finite da alcuni giorni e, superato lo shock, eccomi qui con il primo post della stagione, dedicato a qualche considerazione sui nuovi media e sull’approccio strategico alle tecnologie per le aziende.

Parlo volutamente di nuovi media, e non solo di web o di social, perché secondo me le cose sono più complesse.

Immagine tratta da http://www.donbosconews.it/

Sicuramente dopo l’estate possiamo (riba)dire che:

a)  i social media non sono un mondo a se stante, bensì uno straodinario canale di interazione con gli utenti finali che però deve essere integrato con tutto il resto della comunicazione e del marketing dell’azienda, a seguito di una corretta analisi strategica di target e obiettivi. Nelle aziende si fa ancora con poca pianificazione e, almeno in Italia, anche gli utenti non fanno un uso maturo di questi strumenti.

b)  quando si parla di nuovi media non va mai dimenticata l’evoluzione di strumenti già esistenti che stanno conoscendo una nuova vita, come ad esempio il telefono cellulare, sempre più protagonista come dimostrano notizie quali l’acquisizione di Motorola da parte di Google.

c) il fatto che una tecnologia esista già non ne determina l’adozione da parte degli utenti: il mobile web e gli smartphone sono decollati all’indomani dell’avvento di iPhone (post scritto in tempi non sospetti), così come i social dopo Facebook. Noi addetti ai lavori a volte perdiamo di vista il fatto che la gente non è così permeata di certe tecnologie come noi, come l’approccio “post” ci suggerirebbe.

d) tutti questi strumenti sono collegati fra loro e nella testa degli utenti più giovani, i nativi digitali, il passaggio fra uno strumento e l’altro (e l’uso contemporaneo) è naturale.  La visione di insieme dunque è fondamentale, per garantire efficacia e coerenza.

Sulla base di questi brevi spunti dunque mi sento di dire che la persona che cura la strategia digitale di un’azienda non può ormai più essere “solo” un esperto di web o di social ma deve possedere una visione dall’alto di tutti gli strumenti disponibili (Internet, mobile, digital signage etc.), compresa la dimensione degli strumenti di gestione integrata dei contenuti.

Naturalmente non si può essere i massimi esperti di tutti gli ambiti, e per questo resta importante la presenza di specialisti, ma chi deve disegnare la strategia nell’insieme non può ignorare delle basi tecniche e, conteporaneamente, deve essere profondamente dentro le logiche di business aziendali.

Da noi tutto questo mi sembra ancora poco diffuso, ma per il futuro mi sento ottimista.

Voi che ne pensate?

Quale sarà la chiave per unire il mondo fisico e quello digitale?

Ho parlato spesso della crescente fusione fra il mondo fisico e quello digitale, con il concetto di ipertestualità diffusa, ossia la possibilità di creare dei link tra oggetti tangibili, siti e strumenti multimediali.

Realtà aumentata

Tuttavia ho già evidenziato in passato il fatto che ad oggi sembra ancora mancare l’applicazione definitiva che renda davvero universale e diffuso questo mondo di cui si parla da tempo, tra realtà aumentata e Internet delle cose.

In realtà un device chiave esiste già, ed è lo smartphone: sociale, personale, sempre più ricco di funzioni e sempre nelle nostre tasche.
Esistono già anche molte applicazioni che sfruttano alcune caratteristiche vincenti di questi strumenti, come la geolocalizzazione via gps, eppure non si può dire ad oggi che questi fenomeni siano davvero maturi, a causa di limiti di conoscenza degli utenti, di costi di connettività ma soprattutto di scarsa universalità di certi applicativi.

Anche le realtà di successo, come Foursquare, sono infatti ancora piuttosto di nicchia e, come ben rilevato alla recente conferenza dei sindaci di Bologna, si fondano su di una feature (il mezzo, non l’obiettivo), senza avere però un progetto articolato e completo alle spalle.

Ecco che in questo senso allora un progetto come Google+ mi fa pensare invece al concetto di ecosistema, ossia di una serie di strumenti coordinati sotto un’unica logica strategica, uniti da un substrato comune e che si completano a vicenda.
Questo ecosistema poi non deve essere troppo chiuso, perché la storia di tecnologie come, ad esempio il fax, ci ricorda che finché gli utilizzatori di un sistema di comunicazione sono pochi e non c’è indipendenza dal device il mezzo non può decollare.
In altri termini quindi anche un social dominante ma chiuso da password (come Facebook, nonostante i social plugin) o un’app vincente ma proprietaria per un sistema operativo e per un solo device (modello Apple) non può essere la chiave ultima per collegare fisico e digitale.

