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Internet Manager Blog

Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Abilitante e non proliferante. Ecco come dovrebbe essere la vostra tecnologia

Questo pezzo è originariamente apparso su http://www.techeconomy.it/ con cui collaboro editorialmente sui temi della digital transformation e della corretta visione dei fenomeni organizzativi ed economici creati della digitalizzazione.

Abilitante ma allo stesso tempo non proliferante (senza controllo): queste dovrebbero essere le due caratteristiche della tecnologia usata all’interno delle organizzazioni, oltre che nella vita di tutti i giorni.

Tutto tranne che semplice a farsi nella realtà. Continue reading “Abilitante e non proliferante. Ecco come dovrebbe essere la vostra tecnologia”

Le mie impressioni dal Google Cloud Next 2018 di Londra

La settimana scorsa ho avuto il piacere di partecipare al Google Cloud Next di Londra, il più grande evento europeo del gigante di Mountain View.

Una due giorni molto intensa, di cui voglio condividere alcune impressioni e spunti. Continue reading “Le mie impressioni dal Google Cloud Next 2018 di Londra”

5 motivi (non tecnologici) che rendono una sfida il real time marketing

Questo pezzo è originariamente apparso su http://www.techeconomy.it/ con cui collaboro editorialmente sui temi della digital transformation e della corretta visione dei fenomeni organizzativi ed economici creati della digitalizzazione.

Si parla spesso di marketing real time e di capacità di sfruttare il contesto in cui il cliente si trova in quel momento per soddisfare il suo bisogno.

Per lungo tempo appannaggio principalmente degli strumenti digitali, non da oggi Google ha razionalizzato il concetto di Micro Moments, che la tecnologia smartphone poi ha reso sempre più rilevante anche in tutti contesti competitivi in cui ci siano delle location fisiche. Continue reading “5 motivi (non tecnologici) che rendono una sfida il real time marketing”

Come evolve la governance della tecnologia nell’era della trasformazione digitale

Oggi pubblico un’infografica su di un tema che dovrebbe essere ormai molto maturo ma che in realtà è ancora fonte di grande dibattito ed evoluzione all’interno delle aziende: la governance della tecnologia. Continue reading “Come evolve la governance della tecnologia nell’era della trasformazione digitale”

Da grandi ecosistemi nascono grandi responsabilità (e opportunità)…

Ecosistema è assolutamente la parola chiave del business presente e futuro, e non solo dal punto di vista tecnologico ma anche strategico.

La fusione Nokia e Microsoft è un emblema di questi nuovi paradigmi, un matrimonio tra chi (Nokia) non ha capito che il software oggi vale quanto l’hardware e chi (Microsoft) è leader nel software ma non ha capito per tempo l’importanza di portarlo sui dispositivi mobili.

App-Store
L’ecosistema per eccellenza: l’app store (foto tratta da http://www.ispazio.net/)

Ecosistema vuol dire anche migrare il proprio business di venditori di contenuti su di un device proprio (Amazon con Kindle Fire), creare un unico accesso a infiniti servizi (per la maggior parte gratis) attraverso ogni dispositivo (Google) o creare un mondo chiuso di hardware/software/contenuti (Apple). Fino a far gridare alla “morte del web“.

Ma che cosa dovrebbe significare tutto questo per chi non nasce come azienda ad alta tecnologia? Significa, a mio avviso, capire dove si genera valore per il cliente e cercare di portare tale patrimonio dovunque sia necessario in termini tecnologici e strategici, senza rimanere agganciati ai propri schemi, anche quando si è leader. L’esempio perfetto? Blockbuster nei confronti di Netflix, ossia come scambiare il core business (vendere intrattenimento) con il modo in cui farlo (negozi fisici e videocassette). E perdere tutta la leadership in pochissimo tempo.

Un altro campione dell'ecosistema: Google (foto http://3.bp.blogspot.com/)
Un altro campione dell’ecosistema: Google (foto http://3.bp.blogspot.com/)

Quale può essere dunque la ricetta perfetta? Difficile a dirsi in poche parole ed in modo valido per tutti, ma di sicuro si deve:

1) capire se ciò che i nostri clienti vogliono (davvero) è sempre valido e se non ci sono concorrenti di tutt’altro settore che potrebbero entrare in questo business, senza sentirsi inattaccabili solo perché oggi leader.
Le forze di Porter sono cambiate alla voce barriere all’ingresso, anche perché qualche volta non serve nemmeno entrare quanto creare invece un nuovo mercato.

