Ricerca

Internet Manager Blog

Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

Tag

mobile web

Mobile, oltre alle app c’è di più

Sono anni ormai che diciamo che i prossimi saranno i 12 mesi del mobile e, puntualmente, ci siamo trovati a constatare che invece il boom non è stato sperato, vuoi per le tariffe alte di navigazione, vuoi per tanti altri motivi.

Eppure, lentamente, gli smartphone e i tablet hanno continuato la loro avanzata e, al di là dei report internazionali, oggi se siete pendolari come me avrete potuto constatare quanta gente traffichi su questi dispositivi durante i viaggi.

La vita prima e dopo gli smartphone: immagine completa su http://pinterest.com/pin/160511174191475053/
La vita prima e dopo gli smartphone: immagine completa su http://pinterest.com/pin/160511174191475053/

Nonostante tutto questo ancora oggi le aziende non hanno ancora una vera strategia in merito, e mentre in tanti si affannano a costruire applicazioni solo per la necessità di “esserci ” in qualche modo, il consumatore si sta evolvendo ben più velocemente e, anche se non se ne rende conto, si muove già in una logica di ecosistema, di cui smartphone e Tablet sono solo un pezzo.

Gartner infatti in ambito business ha individuato in 4 grandi forze complementari i motori del cambiamento enterprise e tre di queste riguardano da vicino anche il mondo consumer: il cloud, il mobile e il social computing/networking.

Non si tratta di elementi slegati ma di strumenti che abilitano le persone a gestire diversamente la loro realtà quotidiana, in cui lo strumento utilizzato per fare ciò che si vuole è solo un fattore contingente, mentre quello che conta davvero è l’esperienza e il raggiungimento dello scopo per cui si usa un sito o un servizio.

immagine tratta da Sevensheaven.nl

Il cloud consumer infatti rende sempre disponibili i propri contenuti nel passaggio da un device all’altro, aprendo davvero la possibilità di un utilizzo trasparente del mezzo tecnico da parte di nuove generazioni che sono già perennemente connesse.

I device sempre più performanti e usati in modo ibrido tra svago e lavoro hanno sposato alla perfezione questo concetto dell’accesso perenne e trasversale, ed i grandi player non si sono fatti sfuggire l’opportunità di costruire degli ecosistemi fatti da software, servizi (vedi Google) e, nel caso di Apple, anche Hardware. Non a caso dunque il cloud consumer è un mercato sempre più ricco e vivace.

Un ruolo rilevante nella penetrazione del mobile web poi sicuramente lo hanno avuto i social media, ne ho scritto già parecchio tempo fa, in quanto rispondono perfettamente alle esigenze di riempire gli spazi vuoti e insieme di aiutarci a estendere la nostra personalità tramite il device più privato che abbiamo, il telefonino.

Fonte www.emarkter.com
Fonte http://www.emarkter.com

La diffusione dirompente dei social media ha però anche distratto l’attenzione dalla necessità di pensare una strategia mobile che passa in larga parte per l’ottimizzazione dei siti. Solo per citare la mia esperienza diretta, in assenza di alcun incentivo negli ultimi 18 mesi il traffico da dispositivi mobili sulle properties (ottimizzate) del Gruppo per cui lavoro è come minimo raddoppiato (e in molti casi la crescita è stata superiore). Ma la consapevolezza generale è ancora molto bassa, anche in contesti aziendali evoluti.

Che cosa voglio dire con tutto questo discorso, che ovviamente richiederebbe anche molto più spazio e approfondimento?
Ancora una volta mi piace sottolineare come i media digitali (e non) sono un ecosistema che evolve in maniera organica e graduale sotto la spinta di diversi fenomeni, un contesto che non può essere affrontato in modo puntuale sui singoli aspetti e strumenti.
La necessità dunque di una strategia e di una visione di insieme diventa sempre più cruciale, per creare i fattori abilitanti (un esempio: i contenuti liquidi adatti a ogni device) e per distinguere e mantenere correttamente in equilibrio owned e earned media.

Immagine tratta da www.http://chiefmartec.com

Nel nostro paese siamo ancora lontani da una maturità nei ruoli e nelle competenze ma credo che a medio periodo i nuovi assetti organizzativi e le competenze e le figure di Chief Digital Officer e di Chief Marketing Tecnologist dovranno per forza affermarsi sul mercato, come già accade altrove.