Nella mia visione dunque, se nella navigazione pura la teoria della morte del web di Chris Anderson è attendibile, probabilmente nell’interazione tra fisico e digitale i muri chiusi scricchiolano e c’è qualche speranza in più che la mia opinione circa il medio termine del mobile sia fondata.

E allora? Nella mia visione il futuro è rappresentato da una tecnologia neutrale rispetto al device, in grado di diventare uno standard e che sia semplicemente il mezzo per accedere ad una miriade di altri servizi utili, senza essere conclusa in se stessa.

Potrebbe essere ad esempio simile alla radiofrequenza con Rfid o Nfc o più semplicemente potrà essere qualcosa che oggi non conosciamo ancora ma che diventerà insieme mezzo di pagamento, veicolo di informazioni e strumento indispensabile per tutta la nostra vita digitale.
Se sapessi poi già che cosa potrebbe essere davvero in dettaglio, beh, ci starei lavorando invece di scrivere questo post! 🙂


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Google+ e la logica dell’ecosistema

Da qualche giorno sono entrato in Google+, la nuova creatura del colosso di Mountain View che ha il gravoso compito di riscattare i precedenti modesti risultati nel campo delle proposte social.

Premetto subito che non avuto tempo di spaziare molto in un ambiente che, per forza di cose, è ancora relativamente spopolato, se escludiamo gli addetti  ai lavori, tuttavia ho ritrovato al suo interno una serie di elementi interessanti.

Google+

Prima di tutto è notevole il respiro della manovra di Google: prima il pulsante +1, poi Me on the Web che ha favorito la compilazione dei profili personali, ancora la nuova grafica con la sandbox in alto e infine l’apertura (con qualche incertezza) del nuovo strumento.

Inoltre questa volta l’interfaccia sembra più semplice, almeno nella gestione delle cerchie di amici, cosa che non si poteva dire del defunto Google  Wave e in parte anche di Google Buzz.

Il punto chiave però resta un altro concetto che ha fatto la fortuna di strumenti come Twitter, ossia l’ecosistema, che nel caso di Google è totalmente proprietario ed è fatto da decine di servizi leader, dalla mail all’analytics passando per le mappe.

Lo stesso Facebook si è adoperato per costruire il suo mondo, con una serie di nuovi strumenti che però non possono essere paragonati a quelli di big G, prima fra tutti proprio la mail.
Google inoltre dalla sua ha la ricerca, una caratteristica che Facebook ha infatti cercato di fronteggiare in tempi non sospetti collaborando con Bing.

Ancora, nonostante il costo di questo progetto Google non ha l’urgenza di monetizzare visto che i suoi (pochi) prodotti profittevoli sono talmente redditizi da permettere il continuo rilascio di altri tool gratuiti che vengono di fatto testati dagli utenti.

Infine, facendo riferimento al famoso articolo sulla morte del web di Chris Anderson, quello di Google non è realmente un giardino circondato da mura (come Facebook), in quanto quasi tutto è accessibile anche senza una registrazione.

Le premesse dunque di un progetto di grande respiro ci sono tutte, la vera sfida di Google sarà però sul terreno dell’engagement sociale, che potrebbe non decollare. Tuttavia, in un web complesso e pieno di servizi e profili, siamo sicuri che l’obiettivo di Google sia davvero quello di scalzare Facebook? O piuttosto questo nuovo modello è in realtà finalizzato a riaffermare la leadership sul web e a portare ancora più traffico alle tradizionali fonti di reddito del gigante della ricerca?

Non dimenticherei infine che è al debutto anche Google Chrome OS che per funzionare chiede come chiave un account Google

La cloud è bella se la testa è pronta

Il concetto di cloud computing sta ormai diventando di dominio pubblico, specie dopo gli annunci dei giganti Apple e Google, anche se a mio avviso in pochi hanno chiaro davvero di che cosa si parla.

