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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Parla come mangi e… poi invitami a cena!

Ho scelto un titolo provocatorio per attirare l’attenzione su di un post in cui sarò molto schietto a proposito di un tema che mi sta a cuore da tempo: l’incontro e il dialogo tra manager d’azienda e esperti di nuove tecnologie.

Vado spesso (o partecipo in streaming) a interessanti eventi dedicati a mobile, e-commerce, digital communication e chi più ne ha più ne metta e ho sempre l’impressione che i partecipanti siano addetti ai lavori che ascoltano altri loro colleghi.
Grandi assenti invece sono spesso i manager d’aziende non digitali, coloro che disegnano le strategie o, più semplicemente, le rendono effettive attraverso tutti gli strumenti oggi esistenti.

Fonte http://whatconsumesme.com

Io ho la fortuna di ricoprire una posizione strategica a cavallo fra questi due mondi e spesso per tale motivo faccio anche da interprete fra le due facce del business, per quanto sempre più vicine. E non ho usato casualmente la parola “interprete”.

Ricordo nitidamente una domanda del test di ammissione all’università su di un concetto di sociolinguistica che poi avrei ampiamente studiato ma che allora probabilmente sbagliai: la variazione di diafasica della lingua, ossia l’adattamento del modo di esprimersi al tipo di interlocutore e di contesto.
In molti di questi eventi infatti si discute con grandissima competenza di tematiche importanti anche per chi non è un “tecnologo” ma lo si fa usando una terminologia settoriale corretta ma incomprensibile per chi non è del ramo.
Se a ciò si unisce una certa colpevole mancanza di attenzione ai nuovi scenari da parte di una parte del management italiano, ecco che la frittata è fatta.

Non so se sia nato prima l’uovo o la gallina, ossia se i manager non vengono a questi eventi perché li considerano troppo tecnici o se invece questi eventi sono molto specialistici perché si prevede siano destinati agli addetti ai lavori vista la mancata partecipazione di altre figure professionali. E non voglio nemmeno generalizzare.

Dico solo che, secondo me, oggi probabilmente mancano occasioni in cui i professionisti (veri) della strategia digitale possano offrire visioni stimolanti e centrate sul business ai decisori aziendali, in una lingua che loro capiscono.
E sono certo che molti esperti del digitale sarebbero in grado di ispirare realmente e concretamente anche persone che non conoscono la tecnologia ma che avrebbero bisogno urgente di capire che cosa oggi è possibile fare per migliorare il proprio business.

Insomma, il punto non è se questi temi possano importare a entrambi, ma solo riuscire a capirsi, dopo essersi trovati in uno stesso luogo per questo, un evento (o un’altra situazione) che sia come una piacevole cena dove si parla di cose interessanti in una lingua simile e fluida.

Poi ci saranno tante occasioni per eventi specialistici che non perderanno di importanza, anzi, saranno vitali per sviluppare i singoli aspetti dell’ecosistema di business creato dagli incontri di cui sopra.

Ma non possiamo dimenticare che la strategia digitale si fa assieme con chi può decidere.

E ora sono curioso di sentire la vostra opinione.

Volunia, le galline in fuga e gli amici della Silicon Valley (che non sono più geniali noi)…

Ho lasciato passare qualche giorno, per rifletterci un po’ e nella (vana) speranza che il mio invito come power user richiesto a novembre arrivasse.
Ma visto che per ora non ci sono notizie proverò a fare comunque qualche considerazione su uno dei progetti più chiacchierati del momento: Volunia.

 Molti di voi avranno assistito alla famigerata presentazione del 6 febbraio, in cui obiettivamente mezzi difettosi e scelte discutibili (tipo l’italiano come lingua universale) non hanno precisamente fatto partire con il botto un progetto caricato di grandi aspettative.
Dopo questo, sicuramente chi ha avuto modo di provarlo (non essendo fra loro mi attengo alle loro opinioni) ha rilevato che si tratta di una beta molto abbozzata: indicizzazione modesta, grafica rudimentale, meccanismi da oliare.