Sono i media digitali che si sono imbarbariti o forse dobbiamo guardare un po’ meglio dentro la nostra società?

In settimana ho letto due articoli, per coincidenza casuale legati entrambi all’argomento di cronaca dell’elezione del nuovo Pontefice, che mi hanno fatto venire voglia di tornare sul tema dell’utilizzo delle nuove tecnologie da parte delle persone e, purtroppo, su alcune degenerazioni che stiamo osservando: il primo testo è di Massimo Melica e il secondo di Antonio Lupetti.

Premetto che non scrivo queste righe per particolari vene sociologiche quanto piuttosto perché nel mio lavoro mi occupo di studiare l’ecosistema digitale e il modo in cui le persone usano gli strumenti online e offline nella loro vita, in particolare ho lavorato sul tema dei social media fin dal 2002 e sul mobile web dal 2005 e dunque ho potuto apprezzare a pieno certi cambiamenti nel tempo.

Siamo sempre più aggressivi online (Image by © Royalty-Free/Corbis)
Siamo sempre più aggressivi online (Image by © Royalty-Free/Corbis)

Il mio punto di partenza è che nell’ultimo anno sul (social) web, declinato anche in versione mobile, sono sbarcate davvero le persone comuni, tanto è vero che anche la politica ci ha voluto mettere il naso per le elezioni, pur con diversi esiti che ho già avuto modo di commentare.
Per gli early adopters questo ha sicuramente significato un abbassamento della qualità delle conversazioni e di parte dei contenuti, ma per chi si occupa di digital marketing con un occhio strategico è significativo vedere come l’accesso si sia allagato e come ora la multicanalità rispecchi molto più da vicino la realtà sociale del paese, nel bene e nel male (e con le dovute cautele nell’analisi).
Per molti di questi “nuovi” utenti non c’è stato il tempo di imparare a usare i mezzi e comprenderli, il target più adulto infatti non è entrato a pieno nei meccanismi per ragioni culturali, mentre i più giovani si sono trovati catapultati quasi automaticamente dentro questo mondo multicanale e social, dove la pervasività dei device tecnologici è radicata e sfuma sempre più la percezione del confine fra ciò che è tangibile e ciò che è digitale.

La pervasività dei dispositivi tecnologici
La pervasività dei dispositivi tecnologici

Per certi versi insomma la diffusione tecnologia è andata più veloce della sua comprensione, e le campagne di sensibilizzazione, di cui ho parlato in tempi ancora non sospetti, non sono state ancora abbastanza incisive. 

Io però non credo a quelle visioni secondo cui la colpa di certe situazioni va data al mezzo, le persone plasmano ciò che viene dato loro da usare sulla base di un contesto più ampio e certi fenomeni partono da lontano.
Prendiamo ad esempio il desiderio di visibilità a tutti i costi, l’interesse morboso per il banale e il trash, la voglia di cavalcare le polemiche e le risse verbali: il mondo dei reality show e di molti programmi televisivi ha preceduto di gran lunga le cose di cui discutiamo oggi e la vera grande differenza non sta dunque nei concetti ma nell’accesso universale e semplice ai mezzi di comunicazione, che ora sono nelle mani del singolo a costo zero e con una visibilità potenzialmente globale.

Un approccio simile può aiutarci a comprendere un altro aspetto, quello della velocità che porta a diffondere in automatico le cose più assurde senza verifica e approfondimento. 
Da tempo le persone dedicano una quota minore di attenzione a capire in profondità le cose che sentono, quale che sia il mezzo che abbiano a loro disposizione, a causa dell’enorme quantità di stimoli che ricevono ogni giorno.
Allo stesso tempo, come detto queste stesse persone oggi possono accedere a costo zero a dei mezzi per produrre testi, foto e anche video gratuitamente e con delle piattaforme di publishing che garantiscono loro visibilità potenzialmente globale verso un pubblico che però a sua volta ha poca quota di attenzione disponibile.
Questo porta naturalmente alla contrazione della profondità del contenuto, che viene prodotto e fruito su base veloce e contestuale e perde spesso di senso dopo poco tempo, appena è passata la contingenza spazio-temporale.
In questo contesto, in cui anche i tg sfornano versioni da sessanta secondi, è piuttosto prevedibile che la verifica delle fonti e la riflessione prima di agire/condividere/commentare non sia spontanea per delle persone che non sono mai state educate in tal senso.