2) capire quale/quali tecnologie possono essere la nuova frontierascegliendo quelle giuste e non quelle “alla moda”

3) usare le tecnologie in modo da non essere troppo dipendenti da alcuna di esse, domani potrebbero tramontare in modo repentino e dobbiamo essere attrezzati a portare il nostro valore e la nostra rilevanza su nuove situazioni senza essere schiavi di niente e nessuno

4) costruire i propri contenuti e gestire i propri dati (compresi quelli dei clienti) in prima persona e in modo quanto più liquido possibile, ossia in grado di poter essere adattati entrambi alle nuove sfide e tecnologie che arriveranno

5) vedere online e offline, digitale e fisico come pezzi di un unico puzzle, non come due mondi rigidamente separati, e agire di conseguenza anche sul piano organizzativo e della cultura aziendale.

Io trovo impressionante come negli ultimi due anni questi temi, che in realtà sono validi da molto più tempo, siano diventati urgenti, critici e allo stesso tempo ancora poco chiari alle aziende di ogni ordine e dimensione.
L’opportunità che hanno i manager è enorme, tanto quanto è pesante la responsabilità di cogliere o meno il cambiamento, che può essere fatale in caso negativo, anche per il più forte player, di qualsiasi settore.

Voi che cosa ne pensate?

Google Now e tutti gli altri: l’elogio del qui e ora

Durante la scorsa settimana ho iniziato a usare Google Now, la funzionalità dell’app di Google che fornisce informazioni legate al contesto (meteo, trasporti e molto altro) che è sbarcata nel mondo iOS.

A parte il fatto che è costruita molto bene in termini di velocità e di interfaccia, ciò che mi ha colpito è il concetto di fondo: avendo un ecosistema di strumenti collegati fra loro Google lo sfrutta legando le informazioni al contesto in cui l’utilizzatore si trova in quel momento, attingendo da ciò che conosce del suo profilo e invitandolo a fornire altri elementi su di sé per un servizio migliore.

Google Now

Ci sono dentro tutti gli elementi che caratterizzano la rivoluzione digitale oggi in corso: mobile, big data, ecosistema, cloud.
Ma ancora in più c’è dietro l’evoluzione delle generazioni dei nativi e del loro modo di usare le nuove tecnologie, che è molto più fluido (passo dal meteo al compleanno di un amico nella stessa app, che uso su device diversi) ma che è anche sempre più legato al contesto spazio-temporale, con la necessità di ricevere una risposta immediata senza dover cercare.

La logica della contestualità è a ben guardare dietro a moltissime app di successo, da Instagram che mi permette di elaborare e condividere subito le foto che faccio per strada a Vine, dai fenomeni di showrooming alle promozioni geo localizzate, dall’hashtag su di un tema caldo su Twitter al check-in su qualsiasi tipo di app che lo permetta.

È uno spostamento che è stato reso possibile dalla diffusione dei device mobili, che hanno svincolato l’esperienza digitale da un luogo statico dove ho un computer connesso, e dalla democratizzazione degli strumenti, che oggi consentono a chiunque di poter produrre e condividere contenuti in qualsiasi istante senza particolari competenze e a costi vicini allo zero.

Multichannel Marketing

Se dunque qualche anno fa dicevo che la nuova frontiera del digitale era il luogo, ora mi sento di dire che è il contesto, fatto di tempo e spazio.

E’ anche il marketing si dovrà adeguare, perché l’impatto della tecnologia lo sta già trasformando ed è tempo di concretezza. Date ad esempio un’occhiata a questa dicharazione…

Voi che ne dite?

Nuvole, dati e tanti soldi: cosa sta succedendo in questi giorni online

Non c’è che dire, le  ultime settimane sono state decisamente vivaci online, nell’attesa della favolosa (e troppo gonfiata?) IPO di Facebook.

