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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Il cloud non è (solo) un fatto di costi, è un tema di cambiamento

Il cloud non è un tema tecnologico.

Il cloud non è un tema di risparmio dei costi.

Il cloud è un tema di trasformazione aziendale verso una maggiore agilità.

Prendo spunto da questa infografica dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano per mettere assieme alcuni stimoli raccolti in varie situazioni nell’ultimo mese. Continua a leggere “Il cloud non è (solo) un fatto di costi, è un tema di cambiamento”

Cloud sì, ma non è così impalpabile!

Nell’immagine, tratta dal sito di Greenpeace, il fabbisogno energetico dei servizi di cloud computing comparato a quello delle nazioni. Non male vero?

Una riprova ulteriore che sotto il mondo digital batte un cuore di infrastrutture che sono tutto tranne che virtuali!

Visto che, come ho scritto in tempi non sospetti, ci stiamo spostando in un’economia dove i dati hanno una rilevanza fondamentale quello dell’impatto ambientale sarà dunque un tema sempre più caldo.

Nel link che si apre cliccando sopra l’immagine trovate un’interessante report su come i big dell’ecosistema digitale stanno affrontando questi aspetti. Buona lettura!

I progetti digitali iniziano con una domanda: perché?

Ci sono diversi tipi di strumenti e di tecnologie che hanno cambiato il modo di lavorare e di vivere: Internet prima di tutto, poi i social media, gli smartphone, la cloud e molto altro.
In tutti questi casi parliamo, giustamente, di rivoluzioni digitali perché il loro effetto è stato dirompente.

Fonte Brian Solis
Fonte Brian Solis

Spesso però i dati sono contraddittori e le attese (soprattutto delle aziende) sono deluse: i social media sono visti in modo altalenante, sono svariati anni che si attende “l’anno del mobile“, le logiche collaborative corporate sono piuttosto all’inizio e le stesse professioni digital sono da alcuni esaltate e da altri viste come fuffa di passaggio.

In realtà, secondo me, i fatti sono un po’ più complessi: in tutte le rivoluzioni, come ricorda anche Gianni Riotta nel suo recente libro su Internet, il cambiamento è più lento e in parte imprevedibile nei suoi esiti e chi cerca di vedere solo fenomeni eclatanti o di seguire l’ultima grande moda rischia la delusione.

Prendiamo il mobile: in molti si affannano a realizzare applicazioni da valore aggiunto limitato e ci si focalizza spesso su tecnologie “wow” ma ancora poco facili da usare, come la realtà aumentata. Nella maggior parte dei casi i ritorni sono modesti e la verità è che invece la navigazione su Internet su cellulare è accessibile da anni ma solo progressivamente la gente ha cominciato a usarla, premiando chi ha lavorato sui siti mobile ready, ossia alla prosecuzione naturale del servizio offerto già in precedenza con le pagine web su desktop, o chi ha pensato applicazioni che davvero danno un beneficio a chi le usa.

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Lo stesso discorso vale per la penetrazione dei social network, che come ho scritto in passato parte da lontano e da una serie di fattori che solo ad un certo punto diventano così chiari da creare l’hype mediatico. Anche qui però gli utilizzi da parte delle aziende sono poco efficaci perché agiscono sulla parte più spettacolare e visibile del processo, e non sul misurare quelle correnti profonde dove però sta il valore.

Ed è proprio al valore che occorre guardare in un’epoca che Brian Solis definisce “digital Darwinism, a time when technology and society are evolving faster than the ability of many organizations to adapt. It is for this reason (along with a myriad of other problems of course) that in fact killed Borders, Blockbuster, Polaroid and the like.”

Fonte Brian Solis via Flickr
Fonte Brian Solis via Flickr

Per questo ogni progetto di marketing (che ormai è per forza digital) deve oggi guardare più in profondità, leggere nelle pieghe dei numeri, capire davvero i clienti e non essere solo cosmetico.
Ciò richiede un’attenta capacità di ascolto e, alla fine, si deve tornare a guardare a quelli che sono i bisogni che le persone soddisfano con ciò che ogni azienda offre.