Dovendo catturare l’attenzione in pochi instanti ecco dunque che la polemica, il gesto eclatante e la satira becera siano il modo migliore di attrarre l’attenzione e generare visibilità, perché è più facile distruggere che costruire e bene lo insegna anche la politica, sia con i partiti tradizionali sia soprattutto con il Movimento 5 Stelle che ha fatto della critica aggressiva e violenta allo status quo il suo tratto distintivo, fatto innegabile comunque la pensiate sulle sue proposte.
Anche molti autori estremamente seguiti in rete devono, a mio avviso, gran parte della loro visibilità al fatto di trattare dei temi di largo interesse e ad alto contenuto di passionalità e polemica, generando scontri verbali fra i commentatori e larghi numeri di condivisioni. Leggete qui questa simpatica sintesi di Rudy Bandiera.

I toni accesi poi si propagano a 360 gradi e fanno sì che anche le interazioni fra le persone e con le aziende e le istituzioni in rete si facciano sempre più tese ed aggressive, solo per basarmi sulla mia attività lavorativa infatti posso dire che man mano che passano gli anni le critiche che naturalmente possono manifestarsi sui social o negli altri punti di contatto diventano sempre più volgari, rabbiose e spesso pretestuose ogni giorno che passa.
La dinamica sociale, lavorativa e anche democratica certo non può trarre gran beneficio da questo modo di comunicare e di relazionarsi.

Il modello di  linguaggio offline non aiuta...
Il modello di linguaggio offline non aiuta…

Quello che mi preoccupa di più di tutto però è sempre la scarsa percezione delle conseguenze, non solo perché spesso notizie assurde vengono prese per vere ma soprattutto in quanto ciò che viene condiviso in rete è pubblico e per molti versi incancellabile, il pentimento dunque per una foto, una frase, un fatto privato spiattellato al mondo è sempre tardivo e può pesare sulla vita delle persone più giovani e impreparate.
Pensate solo ai recruiter che sempre più si documentano online sul loro candidato, all’importanza dei legami sociali per trovare un’occupazione e incrociate questo parametro con la difficoltà di trovare oggi un lavoro…

Alla fine di questo lungo, e spero non troppo noioso, ragionamento, mi sento dunque di dire che siamo in una fase sociale difficile e in un clima culturale teso che si riverbera sul digitale come sugli altri media, quello che possiamo e dobbiamo auspicare è una maggiore attività di educazione all’approfondimento, al dialogo non urlato e alla comprensione delle conseguenze dell’utilizzo scorretto degli strumenti che abbiamo in mano.

L’educazione civica, democratica e anche comunicativa delle nuove generazioni non può essere lasciata al fai da te davanti ad un mondo globale dove la gestione dell’informazione è la chiave per competere.
 
Io vedo molto da fare, e voi?

Quando il viaggio si fa social (e mobile): intervista a Angelo Ghigliano, Country Director eDreams Italia

Ormai si avvicinano per tutti, compreso il sottoscritto, le tante agognate vacanze, mentre molti di voi saranno già nelle loro mete estive.
Un periodo quanto mai in tema per parlare di viaggi, turismo e di come l’evoluzione del nostro mondo digitale stia influendo anche su questi aspetti. Ne parliamo con un esperto che ha un punto di osservazione privilegiato.

logo eDreams

Buongiorno Angelo Ghigliano, Country Director eDreams Italia, e grazie per l’intervista. Per cominciare, vogliamo introdurre brevemente chi è eDreams?

eDreams è una delle più grandi agenzie di viaggi online d’Europa, con sede in Italia e Barcellona.

L’obiettivo della nostra società è quello di offrire ai nostri clienti, ormai oltre 6 milioni, la più vasta gamma di voli, hotel pacchetti dinamici e pacchetti vacanza al prezzo più competitivo del mercato, in modo flessibile e comodo, grazie ai nostri innovativi motori di ricerca, indispensabili per comparare e prenotare via Internet.

Grazie al nostro costante impegno, nel 2010 abbiamo raggiunto un importante traguardo, diventando la prima agenzia per l’ emissione di biglietti, secondo i dati Iata sul trasporto aereo.

Voi lavorate da tempo nel turismo, un settore molto competitivo online. Quali sono stati i principali cambiamenti degli ultimi 2-5 anni?