Quanto ho potuto sentire finora mi ha porta comunque a delle considerazioni sull’influenza del nostro contesto culturale e imprenditoriale su di un progetto come questo. Eccone alcune:

1) anche questa volta i 60 milioni di digital strategist dall’epic fail più veloce del west hanno colpito. Dopo 5 minuti di presentazione e ben prima di qualsiasi contenuto concreto per loro era già in corso un disastro epocale. Tipico di chi non avendo mai presentato nulla nella vita non ha il rispetto per chi lo fa. Anche se in questo caso lo ha fatto male, senza dubbio.

2) Marchiori ha sfruttato in qualche modo l’hype mediatico ma l’attesa del progetto italiano che avrebbe dovuto minacciare già domani Google è stata forse troppa e mal posta. I giornali non sanno di che cosa si parla davvero (e infatti hanno continuato a tessere anche dopo la storia della contrapposizione con Big G), e vanno gestiti con cautela.

3) Io non credo che nella Silicon Valley la gente del luogo sia più intelligente per dono divino e prova ne sono i tanti italiani, da Faggin a Thione, che vi hanno fatto faville. Semplicemente c’è un ecosistema di business fatto di capitali accessibili (e a volte di singolari personaggi come Yuri Milner), di approccio imprenditoriale con un business plan vero e di mancanza di approssimazione perché chi ha investito ti chiede conto, nei tempi e nei modi corretti.
E c’è tanta gente giovane e competente davvero. Non dinosauri accademici o giovani critici spocchiosi. Detto in altri termini: se non avete uno straccio di idea fallirete anche nella Silicon Valley (e qualche volte inevitabilmente capita anche a chi l’idee le ha).

4) marketing e time to market: per chi non è solo un cavaliere della critica fatta per sentito dire è evidente che il progetto di Marchiori è frutto di un lavoro lungo, pur con tutti i limiti visti finora. Se pensiamo dunque al fatto che sono state pensate da alcuni anni molte intuizioni sono giuste e, se proposte un po’ prima e meglio, anche rivoluzionarie.
La mia impressione è che dunque Volunia sia stata rilasciata in modo approssimativo perché alcuni contenuti stavano diventando già vecchi. Ed è mancato chi almeno li vestisse per mascherare le falle.
Perfino le galline liberate potevano essere un espediente con qualche senso. Ma non con le slide fuori fuoco, e in questo caso nella Silicon Valley sì, ci avrebbero impedito di presentare così.

5) manager o tecnico? Anche in questo caso tali tipi di divisioni dovrebbero sfumare, tanto più per un progetto di successo, mentre ho l’impressione che qui ci siano due blocchi separati: il mondo accademico e di ricerca e i finanziatori che hanno messo i capitali. Giusto che Marchiori ci metta la faccia ma avrebbe avuto bisogno di qualcuno a fianco nella presentazione, per valorizzare le idee in un modo accattivante per il business e meno improvvisato nella presentazione.

6) il mondo è grande, l’Italia anche ma un po’ meno: dal mio punto di vista evidenziare il fatto che il progetto sia stato sviluppato e condotto senza lasciare l’Italia è un plus che era giusto valorizzare. Detto questo però bisogna puntare sui contenuti, perché i big della rete sono globali e il digitale, in particolare il web, non può essere confinato a uno stato, specie se si hanno grandi ambizioni. E anche la nostra stampa dovrebbe allargare gli orizzonti, perché chiedere in sede di presentazione come ha fatto un veneto a trovare finanziamenti fuori regione ci sta un po’ stretto in mondo visione.

In conclusione finora Volunia mi è sembrato un progetto giusto nelle basi ma che ha pesantemente risentito di un contesto culturale dove tutti si riempiono la bocca sul digitale ma in cui il link tra il business vero e la ricerca è debole.
Voi che ne dite? Quanto ha inciso questo fattore culturale?

E se dall’economia dell’attenzione ci stessimo spostando verso l’economia dei dati?

Uno dei grandi problemi che i brand e gli individui hanno oggi è quello di poter emergere dal rumore e dall’overload di informazioni per poter essere rilevanti verso un certo pubblico, nicchia o un mercato di massa che sia.
È un tema forte dell’economia dell’attenzione in cui ci troviamo: gli strumenti per comunicare ormai sono alla portata di tutti, moltissimi li usano (bene o male, ma non è questo il punto), pochi invece ascoltano e ne scaturisce un gran rumore, in cui è difficile cogliere cosa ci interessa.