La nuvola infatti è qualcosa di molto, molto concreto, ossia decine e centinaia di computer che grazie al crollo dei costi di banda e di storage hanno permesso, tra le altre cose, lo sviluppo dei social media e il modello economico del Fremium.

immagine tratta da Sevensheaven.nl

Infatti, dal punto di vista dell’utente finale, la tecnologia sottostante è piuttosto indifferente e quello che conta è la possibilità di accedere ai propri dati in qualsiasi al momento, da qualsiasi punto del mondo, in tempo reale.

Le stesse aziende, pur con le doverose tutele in termini di sicurezza, stanno approcciando sempre di più a questo tipo di soluzioni e le più lungimiranti stanno costruendo infrastrutture di dati adatte a fronteggiare le nuove sfide.

Come ho già detto però più volte a proposito dell’Enterprise 2.0 e dello stesso social web il punto finale è uno: senza un corretto approccio mentale gli strumenti non servono a nulla!

Infatti avere i dati sempre disponibili è utile se non sono organizzati in modo corretto? E poter condividere con i colleghi le informazioni ha qualche significato se poi la cultura aziendale incentiva a tenere le informazioni per sè per avere maggiore potere?

La mia impressione dunque è che ci sia un momento di hype che non è ancora supportato dal corretto cambiamento culturale. Voi che ne dite?


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Il sistema di monitoraggio della reputazione online di Google e qualche considerazione sull’identità in rete

In questi giorni è apparsa una notizia interessante, il lancio di Me on the Web, un sistema di monitoraggio della reputazione incluso nell’account personale di Google che ha l’obiettivo di accompagnare anche i meno esperti nella gestione delle proprie informazioni online.

identità digitaleAl di là degli strumenti offerti, e dello scopo di favorire la compilazione e l’utilizzo dei propri profili Google, trovo che la news sia rilevante perché vede uno dei grandi big della rete focalizzarsi sull’identità online in un’ottica di gestione consapevole e, perché no, di personal branding.

Ho parlato spesso in passato del tema della costruzione della propria identità in rete e di quello dell’educazione all’utilizzo consapevole delle proprie informazioni sul web, tema quast’ultimo piuttosto caldo viste le disavventure made in USA del politico David Weiner.

Se da un lato infatti tutto ciò che si posta in rete resta recuperabile nel tempo dall’altra Internet offre oggi una serie di opportunità straordinarie per promuovere se stessi per scopi professionali, politici e personali. Dunque, andando oltre i facili allarmismi, io credo che i vantaggi superino i rischi nel momento stesso in cui si comprenda che la propria privacy finisce dove noi iniziamo a postare (e nessuno ci obbliga a farlo).

Gli elementi per una reale strategia di successo per la nostra presenza in rete dunque sono:

1) Conoscere bene i mezzi e le loro implicazioni: non tutti gli strumenti sono uguali e io, ad esempio, ho diversificato tra sito personale (chi sono e che cosa faccio), questo blog (le mie opinioni sulla rete), Tumblr (i progetti e le mie attività lavorative in modo più puntuale e veloce), Friendfeed e Google Profile (aggregatori) e così via per tutto il resto.

2) Avere un messaggio e una serie di obiettivi chiari e coerenti da trasmettere: se mi voglio accreditare come esperto di un certo settore devo frequentare i canali giusti, avere il network corretto e essere attinente negli argomenti. N.B. non vuol dire non avere vita sociale in rete ma differenziare i canali tra ricreativo, professionale etc.

3) Monitorare quello che si dice di noi: anche se non siamo personaggi famosi non possiamo escludere che qualcuno, anche in buona fede, condivida informazioni su di noi (i classici degli amici che postano su Facebook le immagini della festa dove ci si è molto, o troppo, divertiti).

Tutto questo ovviamente va misurato sulla base dell’importanza professionale e personale che la rete riveste per noi, ma credo che l’attenzione e la consapevolezza riguardino tutti.

Se poi invece ci occupiamo di strategia digitale, beh in tutto questo troviamo un’ottima modalità di allenamento per capire dinamiche come il monitoraggio della reputazione in rete, la distribuzione dei contenuti, il social media marketing e la gestione della multicanalità che ci torneranno molto utili anche per i nostri brand.

Anche perché l’unico modo di affrontare davvero le sfide del digitale è partire dall’esperienza come utenti degli strumenti, visto che lavoriamo con persone e non con segmenti di mercato.

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