Proprio il gigante di Zuckenberg si è dato da fare più di tutti, con l’acquisizione di Instagram per il notevole (!) prezzo di 1 miliardo di dollari e, subito a ruota, dall’acquisto di Glancee (una volta tanto, start-up italiana che è riuscita a farsi sentire all’estero). Nello stesso periodo, Google ha lanciato finalmente il suo servizio di storage cloud Google Drive, mentre Linkedin ha acquistato SlideShare per quasi 119 milioni di dollari.

Posto che resto sempre affascianato dai capitali che girano oltre oceano per questo tipo di operazioni, condivido l’analisi fatta da Vincenzo Cosenza per quanto riguarda il fronte Facebook: il gigante dei social network sta acquisendo prima di tutto know how per competere nel campo più significativo e promettente (anche per i venture capital), il mobile.

Non da meno poi è Google, visto che sia la creazione del marketplace Play sia il lancio di Drive fanno parte di una logica di ecosistema digitale in cui Big G vuole legare i suoi utenti attraverso un reticolo di servizi svincolati dal device, fermo restanto che con Android la presenza di Mountain View in questo mercato è enorme.

Cloud

Cloud e cellulari, con accesso a tutti i dati e i servizi in maniera indifferente rispetto agli strumenti usati: lo avevo abbozzato già 2 anni fa e credo che sia questo il terreno di battaglia del prossimo futuro, in cui infatti sono scesi anche i player “tradizionali” Apple (con iCloud) e, tardivamente, Microsoft (con Skydrive) che stanno offrendo servizi al mercato dei consumatori finali (che già usufruiscono di certi strumenti senza saperlo).

L’obiettivo vero è però alla fine quello di agganciare al proprio ecosistema digitale le nuove generazioni sempre connesse e i “nativi digitali, forse anche a scapito della redditività immediata, sfruttando al meglio il modello fremium e i costi sempre più bassi dello storage (pensate cosa vuol dire regalare a milioni di utenti 2 o 5 GB e vendere a 800 dollari mese 16 tera come fa Google!).

Rispetto al punto dello storage, è bene anche ricordare che non si tratta di mondi solo virtuali, visto dietro ci sono grandi macchine hardware, il ferro insomma, e questo dà un senso di tangibilità a quello che sembra un universo evanescente di bit.

Questi grandi ecosistemi fatti di software, cloud e dispositivi mobili (non solo cellulari) forse non saranno la fine del web pronosticata da Chris Anderson qualche tempo fa ma sicuramente segneranno un’evoluzione significativa ed essere dentro o fuori potrebbe fare la differenza per sopravvivere al momento in cui i social (e in generale i player web) come li conosciamo ora verranno superati da nuovi paradigmi.

Insomma siamo solo all’inizio…e voi, che pensate di questo nuovo scenario competitivo?

Google Play e (ancora una volta) la logica dell’ecosistema

E’ nato da pochi giorni Google Play, il nuovo market del colosso del web che va a inglobare il vecchio Android Market e presto diversi altri servizi legati alla vendita di contenuti.

Google Play
La notizia, arrivata più o meno in concomitanza con il lancio del nuovo iPad, mi sembra quanto mai coerente con le ultime mosse di Google rispetto all’integrazione e alla privacy unificata dei suoi servizi.
In tempi non sospetti infatti avevo scritto che Google+, tutt’ora oggetto un po’ misterioso nei reali risultati, non doveva essere visto come pura reazione a Facebook ma come un pezzo di un ecosistema più vasto, termine che uso spesso e che ritrovo con piacere anche sul Sole 24 Ore proprio a proposito di Google Play.

A mio avviso dunque non siamo (solo) davanti a una rincorsa a Apple, che pure segna spesso la via per i big della rete, ma a un processo per cui questo market si inserisce nella razionalizzazione di quel mare di servizi che Google lancia continuamente, con diverse fortune, grazie alla fetta di tempo che i suoi sviluppatori possono dedicare ai progetti personali (20% del totale). Pochi sono profittevoli (e bastano alla grande) ma ora tutti quelli che hanno un certo successo stanno convergendo.