Ormai sono 10 anni che operiamo in questo settore, e il mercato negli ultimi 2/3 anni è diventato molto più competitivo, i nostri clienti sono sempre più esigenti. Questo è stato uno stimolo per fare sempre meglio, ampliare i nostri servizi e esplorare nuovi mercati.

Il nostro core business sono i voli, ma nel 2010 abbiamo puntato molto sulla vendita degli hotel che è aumentata considerevolmente grazie a prezzi attrattivi, mappe per la localizzazione, immagini e commenti degli utenti.

Inoltre, per accompagnare l’utente in ogni fase del suo viaggio, con risposte e assistenza tempestiva abbiamo esteso l’orario di apertura del call center dalle 7.00 alle 24.00, 7 giorni su 7. Per garantire agli utenti i prezzi migliori apportiamo ogni mese più di 100 migliorie tecniche al sito. Negli ultimi anni abbiamo anche sviluppato strumenti come le guide di viaggio online “Dreamguides” e abbiamo dato grande rilevanza ai social media.

Parlando della rilevanza dei Social Media, dove siete presenti e che politiche adottate? É un’attività gestita internamente?

L’innovazione e lo sviluppo tecnologico di ultima generazione sono vitali per eDreams, per questo tra le sue azioni di comunicazione non poteva mancare una strategia ragionata sulle reti sociali. Una strategia che ha preso il via in Italia nel maggio 2011 e che oggi, a distanza di più di un anno, può essere considerata un successo. La pagina Facebook di eDreams Italia conta infatti ora 37.000 fans e la presenza dell’impresa si è ampliata a molti altri canali: Foursquare, YouTube, Pinterest…L’attenzione però resta sempre fortemente ancorata là dove c’è più fermento e si concentrano la maggioranza dei nostri utenti e clienti: Facebook e Twitter. L’attività di Social Media è gestita internamente dal team omonimo, dove Community Manager, responsabili del contenuto e un programmatore lavorano insieme per sviluppare azioni, campagne, contenuti per i blog di viaggi eDreamse tanto altro.

Come integrate il Social con le vostre altre attività di digital marketing e con la vostra strategia in genere? Come misurate il successo della vostra strategia sulle reti sociali?

La nostra strategia sui Social Media ha un impatto su diverse aree funzionali che rispondono a diversi obiettivi. Tra questi si includono la creazione di visibilità, la generazione di brand equity (valore di marca), l’incremento del traffico web, la capacità di attrarre l’attenzione del consumatore e la gestione di situazioni di crisi.

Le chiavi per portare avanti una strategia di marketing di successo sulle reti sociali sono, in primo luogo, avere un piano d’azione chiaro con obiettivi marcati e definiti. In secondo luogo, avere la capacità di gestire l’attività su basi omogenee. Infine, grandi dosi di passione e entusiasmo per la tua community.

Misuriamo il nostro successo a partire da diverse unità di misura, come i livelli di partecipazione delle comunità, il traffico web e la visibilità sulle reti, così come lo ricaviamo dall’informazione transazionale relazionata con le riserve. In generale, negli ultimi tempi abbiamo aumentato rapidamente le capacità di misura in tutti i nostri mercati principali.

Non possiamo poi non toccare il tema del mobile. Quali sono le attività e i progetti di eDreams su questo canale?

Sicuramente il mobile rappresenta la naturale evoluzione del nostro lavoro e dei nostri servizi , infatti dai nostri dati si evidenzia una notevole crescita (che sfiora le tre cifre) delle prenotazioni provenienti da mobile, concentrando i picchi più alti di crescita nell’ultimo anno. Lo scorso anno abbiamo anche lanciato un’applicazione che permette ai clienti di avere a disposizione tutti i servizi inerenti a voli ed hotel per soddisfare qualsiasi necessità anche durante il viaggio. In pratica, gli utenti hanno un agente di viaggio a disposizione sul loro dispositivo mobile in qualunque momento, e possono ricevere assistenza durante tutto il viaggio, non soltanto durante il processo di acquisto. E’ inoltre previsto un sistema di alert integrati che informa su possibili cambi o novità in relazione ai servizi acquistati.

Per accedere all’applicazione HTML5, è sufficiente digitare m.edreams.it nel browser del proprio dispositivo mobile.

Per concludere, quali sono secondo voi le sfide del prossimo futuro per chi opera nel settore del turismo e come vi state preparando agli scenari che immaginate?