In questo il digital è una leva fondamentale ma non basta da solo se non si parte dalla prima domanda: perché stiamo facendo questo e quale è il significato profondo del nostro proporre prodotti e servizi al mercato?

Digital transformation: ingegneria del software o dell’organizzazione?

La Digital Transformation, ossia in estrema sintesi l’uso della tecnologia per migliorare le performance delle aziende, non è un tema che emerge molto spesso ed esplicitamente in Italia.
Anche quando viene toccato poi, il tema dell’innovazione si riduce più che altro alla scelta di comunicare con degli strumenti digitali o, al massimo, alla distribuzione di nuovo qualche device per i dipendenti.

Sono tutte cose giuste da fare ma la big picture è ben più ampia.

In un recente report del MIT Center for Digital Business e di Capgemini infatti si afferma chiaramente “whether using new or traditional technologies, the key to digital transformation is re-envisioning and driving change in how the company operates. That’s a management and people challenge, not just a technology one.”

Insomma parliamo di organizzazione, cultura e leadership, non di eccellenze isolate, nell’area dei sistemi informativi o nel marketing digitale (che presto o tardi diventerà semplicemente “marketing” ): si tratta invece di passare “dal che cosa fare” a un maggiore focus aziendale su “come fare le cose”.

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Siamo entrati infatti in un’era necessariamente collaborativa in cui 4 grandi forze abilitanti individuate da Gartner fanno da piattaforma per questo cambiamento: il cloud, il mobile, il social computing e l’informazione (intesa anche come big data).
 
Tutti elementi che sono già bene o male presenti nelle organizzazioni ma che non hanno un contenuto intrinseco: il cloud da solo non è che un modo diverso di concepire un disco fisso, il mobile per molti equivale ancora solo a inviare mail per qualsiasi necessità, i dati per avere valore devono essere disponibili a tutti e organizzati in un certo modo. E per finire, come per i tutti i social media anche quelli interni (e gli strumenti collaborativi in genere) traggono il loro valore da ciò che le persone ci mettono dentro, non dalla piattaforma in sé.

Immagine tratta da http://transform.poplarbluffschools.net

Il grande salto culturale dunque è quello di coinvolgere l’intera organizzazione, sotto la leadership del top management, in dei processi che portino davvero valore aggiunto al modo di lavorare e di fare business.
Avere solo un dipartimento di marketing digitale, che da tempo ha iniziato ovunque un cammino che lo porta a essere sempre più intersecato con quello It, non basta più come unica condizione.

La tecnologia e la competenza nel suo utilizzo abilitano, ma sono le procedure, la cultura del lavoro collaborativo e l’interiorizzazione del suo valore che fanno la differenza. C’è molto da fare.

Google Now e tutti gli altri: l’elogio del qui e ora

Durante la scorsa settimana ho iniziato a usare Google Now, la funzionalità dell’app di Google che fornisce informazioni legate al contesto (meteo, trasporti e molto altro) che è sbarcata nel mondo iOS.

A parte il fatto che è costruita molto bene in termini di velocità e di interfaccia, ciò che mi ha colpito è il concetto di fondo: avendo un ecosistema di strumenti collegati fra loro Google lo sfrutta legando le informazioni al contesto in cui l’utilizzatore si trova in quel momento, attingendo da ciò che conosce del suo profilo e invitandolo a fornire altri elementi su di sé per un servizio migliore.

Google Now

Ci sono dentro tutti gli elementi che caratterizzano la rivoluzione digitale oggi in corso: mobile, big data, ecosistema, cloud.
Ma ancora in più c’è dietro l’evoluzione delle generazioni dei nativi e del loro modo di usare le nuove tecnologie, che è molto più fluido (passo dal meteo al compleanno di un amico nella stessa app, che uso su device diversi) ma che è anche sempre più legato al contesto spazio-temporale, con la necessità di ricevere una risposta immediata senza dover cercare.