Per ovviare a questo ci si attrezza, in vario modo: la content curation è un tema forte del momento, si continua a parlare di web semantico e di nuovi strumenti di ricerca (un’altra volta vorrei discutere di Volunia) e, in genere, si fruisce dei nuovi media attraverso singole applicazioni che consentono di fare agilmente poche cose alla volta.

Chi vuole dunque fare marketing e strategia all’interno di questo contesto sempre più affollato oggi si concentra molto sul riuscire a farsi sentire. E molto poco sull’ascolto.
Ma io intravedo dietro a questa bagarre un’opportunità straordinaria, e difficile da sfruttare senza cognizione di causa, che è quella dei dati.


Pensiamoci un attimo: se vediamo l’ecosistema digitale odierno (ribadisco: ecosistema) e quello di business più in generale probabilmente non ci sono mai state tante possibilità di raccogliere, analizzare, correlare informazioni che vengono dalle fonti più disparate, online e offline, via computer o via altri device (primi fra tutti i cellulari).

É il tema di the big data di cui ho parlato altre volte recentemente e su cui stanno costruendo la loro fortuna alcuni dei big della nuova economia: Facebook e Google ad esempio fondano la loro redditività sulla vendita di spazi pubblicitari che si basano sulle informazioni e sui comportamenti dei propri utenti, con una precisazione e misurabilità sconosciuta ai vecchi media.

Mark Zuckenberg mentre illustra Open Graph - fonte: searchenginejournal.com

Sulla loro scorta, anche alcune grandi company private stanno iniziando a correlare e integrare tutti i dati in loro possesso, e chi ne ha i mezzi, come Walmart, si sta spingendo oltre con dei laboratori dove si costruiscono nuovi modelli di business.

Se il trend restasse questo il livello della sfida si alzerebbe notevolmente, in quanto:

A) basare le proprie strategie sulla comprensione e l’ascolto è molto più difficile che comunicare verso segmenti che abbiamo bene in mente ma che forse non esistono nella realtà. E non è poi un tema del tutto nuovo o solo legato ai media digitali.

B) raccogliere e strutturare i dati necessari a sviluppare il punto precedente è molto più complesso e oneroso che mettere una persona (magari in stage) a postare qualcosa su Facebook secondo l’ispirazione del momento

C) i dati vanno raccolti in una molteplicità di modi ma con una regia coerente alle spalle: ecco che tutti gli strumenti devono essere visti come un ecosistema che non può essere fatto di camere stagne e senza collegamento

D) qualcuno deve essere in grado di interpretare in una visione più ampia queste opportunità, leggendo in modo corretto le informazioni e trovando nuovi modi di costruire opportunità.

Guardando il tutto da un punto di vista economico la scelta sembra logica: si passa dal competere per una risorsa scarsa (l’attenzione) allo sfruttare una abbondante (il dato/informazione). Allo stesso tempo però non è molto interessante stare seduti su di un lago di petrolio se non lo si sa estrarre, raffinare e utilizzare (e/o anche vendere). E qui tornano in campo le persone e le nuove professionalità.

A mio avviso infatti una separazione netta fra “tecnologia” e “funzioni di business” perde di senso ma nelle nostre aziende questa evidenza ancora oggi fatica ad affermarsi.

Voi che cosa ne pensate? É troppo presto? É un trend momentaneo (io non credo)?

La tecnologia può migliorare la vostra organizzazione? Sì, se l’organizzazione lo permette!

Il rischio per chi si occupi di strategia digitale e, in generale, di nuove tecnologie per il business è quello di essere percepito come un tecnico.
La cosa è di certo piuttosto vera per diverse professionalità importanti e molto specializzate legate al mondo del digital (Seo, Developer, Data analyst etc.) che possono oggi trovare posto nelle organizzazioni più grandi, ma non per quelle figure che devono sovrintendere all’ecosistema dal punto di vista strategico.

immagine tratta da http://www.collaborationideas.com

Ne ho già parlato altre volte: la strategia digitale è qualcosa che si interseca profondamente con tutti i rami e i settori di business dell’azienda e richiede delle persone dotate di un approccio manageriale, della capacità di dialogare e di capire gli obiettivi e, naturalmente, competenti rispetto alle soluzioni tecnologiche che però non devono implementare in prima persona sul piano informatico.