Gli obbiettivi che ci prefissiamo sono quelli di internazionalizzare l’azienda e puntare su nuovi mercati americani ed europei, continuando a rimanere un’azienda solida orientata a soddisfare tutte le esigenze dei nostri utenti. Sicuramente ci saranno delle novità per quanto riguarda il mobile, ma siamo ancora in una fase di sperimentazione.

Per quanto riguarda gli scenari futuri, penso che il mercato si farà sempre più competitivo e affollato, ma questo sarà solo uno stimolo per fare sempre meglio, a tutto vantaggio dei nostri clienti.

In questo mondo digitale la capacità vincente è quella di… saper unire i puntini!

Nello scenario delle nuove professioni il digitale ha sicuramente un ruolo importante e ricco di sfaccettature, tanto che ancora oggi è piuttosto difficile classificare ruoli e competenze, in molti casi davvero specialistiche ma non per questo meno utili.

Il continuo aumento della complessità e la velocità dei cambiamenti dal canto loro non aiutano certo a mettere facilmente dei punti fermi, rassicuranti e sempre uguali a se stessi.

big data

In più, la content curation e i filtri più o meno automatici che gli strumenti online offrono permettono un’esperienza sempre più su misura di fruizione dei contenuti che però, talvolta, rischia di rendere ciechi rispetto all’insieme.

Questa apparente frammentazione nasconde tuttavia un’opportunità straordinaria per delle persone che non sono né imprenditori che creano nuove startup né specialisti di settore che conoscono ogni piega di uno specifico ambito: quella di poter cogliere i fenomeni emergenti e collegarli in un unico disegno.

Il social ne è un esempio piuttosto emblematico: cambiano infatti i player ma per chi ha saputo impostare una strategia in cui questi strumenti sono solo una parte di un mondo di contenuti e di idee più vasto e sotto il proprio pieno controllo questo fatto non è che un dettaglio.

Ancora di più tali considerazioni valgono per il mobile, una tecnologia che sta diventando la chiave per collegare il mondo fisico a quello virtuale e viceversa, fino a giungere a punte davvero spinte come nel caso del so.lo.mo.
Il valore attribuito a tante startup del settore (tra cui l’Italiana Glancee) deriva proprio dal loro prestarsi a numerosi scopi che il marketer può inventare a partire dalla propria strategia di insieme.

Il big data infine è un altro degli esempi che si possono fare per evidenziare come da una quantità enorme e caotica di dati si possa generare una visione di insieme che costituisce un vero vantaggio competitivo.
Bene lo hanno capito i big della rete come Facebook, Microsoft, Apple, Amazon e tanti altri che stanno costruendo un’offerta a 360 gradi fatta di hardware, software, contenuti e esperienze.

Bisogna però sapere cogliere i trend e capire come collegare fra loro tanti mezzi che, presi singolarmente, hanno in fondo un valore relativo e soggetto alle mode.
Chi invece riesce a capire come tessere una tela con tutte le opportunità che gli capitano davanti, con una mente aperta e con le competenze giuste può davvero cambiare l’azienda, le sue sorti e la sua organizzazione.

Il web non era (ed è) fatto di link? Ecco, anche l’ecosistema digitale alla fine non è altro che qualcosa che innerva il business e la società e che chiede di essere sfruttato e capito, senza essere schiavi della tecnologia del singolo momento.

Voi che cosa ne pensate? Quali sono le vostre sensazioni in materia?

Google Play e (ancora una volta) la logica dell’ecosistema

E’ nato da pochi giorni Google Play, il nuovo market del colosso del web che va a inglobare il vecchio Android Market e presto diversi altri servizi legati alla vendita di contenuti.

Google Play
La notizia, arrivata più o meno in concomitanza con il lancio del nuovo iPad, mi sembra quanto mai coerente con le ultime mosse di Google rispetto all’integrazione e alla privacy unificata dei suoi servizi.
In tempi non sospetti infatti avevo scritto che Google+, tutt’ora oggetto un po’ misterioso nei reali risultati, non doveva essere visto come pura reazione a Facebook ma come un pezzo di un ecosistema più vasto, termine che uso spesso e che ritrovo con piacere anche sul Sole 24 Ore proprio a proposito di Google Play.