L’idea è una sola alla fine, avere un utente con un profilo Google con il quale esso può accedere a un mondi di servizi, gratuiti o a pagamento, collegati in modo più fluido e dove è presente costantemente l’advertising del colosso di Mountain View, il vero motore economico di questa macchina e su cui i competitors sono ancora distanti.

Tutto questo mondo, a differenza dei rivali tradizionali dell’informatica come Microsoft, si svolge totalmente online dato che anche Google Play ospiterà tutti i contenuti acquistati su cloud, disponibili anche da altri device tramite il Google ID.
Ossia se volete quello che fa iCloud ma anche la stessa Google con i Chrome Book, la cosa interessante è che Google vuole ora rendere anche gli smartphone Android un hardware governato dai propri profili, scelta che limita molto il potenziale svantaggio rispetto a Apple di avere a che fare con diversi produttori, mentre lascia vivo il plus di un ecosistema più vasto.

In conclusione dunque ci troviamo difronte a un disegno molto vasto, in cui Google fa leva sui tanti ambiti in cui è leader per insidiare anche leader di altri settori, quali Apple e Facebook, non tanto sul terreno diretto del servizio in sé ma anche e soprattutto inserendolo in un’offerta totalmente web e a 360°.
n piano a tratti un po’ inquietante per la vastità, ma pienamente coerente con l’economia dei dati e con lo sfruttamento delle opportunità date da una banda sempre più larga e da uno storage cloud sempre più diffuso ed economico che rende meno cruciale il vantaggio dato dall’harware.

Voi che ne pensate?

Google+ e la logica dell’ecosistema

Da qualche giorno sono entrato in Google+, la nuova creatura del colosso di Mountain View che ha il gravoso compito di riscattare i precedenti modesti risultati nel campo delle proposte social.

Premetto subito che non avuto tempo di spaziare molto in un ambiente che, per forza di cose, è ancora relativamente spopolato, se escludiamo gli addetti  ai lavori, tuttavia ho ritrovato al suo interno una serie di elementi interessanti.

Google+

Prima di tutto è notevole il respiro della manovra di Google: prima il pulsante +1, poi Me on the Web che ha favorito la compilazione dei profili personali, ancora la nuova grafica con la sandbox in alto e infine l’apertura (con qualche incertezza) del nuovo strumento.

Inoltre questa volta l’interfaccia sembra più semplice, almeno nella gestione delle cerchie di amici, cosa che non si poteva dire del defunto Google  Wave e in parte anche di Google Buzz.

Il punto chiave però resta un altro concetto che ha fatto la fortuna di strumenti come Twitter, ossia l’ecosistema, che nel caso di Google è totalmente proprietario ed è fatto da decine di servizi leader, dalla mail all’analytics passando per le mappe.

Lo stesso Facebook si è adoperato per costruire il suo mondo, con una serie di nuovi strumenti che però non possono essere paragonati a quelli di big G, prima fra tutti proprio la mail.
Google inoltre dalla sua ha la ricerca, una caratteristica che Facebook ha infatti cercato di fronteggiare in tempi non sospetti collaborando con Bing.

Ancora, nonostante il costo di questo progetto Google non ha l’urgenza di monetizzare visto che i suoi (pochi) prodotti profittevoli sono talmente redditizi da permettere il continuo rilascio di altri tool gratuiti che vengono di fatto testati dagli utenti.

Infine, facendo riferimento al famoso articolo sulla morte del web di Chris Anderson, quello di Google non è realmente un giardino circondato da mura (come Facebook), in quanto quasi tutto è accessibile anche senza una registrazione.

Le premesse dunque di un progetto di grande respiro ci sono tutte, la vera sfida di Google sarà però sul terreno dell’engagement sociale, che potrebbe non decollare. Tuttavia, in un web complesso e pieno di servizi e profili, siamo sicuri che l’obiettivo di Google sia davvero quello di scalzare Facebook? O piuttosto questo nuovo modello è in realtà finalizzato a riaffermare la leadership sul web e a portare ancora più traffico alle tradizionali fonti di reddito del gigante della ricerca?

Non dimenticherei infine che è al debutto anche Google Chrome OS che per funzionare chiede come chiave un account Google

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