Questa premessa è importante, secondo me, per capire se e come la tecnologia può far evolvere le organizzazioni: non conosco infatti nessuno strumento in grado di modellarle senza intervento umano (e manageriale), ma questo alle volte non sembra essere così chiaro.

Prima di tutto ritengo dunque che l’approccio POST che si applica ai consumatori si possa utilizzare anche per il cliente interno all’organizzazione: partire dalla tecnologia e non dalle persone cui è rivolta e dagli obiettivi che si vogliono raggiungere è una delle cause di insuccesso più frequenti.

Inoltre la capacità di avere una visione di insieme permette di collegare tante piccole e grandi richieste delle varie aree aziendali in un unico disegno, che permetta una reale evoluzione e non solo il tamponamento dei singoli problemi.

Ancora, la conoscenza della strategia di business unita a quella delle nuove opportunità offerte dalla tecnologia consente di immaginare nuovi scenari che non sono solo relativi alle richieste esplicite e consapevoli dell’organizzazione ma che guardano a ciò che portare davvero vantaggio competitivo per il futuro.

Infine, un ruolo di digital strategist con competenze managerialideve prevedere una certa capacità di evangelizzazione all’interno dell’organizzazione, in quanto la mentalità delle persone è il vero elemento chiave del mutamento, mentre la tecnologia è solo un supporto e uno strumento.

Mi sento dunque di rispondere alla domanda iniziale dicendo che la tecnologia può far evolvere profondamente le organizzazioni, e già oggi sta creando nuovi paradigmi, ma che questo processo deve essere guidato con il giusto audit interno, con lo stimolo della mentalità corretta e con un approccio strategico consapevole.

La mia personale esperienza lavorativa mi dice che tutto questo è possibile ma che questo tipo di ruolo è ancora implicito nelle organizzazioni, anche se sta diventando cruciale perché l’ecosistema digitale è sempre più complesso e pervasivo.
Voi cosa ne pensate?

E-mail Marketing Consumer Report, online la versione 2011 del rapporto di Contactlab

ContactLab presenta i risultati di E-mail Marketing Consumer Report, la terza edizione della ricerca europea sull’utilizzo della posta elettronica tra gli utenti Internet di Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.


Email marketing in Europa – Infografica di ContactLab email marketing

Molti e interessanti i dati presentati, che sono visibili nel rapporto completo, sicuramente c’è da evidenziare la vitalità dello strumento email che si pone ancora come complementare ai social media.

Un aspetto che è bene considerare, al di là delle mode.

Buona lettura!

Il mobile cresce ma allora, perché le aziende italiane stentano a utilizzarlo?

Il nostro Paese da sempre abbonda in termini di stranezze e una di queste è relativa al mondo del mobile, rispetto al quale siamo una delle nazioni più avanzate al mondo in termini di penetrazione dei device: perché dunque le nostre imprese faticano così tanto ad usarli per il business?

Sono stato infatti pochi giorni fa ad un interessante workshop dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service del Politecnico di Milano, dove erano presenti colleghi di almeno 35-40 aziende diverse, e per quasi tutti questo era un terreno interessante ma ancora assolutamente sperimentale.

Se si dovessero guardare i numeri questa prudenza sembrerebbe una follia pura e semplice, eppure io credo che invece ci siano diversi fattori che vanno considerati prendendo il discorso più da lontano.

Il primo è un tema di scarsa preparazione sui nuovi media: al di là della facciata pochissime aziende hanno competenze interne anche solo di gestione di progetti più rodati, come il web e il digital signage, e questo rende difficile approcciare un utilizzo evoluto di un media ancora più complesso come il mobile.

Inoltre ben pochi oggi hanno strutturato i loro contenuti e le informazioni aziendali in modo tale che siano liquidi e facilmente recuperabili dai sistemi centralizzati per poi poter essere portati su di una molteplicità di device diversi, e anche questo si ricollega al punto precedente, in quanto manca ancora una forte mentalità e competenza multicanale.

Infine non sarebbe sbagliato porsi dei quesiti sull’adozione di determinati strumenti da parte del target: il qr code è ancora una cosa da esperti, molta parte della popolazione non naviga regolarmente via mobile e gli stessi smartphone di alto livello (che sono pur sempre una nicchia) vengono adoperati spesso in modo rudimentale e poco consapevole dagli utenti.