A mio avviso dunque non siamo (solo) davanti a una rincorsa a Apple, che pure segna spesso la via per i big della rete, ma a un processo per cui questo market si inserisce nella razionalizzazione di quel mare di servizi che Google lancia continuamente, con diverse fortune, grazie alla fetta di tempo che i suoi sviluppatori possono dedicare ai progetti personali (20% del totale). Pochi sono profittevoli (e bastano alla grande) ma ora tutti quelli che hanno un certo successo stanno convergendo.

L’idea è una sola alla fine, avere un utente con un profilo Google con il quale esso può accedere a un mondi di servizi, gratuiti o a pagamento, collegati in modo più fluido e dove è presente costantemente l’advertising del colosso di Mountain View, il vero motore economico di questa macchina e su cui i competitors sono ancora distanti.

Tutto questo mondo, a differenza dei rivali tradizionali dell’informatica come Microsoft, si svolge totalmente online dato che anche Google Play ospiterà tutti i contenuti acquistati su cloud, disponibili anche da altri device tramite il Google ID.
Ossia se volete quello che fa iCloud ma anche la stessa Google con i Chrome Book, la cosa interessante è che Google vuole ora rendere anche gli smartphone Android un hardware governato dai propri profili, scelta che limita molto il potenziale svantaggio rispetto a Apple di avere a che fare con diversi produttori, mentre lascia vivo il plus di un ecosistema più vasto.

In conclusione dunque ci troviamo difronte a un disegno molto vasto, in cui Google fa leva sui tanti ambiti in cui è leader per insidiare anche leader di altri settori, quali Apple e Facebook, non tanto sul terreno diretto del servizio in sé ma anche e soprattutto inserendolo in un’offerta totalmente web e a 360°.
n piano a tratti un po’ inquietante per la vastità, ma pienamente coerente con l’economia dei dati e con lo sfruttamento delle opportunità date da una banda sempre più larga e da uno storage cloud sempre più diffuso ed economico che rende meno cruciale il vantaggio dato dall’harware.

Voi che ne pensate?

Il mobile cresce ma allora, perché le aziende italiane stentano a utilizzarlo?

Il nostro Paese da sempre abbonda in termini di stranezze e una di queste è relativa al mondo del mobile, rispetto al quale siamo una delle nazioni più avanzate al mondo in termini di penetrazione dei device: perché dunque le nostre imprese faticano così tanto ad usarli per il business?

Sono stato infatti pochi giorni fa ad un interessante workshop dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service del Politecnico di Milano, dove erano presenti colleghi di almeno 35-40 aziende diverse, e per quasi tutti questo era un terreno interessante ma ancora assolutamente sperimentale.

Se si dovessero guardare i numeri questa prudenza sembrerebbe una follia pura e semplice, eppure io credo che invece ci siano diversi fattori che vanno considerati prendendo il discorso più da lontano.

Il primo è un tema di scarsa preparazione sui nuovi media: al di là della facciata pochissime aziende hanno competenze interne anche solo di gestione di progetti più rodati, come il web e il digital signage, e questo rende difficile approcciare un utilizzo evoluto di un media ancora più complesso come il mobile.

Inoltre ben pochi oggi hanno strutturato i loro contenuti e le informazioni aziendali in modo tale che siano liquidi e facilmente recuperabili dai sistemi centralizzati per poi poter essere portati su di una molteplicità di device diversi, e anche questo si ricollega al punto precedente, in quanto manca ancora una forte mentalità e competenza multicanale.

Infine non sarebbe sbagliato porsi dei quesiti sull’adozione di determinati strumenti da parte del target: il qr code è ancora una cosa da esperti, molta parte della popolazione non naviga regolarmente via mobile e gli stessi smartphone di alto livello (che sono pur sempre una nicchia) vengono adoperati spesso in modo rudimentale e poco consapevole dagli utenti.

Insomma, in un immaginario scenario strategico dettato dall’approccio POST la scelta della tecnologia rispetto al target non è immediata, mentre spesso si va frettolosamente sui device più noti (leggi iPhone) per un fatto di moda e perché si conoscono solo quelli. E poi si sa, “sono esperimenti”.

Dal mio punto di vista invece il mobile è un canale straordinariamente importante se inserito in una strategia più vasta e coordinata di mezzi, obiettivi e target di riferimento, per poterlo gestire in questa ottica però serve quella vista di insieme di cui ho parlato più volte.

L’appuntamento d’altra parte è sempre meno procrastinabile.