La logica della contestualità è a ben guardare dietro a moltissime app di successo, da Instagram che mi permette di elaborare e condividere subito le foto che faccio per strada a Vine, dai fenomeni di showrooming alle promozioni geo localizzate, dall’hashtag su di un tema caldo su Twitter al check-in su qualsiasi tipo di app che lo permetta.

È uno spostamento che è stato reso possibile dalla diffusione dei device mobili, che hanno svincolato l’esperienza digitale da un luogo statico dove ho un computer connesso, e dalla democratizzazione degli strumenti, che oggi consentono a chiunque di poter produrre e condividere contenuti in qualsiasi istante senza particolari competenze e a costi vicini allo zero.

Multichannel Marketing

Se dunque qualche anno fa dicevo che la nuova frontiera del digitale era il luogo, ora mi sento di dire che è il contesto, fatto di tempo e spazio.

E’ anche il marketing si dovrà adeguare, perché l’impatto della tecnologia lo sta già trasformando ed è tempo di concretezza. Date ad esempio un’occhiata a questa dicharazione…

Voi che ne dite?

Nuvole, dati e tanti soldi: cosa sta succedendo in questi giorni online

Non c’è che dire, le  ultime settimane sono state decisamente vivaci online, nell’attesa della favolosa (e troppo gonfiata?) IPO di Facebook.

Proprio il gigante di Zuckenberg si è dato da fare più di tutti, con l’acquisizione di Instagram per il notevole (!) prezzo di 1 miliardo di dollari e, subito a ruota, dall’acquisto di Glancee (una volta tanto, start-up italiana che è riuscita a farsi sentire all’estero). Nello stesso periodo, Google ha lanciato finalmente il suo servizio di storage cloud Google Drive, mentre Linkedin ha acquistato SlideShare per quasi 119 milioni di dollari.

Posto che resto sempre affascianato dai capitali che girano oltre oceano per questo tipo di operazioni, condivido l’analisi fatta da Vincenzo Cosenza per quanto riguarda il fronte Facebook: il gigante dei social network sta acquisendo prima di tutto know how per competere nel campo più significativo e promettente (anche per i venture capital), il mobile.

Non da meno poi è Google, visto che sia la creazione del marketplace Play sia il lancio di Drive fanno parte di una logica di ecosistema digitale in cui Big G vuole legare i suoi utenti attraverso un reticolo di servizi svincolati dal device, fermo restanto che con Android la presenza di Mountain View in questo mercato è enorme.

Cloud

Cloud e cellulari, con accesso a tutti i dati e i servizi in maniera indifferente rispetto agli strumenti usati: lo avevo abbozzato già 2 anni fa e credo che sia questo il terreno di battaglia del prossimo futuro, in cui infatti sono scesi anche i player “tradizionali” Apple (con iCloud) e, tardivamente, Microsoft (con Skydrive) che stanno offrendo servizi al mercato dei consumatori finali (che già usufruiscono di certi strumenti senza saperlo).

L’obiettivo vero è però alla fine quello di agganciare al proprio ecosistema digitale le nuove generazioni sempre connesse e i “nativi digitali, forse anche a scapito della redditività immediata, sfruttando al meglio il modello fremium e i costi sempre più bassi dello storage (pensate cosa vuol dire regalare a milioni di utenti 2 o 5 GB e vendere a 800 dollari mese 16 tera come fa Google!).

Rispetto al punto dello storage, è bene anche ricordare che non si tratta di mondi solo virtuali, visto dietro ci sono grandi macchine hardware, il ferro insomma, e questo dà un senso di tangibilità a quello che sembra un universo evanescente di bit.

Questi grandi ecosistemi fatti di software, cloud e dispositivi mobili (non solo cellulari) forse non saranno la fine del web pronosticata da Chris Anderson qualche tempo fa ma sicuramente segneranno un’evoluzione significativa ed essere dentro o fuori potrebbe fare la differenza per sopravvivere al momento in cui i social (e in generale i player web) come li conosciamo ora verranno superati da nuovi paradigmi.