Insomma, in un immaginario scenario strategico dettato dall’approccio POST la scelta della tecnologia rispetto al target non è immediata, mentre spesso si va frettolosamente sui device più noti (leggi iPhone) per un fatto di moda e perché si conoscono solo quelli. E poi si sa, “sono esperimenti”.

Dal mio punto di vista invece il mobile è un canale straordinariamente importante se inserito in una strategia più vasta e coordinata di mezzi, obiettivi e target di riferimento, per poterlo gestire in questa ottica però serve quella vista di insieme di cui ho parlato più volte.

L’appuntamento d’altra parte è sempre meno procrastinabile.

Per i nostri prossimi consumatori della generazione Y infatti il concetto della differenza tra virtuale e tangibile sarà poco comprensibile e le interfacce touch, che già oggi influenzano lo scenario cognitivo dei bambini, saranno un dato di fatto su degli strumenti di cui smartphone e tablet sono solo le prime avvisaglie.
L’evoluzione tecnologica potrebbe poi abbattere in tempi non lontani le barriere tra i diversi sistemi operativi che oggi costano soldi e fatica per il porting, creando un ambiente più condiviso e standardizzato, come può essere oggi il web.

Ancora una volta dunque gli obiettivi sono due, ossia da un lato la diffusione della conoscenza in azienda abbattendo le barriere fra gli esperti e i top manager (se sono persone diverse) e dall’altra lo sviluppo di una strategia e di un percorso di medio-lungo periodo in ottica multicanale.
Ma tutto parte dalla testa delle persone e la tecnologia è solo l’ultimo anello.

Internet porta ricchezza anche offline!

E’ uscito in questi giorni un report di Boston Consulting Group e Google, dal titolo Fattore Internet, che si pone un obiettivo inedito: misurare l’impatto della rete sul PIL del nostro paese.

Il documento ragiona infatti su un importante parametro, il ROPO, che sta per Research Online Purchase Offline e che misura l’impatto fra online e fatturato offline (la multicanalità, che mi è cara).

Non scendo nei dettagli (potete scaricare il report qui), ma mi piace evidenziare che nel 2010 Internet ha contribuito al PIL italiano con 31,5 miliardi di euro, pari al 2%.

Come dichiara BCG sul sito “questo dato più che raddoppierà entro il 2015. In uno scenario conservativo l’Internet economy rappresenterà 59 miliardi di euro, pari al 4,4% del PIL italiano, con un tasso di crescita annuo del 18%“.

Non male per un Paese che stenta ad investire sulla banda larga e dove in queste settimane il dibattito sull’uso dei social media è quantomai polemico e vivace, che ne dite?

I Social network protagonisti del mobile web

I Social Network sembrano sempre di più essere una delle tipologie di siti che sta avvicinando gli utenti alla navigazione attraverso il telefono cellulare.

Secondo le stime di Datamonitor (citato su IAB Blog) le iscrizioni globali ai siti di social networking dovrebbero raggingere i 230 milioni di utenti alla fine del 2007 (comprese le adesioni a più social network da parte degli utenti), con ricavi pari ai $ 2,4 miliardi entro il 2012.

In particolare il trend è in rapida crescita nei teenagers grandi utilizzatori di dispositivi mobili, negli USA ad esempio più del 50% di loro per cento utilizza i servizi di social networking almeno una vlta al mese e, secondo eMarketer, il numero crescerà fino all’84% nel 2011.

Ancora, secondo Nielsen Mobile, citato in Quo Media, in Europa il 30% degli utenti di telefonia mobile che abbia un profilo su di un social network, usa il cellulare per collegarsi ai network, scambiare messaggi, stabilire nuove relazioni e svolgere tutte le attività tipiche di questi siti.

I big della rete si sono già attrezzati con le loro versioni mobili come Linkedin (http://m.linkedin.com), Facebook (http://m.facebook.com) e Myspace (http://mobile.myspace.com).

Il bisogno di restare sempre in contatto con amici e contatti di vario genere, in qualsiasi momento e indipendetemente dal device utilizzato, sembra dunque una delle applicazioni di successo delle rete in versione mobile (io stesso ne trovo tale uso molto comodo).

Potrà esserlo anche in Italia, dove siamo ancora un pò indietro su questi temi, nel momento in cui le tariffe per la navigazione diverranno più accessibili?

Gianluigi Zarantonello

Web Mobile: uno sguardo su di un fenomeno che in Italia deve ancora decollare (e lo farà).