Per i nostri prossimi consumatori della generazione Y infatti il concetto della differenza tra virtuale e tangibile sarà poco comprensibile e le interfacce touch, che già oggi influenzano lo scenario cognitivo dei bambini, saranno un dato di fatto su degli strumenti di cui smartphone e tablet sono solo le prime avvisaglie.
L’evoluzione tecnologica potrebbe poi abbattere in tempi non lontani le barriere tra i diversi sistemi operativi che oggi costano soldi e fatica per il porting, creando un ambiente più condiviso e standardizzato, come può essere oggi il web.

Ancora una volta dunque gli obiettivi sono due, ossia da un lato la diffusione della conoscenza in azienda abbattendo le barriere fra gli esperti e i top manager (se sono persone diverse) e dall’altra lo sviluppo di una strategia e di un percorso di medio-lungo periodo in ottica multicanale.
Ma tutto parte dalla testa delle persone e la tecnologia è solo l’ultimo anello.

Back to work: qualche considerazione sulla (corretta) visione dei nuovi media

Ebbene sì, le vacanze sono finite da alcuni giorni e, superato lo shock, eccomi qui con il primo post della stagione, dedicato a qualche considerazione sui nuovi media e sull’approccio strategico alle tecnologie per le aziende.

Parlo volutamente di nuovi media, e non solo di web o di social, perché secondo me le cose sono più complesse.

Immagine tratta da http://www.donbosconews.it/

Sicuramente dopo l’estate possiamo (riba)dire che:

a)  i social media non sono un mondo a se stante, bensì uno straodinario canale di interazione con gli utenti finali che però deve essere integrato con tutto il resto della comunicazione e del marketing dell’azienda, a seguito di una corretta analisi strategica di target e obiettivi. Nelle aziende si fa ancora con poca pianificazione e, almeno in Italia, anche gli utenti non fanno un uso maturo di questi strumenti.

b)  quando si parla di nuovi media non va mai dimenticata l’evoluzione di strumenti già esistenti che stanno conoscendo una nuova vita, come ad esempio il telefono cellulare, sempre più protagonista come dimostrano notizie quali l’acquisizione di Motorola da parte di Google.

c) il fatto che una tecnologia esista già non ne determina l’adozione da parte degli utenti: il mobile web e gli smartphone sono decollati all’indomani dell’avvento di iPhone (post scritto in tempi non sospetti), così come i social dopo Facebook. Noi addetti ai lavori a volte perdiamo di vista il fatto che la gente non è così permeata di certe tecnologie come noi, come l’approccio “post” ci suggerirebbe.

d) tutti questi strumenti sono collegati fra loro e nella testa degli utenti più giovani, i nativi digitali, il passaggio fra uno strumento e l’altro (e l’uso contemporaneo) è naturale.  La visione di insieme dunque è fondamentale, per garantire efficacia e coerenza.

Sulla base di questi brevi spunti dunque mi sento di dire che la persona che cura la strategia digitale di un’azienda non può ormai più essere “solo” un esperto di web o di social ma deve possedere una visione dall’alto di tutti gli strumenti disponibili (Internet, mobile, digital signage etc.), compresa la dimensione degli strumenti di gestione integrata dei contenuti.

Naturalmente non si può essere i massimi esperti di tutti gli ambiti, e per questo resta importante la presenza di specialisti, ma chi deve disegnare la strategia nell’insieme non può ignorare delle basi tecniche e, conteporaneamente, deve essere profondamente dentro le logiche di business aziendali.

Da noi tutto questo mi sembra ancora poco diffuso, ma per il futuro mi sento ottimista.

Voi che ne pensate?

Quale sarà la chiave per unire il mondo fisico e quello digitale?

Ho parlato spesso della crescente fusione fra il mondo fisico e quello digitale, con il concetto di ipertestualità diffusa, ossia la possibilità di creare dei link tra oggetti tangibili, siti e strumenti multimediali.

Realtà aumentata

Tuttavia ho già evidenziato in passato il fatto che ad oggi sembra ancora mancare l’applicazione definitiva che renda davvero universale e diffuso questo mondo di cui si parla da tempo, tra realtà aumentata e Internet delle cose.

In realtà un device chiave esiste già, ed è lo smartphone: sociale, personale, sempre più ricco di funzioni e sempre nelle nostre tasche.
Esistono già anche molte applicazioni che sfruttano alcune caratteristiche vincenti di questi strumenti, come la geolocalizzazione via gps, eppure non si può dire ad oggi che questi fenomeni siano davvero maturi, a causa di limiti di conoscenza degli utenti, di costi di connettività ma soprattutto di scarsa universalità di certi applicativi.