Insomma siamo solo all’inizio…e voi, che pensate di questo nuovo scenario competitivo?

Google Play e (ancora una volta) la logica dell’ecosistema

E’ nato da pochi giorni Google Play, il nuovo market del colosso del web che va a inglobare il vecchio Android Market e presto diversi altri servizi legati alla vendita di contenuti.

Google Play
La notizia, arrivata più o meno in concomitanza con il lancio del nuovo iPad, mi sembra quanto mai coerente con le ultime mosse di Google rispetto all’integrazione e alla privacy unificata dei suoi servizi.
In tempi non sospetti infatti avevo scritto che Google+, tutt’ora oggetto un po’ misterioso nei reali risultati, non doveva essere visto come pura reazione a Facebook ma come un pezzo di un ecosistema più vasto, termine che uso spesso e che ritrovo con piacere anche sul Sole 24 Ore proprio a proposito di Google Play.

A mio avviso dunque non siamo (solo) davanti a una rincorsa a Apple, che pure segna spesso la via per i big della rete, ma a un processo per cui questo market si inserisce nella razionalizzazione di quel mare di servizi che Google lancia continuamente, con diverse fortune, grazie alla fetta di tempo che i suoi sviluppatori possono dedicare ai progetti personali (20% del totale). Pochi sono profittevoli (e bastano alla grande) ma ora tutti quelli che hanno un certo successo stanno convergendo.

L’idea è una sola alla fine, avere un utente con un profilo Google con il quale esso può accedere a un mondi di servizi, gratuiti o a pagamento, collegati in modo più fluido e dove è presente costantemente l’advertising del colosso di Mountain View, il vero motore economico di questa macchina e su cui i competitors sono ancora distanti.

Tutto questo mondo, a differenza dei rivali tradizionali dell’informatica come Microsoft, si svolge totalmente online dato che anche Google Play ospiterà tutti i contenuti acquistati su cloud, disponibili anche da altri device tramite il Google ID.
Ossia se volete quello che fa iCloud ma anche la stessa Google con i Chrome Book, la cosa interessante è che Google vuole ora rendere anche gli smartphone Android un hardware governato dai propri profili, scelta che limita molto il potenziale svantaggio rispetto a Apple di avere a che fare con diversi produttori, mentre lascia vivo il plus di un ecosistema più vasto.

In conclusione dunque ci troviamo difronte a un disegno molto vasto, in cui Google fa leva sui tanti ambiti in cui è leader per insidiare anche leader di altri settori, quali Apple e Facebook, non tanto sul terreno diretto del servizio in sé ma anche e soprattutto inserendolo in un’offerta totalmente web e a 360°.
n piano a tratti un po’ inquietante per la vastità, ma pienamente coerente con l’economia dei dati e con lo sfruttamento delle opportunità date da una banda sempre più larga e da uno storage cloud sempre più diffuso ed economico che rende meno cruciale il vantaggio dato dall’harware.

Voi che ne pensate?

L’irresistibile concretezza (fisica) dei nuovi media “virtuali”

Una delle osservazioni più ricorrenti, e in fondo comprensibili, che si sentono dire a commento delle quotazioni miliardarie di Google, Facebook e di tutto il mondo dei social media e del web è che di fatto si parla di cose virtuali, ben diverse da quelle fisiche come i prodotti che hanno (anche) nella tangibilità il loro valore.

Il tema poi può essere esteso anche a tutti i nuovi media e ai loro contenuti liquidi e fruibili ovunque, che fanno pensare a realtà intangibili e per questo ben diverse dalla fisicità materiale.

Ebbene, la storia non è così semplice. Prendiamo ad esempio Google: fare ricerche online è talmente naturale per tutti noi che a nessuno viene in mente che dietro ci sono dei computer (ossia macchine, ferro) che macinano dati per risponderci in una frazione di secondo. Non si sa quanti siano ma le varie fonti parlano tutte di almeno 1 milione di server (!), che come potete immaginare non sono ospitati esattamente in uno scantinato e consumano una discreta quantità di energia elettrica.
Lo stesso vale per Faceboook (300.000 server) e per tanti altri, di cui trovate qualche dato (non recente) qui http://www.gizmodo.it/2010/04/15/avete-idea-di-quanti-server-abbia-google-no-guardate-questi-grafici.html

Non da meno sono i big dell’e-commerce, per i quali l’infrastruttura comprende anche magazzini, logistica distributiva, customer care e molto altro.
Potete vedere facilmente dei video esplicativi su YouTube, come ad esempio per questi  brevi spaccati del mondo delle operations di due importanti e-retailer quali Amazon e Vente Privee.
Ancora dunque qualcosa di molto fisico, anche se per noi consumatori finali ciò che si vede è sempre e solo un sito attraverso uno schermo.

Arriviamo infine all’ultimo esempio in ordine di tempo, iCloud di Apple, che offre 5 GB di storage gratuito sulla nuvola.
Il concetto in sé non è nuovo in quanto molti player fanno questo da tempo, grazie ad apposite applicazioni scaricabili anche da mobile, qui casomai la novità sta nel fatto che il servizio è già incorporato nel sistema operativo, rendendo tutto più automatico per l’utente meno esperto.
Al di là della impulso alla diffusione del cloud dato da questo strumento vi invito pero’ a fare un breve calcolo moltiplicando i 5 GB base per il numero di device Apple in grado di utilizzare IOS5: ne viene fuori una quantità di spazio digitale imponente, che di nuovo prevede macchine fisiche alle spalle dell’etereo concetto di nuvola.

Tutto questo viene ovviamente da lontano, grazie al costante abbattimento dei costi di banda e di storage che ho messo recentemente fra i fattori che hanno fatto nascere il social web.

Quante aziende pero’ nel progettare le loro idee sui nuovi media prendono realmente in considerazione le tematiche più hard di questi concept?
E quante hanno strutturato adeguatamente i loro dati per poterli fruire in modo liquido ed economicamente sostenibile attraverso tutti i nuovi media digitali?
E ancora, quanti player sono davvero strutturati tecnologicamente e organizzativamente per governare l’impegnativo tema di the big data di cui ho parlato pochi giorni fa?

Come vedete queste sfide hanno ancora parecchia concretezza alla spalle, ben al di là del fatto che “è tutto virtuale e quindi non costa nulla”.
E dunque non è solo questione di essere creativi….

La cloud è bella se la testa è pronta

Il concetto di cloud computing sta ormai diventando di dominio pubblico, specie dopo gli annunci dei giganti Apple e Google, anche se a mio avviso in pochi hanno chiaro davvero di che cosa si parla.

La nuvola infatti è qualcosa di molto, molto concreto, ossia decine e centinaia di computer che grazie al crollo dei costi di banda e di storage hanno permesso, tra le altre cose, lo sviluppo dei social media e il modello economico del Fremium.

immagine tratta da Sevensheaven.nl

Infatti, dal punto di vista dell’utente finale, la tecnologia sottostante è piuttosto indifferente e quello che conta è la possibilità di accedere ai propri dati in qualsiasi al momento, da qualsiasi punto del mondo, in tempo reale.

Le stesse aziende, pur con le doverose tutele in termini di sicurezza, stanno approcciando sempre di più a questo tipo di soluzioni e le più lungimiranti stanno costruendo infrastrutture di dati adatte a fronteggiare le nuove sfide.

Come ho già detto però più volte a proposito dell’Enterprise 2.0 e dello stesso social web il punto finale è uno: senza un corretto approccio mentale gli strumenti non servono a nulla!

Infatti avere i dati sempre disponibili è utile se non sono organizzati in modo corretto? E poter condividere con i colleghi le informazioni ha qualche significato se poi la cultura aziendale incentiva a tenere le informazioni per sè per avere maggiore potere?

La mia impressione dunque è che ci sia un momento di hype che non è ancora supportato dal corretto cambiamento culturale. Voi che ne dite?


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