L’Italia, come ben sappiamo, è uno dei paesi europei con il più alto possesso ed utilizzo di telefoni cellulari e dispone di una quota molto alta di apparecchi di nuova generazione già dotati di connessione UMTS, 3G e 3,5G.

Nonostante questo nel nostro paese è ancora poco diffuso l’utilizzo del cellulare come strumento per navigare su internet, sebbene la tecnologia adatta allo scopo sia diffusa su tutti i dispositivi di fascia media.

Coin.mobi, un esempio di sito ottimizzato
Coin.mobi, un esempio italiano di sito ottimizzato

Negli Stati Uniti, secondo Nielsen (fonte IAB Blog), sono 87 milioni di utenti di telefonia mobile che sono abbonati a servizi internet mobile, e più di uno su dieci sono abbonati ai servizi mobile (il 13,7%) e lo utilizza attivamente ogni mese.

Ancora, secondo una previsione di Forrester Research, il 38% degli utenti di telefoni cellulari in Europa Occidentale utilizzerà servizi di mobile Internet entro il 2013.

Come mai dunque in Italia tale settore non sembra essere così significativo, a fronte di una buona crescita delle connessioni internet domestiche e della già citata alta penetrazione dei telefoni di nuova generazione?

Un primo tema sono sicuramente i costi. Oggi diverse compagnie telefoniche propongono, senza spingere molto sulla pubblicità, servizi di accesso flat ma i costi di navigazione a consumo sono ancora poco chiari e molto alti.

Risultato: un incauto navigatore che abbia lasciato sul campo diversi euro per pochi minuti senza capire nemmeno il perché si guarderà attentamente dall’accedere al web da mobile.

Secondo punto, molte persone non sanno che si possa navigare da cellulare (in quanto le compagnie non spingono su questo tema) e che esistono dei siti ottimizzati per i telefonini che permettono una navigazione agevole anche senza un terminale di ultimissima generazione.

Aldilà di tali problemi presenti ritengo comunque che nel medio periodo la navigazione su dispositivo mobile è destinata sicuramente a crescere grazie al mix vincente dato dall’amore italico per il cellulare, dalla connessione 3G di buona qualità su gran parte del territorio e dall’utilizzo sempre più sociale di internet.

Che cosa trova oggi il navigatore italiano sul suo cellulare nel momento in cui si connette?

Lo scenario in realtà non è assolutamente scarno: si va dalle testate come Repubblica (http://mobile.repubblica.it), il Sole 24 ore (http://www.mobile.ilsole24ore.com/) e Il Corriere della Sera (http://www.corriere.it/mobile/) ai portali generalisti come Virgilio (http://virgilio.mobi) e MSN (www.corriere.it/mobile/) per arrivare a servizi di varia utilità come il meteo (http://mobile.ilmeteo.it/) e le informazioni sul traffico (http://mobile.quattroruote.it).

Non mancano poi i big della rete come Linkedin (http://m.linkedin.com), Facebook (http://m.facebook.com), Myspace (http://mobile.myspace.com),  Monster (http://m.monster.it/), YouTube (http://m.IT.youtube.com), Wikipedia (http://wapedia.mobi/it) ed altri ancora, quasi tutti con una versione italiana disponibile.

I motori di ricerca infine hanno ormai una versione dedicata al solo web mobile, come ad esempio avviene per come Google e Yahoo.

E le aziende? Nei vari settori merceologici, ovviamente aldilà gli operatori telefonici, ci sono già alcuni pionieri che rendono disponibili delle versioni mobili dei loro siti.

Fra i possibili esempi che si possono citare troviamo Bmw (http://bmw.mobi), Coin (http://coin.mobi), Nokia (http://nokia.mobi/), Sky (http://wap.skytv.it), Unicredit (http://mobile.unicreditbanca.it/), TNT (http://www.kiosk.tnt.com/pda/PDA-Home.asp), Ferrari (http://ferrari.mobi) ed altri ancora.

Dunque il settore si sta muovendo e la crescente domanda presto porterà la competizione fra i fornitori di connessioni e telefonia anche sul terreno del mobile abbassando le tariffe ed aprendo a tutti l’utilizzo dei cellulari per navigare.

Buona navigazione in mobilità!

Gianluigi Zarantonello

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