Anche le realtà di successo, come Foursquare, sono infatti ancora piuttosto di nicchia e, come ben rilevato alla recente conferenza dei sindaci di Bologna, si fondano su di una feature (il mezzo, non l’obiettivo), senza avere però un progetto articolato e completo alle spalle.

Ecco che in questo senso allora un progetto come Google+ mi fa pensare invece al concetto di ecosistema, ossia di una serie di strumenti coordinati sotto un’unica logica strategica, uniti da un substrato comune e che si completano a vicenda.
Questo ecosistema poi non deve essere troppo chiuso, perché la storia di tecnologie come, ad esempio il fax, ci ricorda che finché gli utilizzatori di un sistema di comunicazione sono pochi e non c’è indipendenza dal device il mezzo non può decollare.
In altri termini quindi anche un social dominante ma chiuso da password (come Facebook, nonostante i social plugin) o un’app vincente ma proprietaria per un sistema operativo e per un solo device (modello Apple) non può essere la chiave ultima per collegare fisico e digitale.

Nella mia visione dunque, se nella navigazione pura la teoria della morte del web di Chris Anderson è attendibile, probabilmente nell’interazione tra fisico e digitale i muri chiusi scricchiolano e c’è qualche speranza in più che la mia opinione circa il medio termine del mobile sia fondata.

E allora? Nella mia visione il futuro è rappresentato da una tecnologia neutrale rispetto al device, in grado di diventare uno standard e che sia semplicemente il mezzo per accedere ad una miriade di altri servizi utili, senza essere conclusa in se stessa.

Potrebbe essere ad esempio simile alla radiofrequenza con Rfid o Nfc o più semplicemente potrà essere qualcosa che oggi non conosciamo ancora ma che diventerà insieme mezzo di pagamento, veicolo di informazioni e strumento indispensabile per tutta la nostra vita digitale.
Se sapessi poi già che cosa potrebbe essere davvero in dettaglio, beh, ci starei lavorando invece di scrivere questo post! 🙂


Ti potrebbe interessare: Corso di Web Marketing


Perché i contenuti sul mobile crescono così bene e velocemente?

Ho letto con piacere un bell’articolo su Mashable.com, dal titolo 5 Reasons You’re Consuming More Mobile Content, che mi ha dato l’ispirazione per questo post.

Nell’articolo infatti si illustrano alcune ragioni del successo del mobile content, un tema che mi è caro e di cui mi sono occupato recentemente parlando dell’importanza dei contenuti nella multicanalità.

La prima ragione riportata nel testo è la disponibilità sempre maggiore di buone connessioni 3g e, prossimamente, 4g che abilitano una navigazione affidabile e veloce, con il plus di accessi alternativi come il wi-fi pubblico. Una tendenza in atto anche in Italia, nonostante i costi alti di navigazione in mobilità e la scarsità di reti wireless accessibili.

L’altro elemento che in passato (al tempo del wap) era mancato sono dei buoni contenuti digitali, video compresi, che oggi sono offerti da una molteplicità di provider e che godono dello streaming html che presto sarà protagonista anche sul web da pc.

Ancora, molti editori (e aziende) iniziano a pensare ai propri contenuti con una formattazione che li renda facilmente fruibili dal maggior numero di device possibili, sfruttando alcuni ottimi strumenti come Flipboard, di cui ho parlato recentemente proprio pensando a questa tendenza.

Infine nell’articolo si citano i social network come grandi driver di sviluppo del web da mobile e da tablet, grazie alla loro piena compatibilità con il modello delle application e per la loro naturale coerenza con l’utilizzo in mobilità.

A tutti questi argomenti mi permetto di aggiungere una citazione di quello che è il grande tema dell’ipertestualità diffusa, concessa da strumenti come i QR Code, la realtà aumentata e, presto, l’Rfid e l’NFC.

Infatti, anche se oggi per certi versi manca ancora un vero anello di congiunzione universale tra la realtà fisica e il mondo digitale, io credo che il consumatore del futuro si aspetti sempre di più un’esperienza continua e fluida fra tutti i punti di contatto con l’azienda.

E voi che cosa ne pensate? Cosa aggiungereste?

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: