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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

Autore

Gianluigi Zarantonello

Former CDO at OVS Spa and past Global Digital Solutions Director at Valentino Spa http://www.gianluigizarantonello.it - Digital Transformation Leader | AI & Martech Strategist | Luxury & Fashion Tech Executive and Advisor | Speaker & Author on Innovation

Internet porta ricchezza anche offline!

E’ uscito in questi giorni un report di Boston Consulting Group e Google, dal titolo Fattore Internet, che si pone un obiettivo inedito: misurare l’impatto della rete sul PIL del nostro paese.

Il documento ragiona infatti su un importante parametro, il ROPO, che sta per Research Online Purchase Offline e che misura l’impatto fra online e fatturato offline (la multicanalità, che mi è cara).

Non scendo nei dettagli (potete scaricare il report qui), ma mi piace evidenziare che nel 2010 Internet ha contribuito al PIL italiano con 31,5 miliardi di euro, pari al 2%.

Come dichiara BCG sul sito “questo dato più che raddoppierà entro il 2015. In uno scenario conservativo l’Internet economy rappresenterà 59 miliardi di euro, pari al 4,4% del PIL italiano, con un tasso di crescita annuo del 18%“.

Non male per un Paese che stenta ad investire sulla banda larga e dove in queste settimane il dibattito sull’uso dei social media è quantomai polemico e vivace, che ne dite?

Report e i social network, cosa ci insegna questa occasione mancata

A mente fredda la puntata di Report sui social network è una grande fonte di spunti di riflessione e di insegnamento da diversi punti di vista.

1) Insegnamenti per il professionista

Come professionisti del settore la serata di domenica ci ha ricordato che diamo troppe cose per scontate circa la diffusione della conoscenza del social web (ma anche di quello meno sociale), che è ancora oscuro ai più.
Inoltre il dibattito su Twitter evidenzia come questa situazione ci porti talvolta a gettare anatemi sull’ignoranza altrui, istigati dalle semplificazioni e dalle inesattezze, sempre però conversando tra noi e non con interlocutori diversi.

2) Insegnamenti per Report

Il profitto non è una colpa insanabile, ma è ciò che permette a molte persone di vivere e mantenere le proprie famiglie, comprese quelle dei giornalisti Rai. Inoltre la pubblicità tv, ancora più seccante perché non pensata sulle nostre preferenze, è una fonte di ricavi non secondaria anche per il servizio pubblico italiano.
Infine, ora Report sa che il popolo della Rete è battagliero e piuttosto permaloso!

3) Insegnamenti per lo spettatore non tecnico

È duro scoprirlo così, ma Google e Facebook non mantengono migliaia di macchine server (e di ingegneri) solo per piacere di far sapere al mondo che cosa hai mangiato stamattina! 🙂
In più, ora sapete che in rete se qualcuno trova una foto imbarazzante che vi ritrae potrebbe farne cattivo uso, cosa che mai avverrebbe nel mondo fisico, tanto è vero che molte persone tappezzano i muri delle città con le immagini proprie e dei propri figli, perché lì sì che è sicuro.
Scherzi a parte, l’educazione all’utilizzo consapevole delle proprie informazioni dovrebbe essere una delle attività più importanti da fare nelle scuole, e non solo, per far capire che ciò che avviene sul web è essenzialmente PUBBLICO e dunque richiede attenzione e consapevolezza, la stessa necessaria a custodire le proprie password.

Su questo punto finale poi mi aggancio per dire che, secondo me, Report ha perso un’occasione per trasmettere un po’ di consapevolezza al grande pubblico, spiegando che bisogna essere attenti ed essere coscienti di quanto ho scritto poco più sopra. Mettendo meno carne al fuoco le due ore e passa di programma avrebbero potuto toccare anche questo fronte, che, mi permetta Milena Gabanelli, è anch’esso abbastanza semplice per poter essere compreso da tutti.

Peccato, non per questo Report dovrà ora essere distrutto (la moderazione non fa mai male e la Gabanelli si è ben spiegata), allo stesso tempo però consentitemi di pensare che non basta non dire inesattezze per fare un buon lavoro.
Ci vogliono anche una visione di insieme dei pro e contro e meno catastrofismo.Sarà per la prossima?


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Ready for innovation?

Devo dire che gli ultimi 10 giorni sono stati piuttosto intensi e ricchi di spunti.

Ho passato infatti una settimana a Città del Capo per un’esperienza eccezionale: lo sviluppo di un progetto di innovazione nel retail, con altri 21 colleghi di tutto il mondo scelti dalle altre aziende associate a IGDS.

Cape Town
Cape Town

Una bella fatica con una settimana insonne (e il progetto continua nei prossimi mesi) che però mi ha dato l’occasione di constatare che in tutti i continenti la voglia e l’interesse per nuove soluzioni è altissima.

Una volta tornato poi sono andato a Milano per un altro evento, il Think Digital organizzato da Google, dedicato questa volta al lusso e alla moda.

Google Think Digital

Un’altra occasione ottima, dove ho avuto modo di constatare una volta di più che la tecnologia offre possibilità illimitate a chi abbia una strategia seria e consapevole di innovazione.

Cosa manca dunque per far incontrare una domanda di innovazione che cresce in tutto il mondo con una tecnologia che si sviluppa ad una velocità esponenziale?

Secondo me:

1) Strategia, prima di tutto: la tecnologia serve solo a facilitare i processi e le idee e non è mai fine a se stessa. Senza una chiara idea di target e obiettivi non si va da nessuna parte.

2) Competenza: il mondo corre veloce e non tutte le persone che lavorano oggi nelle aziende hanno il know how e, diciamolo, l’umiltà per affrontare le nuove sfide.

3) Occasioni di scambio: nella gran parte degli eventi cui ho partecipato i manager delle aziende erano assenti e gli esperti di settore dunque passavano il loro tempo a discutere su se stessi. E in questo modo il loro linguaggio non si avvicina a quello del business.

4) Coraggio: tutte le iniziative devono avere un ROI ma non si può avere la certezza del 100% del successo su qualcosa di nuovo. Bisogna dunque procedere con grande cautela per non bruciare soldi e fiducia ma la paura ad un certo punto deve essere lasciata alle spalle!

E voi, che ne dite? Quali sono i motivi per cui la domanda e l’offerta di innovazione, tecnologica e non, fanno così fatica a incontrarsi?

Lusso 2.0. Le nuove strategie digitali dei marchi di alta gamma

Lusso 2.0. Le nuove strategie digitali dei marchi di alta gamma è un libro di Jarvis Macchi uscito nel 2011 per Lupetti editore.

E’ piuttosto difficile recensire questo volume, in quanto Macchi offre davvero una grande molteplicità di spunti, pratici e più teorici, sulle opportunità che la rete offre oggi ai marchi di alto posizionamento.

Il volume si articola in quattro sezioni, la prima è quella dell’e-commerce, un canale di vendita che da un lato è riconosciuto da tutti indispensabile ma nel quale gli approcci dei brand sono caratterizzati da diversi livelli di avanzamento.
Macchi in ogni caso sottolinea due aspetti importanti, che valgono non solo per il lusso: la vendita online non abbassa l’immagine e l’e-commerce è prima di tutto un veicolo di informazione per il cliente anche in vista dell’acquisto tradizionale in negozio.

Il capitolo successivo è dedicato invece al vasto mondo dei social media, con il titolo azzeccato di “from couture to conversation”.
Si tratta di un insieme di mezzi che ormai non possono più essere ignorati e  infatti nella trattazione di Macchi sono presentati molti casi di brand che hanno approcciato, a diversi livelli, queste realtà.

Spazio a parte poi è dato al grande fenomeno che ha interessato la moda negli ultimi due anni: i fashion blogger,
giovani che, iniziando a parlare di moda per gioco e per passione, oggi stanno diventando in alcuni casi autentici trend setter al pari dei giornalisti della carta stampata tradizionale, che sono seduti al loro fianco nelle prime file delle sfilate internazionali.
Il fenomeno che sta vivendo la sua fase di hype anche in Italia (con un po’ di ritardo) e non sfugge al mondo del lusso che tramite queste figure riesce a cavalcare la tendenza del mix fra capi costosi e prodotti massmarket, allargando il proprio pubblico e comunicando in modo nuovo.

Infine il libro sposta la sua attenzione su Apple e i suoi iPhone e iPad, dei device tecnologici che hanno rivoluzionato il loro settore e aperto un nuovo scenario per la comunicazione.
Anche qui non mancano gli esempi, bisogna però rilevare che si tratta di un mondo ancora immaturo dove il fare branding prevale ancora sul valore aggiunto per gli utenti, che si costruisce con i contenuti.

In conclusione dunque Lusso 2.0 è una lettura molto consigliabile che riesce a fare una panoramica di ampio respiro su tutti i fenomeni che riguardano il lusso (ma anche la moda in genere) sulla rete Internet. Un mondo ancora tutto da esplorare.

Html 5 e oltre…per tornare alle origini del web

Avrete sentito parlare piuttosto spesso di HTML 5, ossia la nuova release del linguaggio con cui il web è nato e che tuttora sta sotto all’intelaiatura dei siti che consultiamo ogni giorno.

La caratteristica principale promessa da questa nuova versione di HTML sarà la possibilità di gestire, con un unico linguaggio, una molteplicità di elementi, come i video o le animazioni (provate questo gioco), senza bisogno di componenti plugin aggiuntivi.

Dopo svariate discussioni all’interno delle organizzazioni che si occupano degli standard web (vedi su questo anche l’articolo a pagina 117 di Wired di marzo 2011) sembra ora che la nuova versione di HTML stia procedendo verso una reale adozioneda parte dei diversi attori del mondo Internet.

Come sempre la tecnologia non è un fine ma è un fattore abilitante e, al di là delle guerre tra i big del settore (vedi ad es. Adobe vs. Apple su Flash), in questa evoluzione dell’HTML c’è un’importante elemento, ossia il ritorno ad un linguaggio comune, trasversale  e aperto, come agli inizi del web, che dovrebbe limitare sempre più l’utilizzo di plugin software aggiuntivi e le incompatibilità.

Inoltre un linguaggio del genere, o con caratteristiche analoghe, potrebbe portare una rivoluzione nel ricco mercato delle application per smartphone e tablet, il cui modello di business ha portato Anderson a profetizzare addirittura che il web sarebbe morto.

Questo mondo infatti oggi è chiuso e ogni famiglia di telefoni e tablet lavora con tecnologie proprietarie, costringendo a continui lavori di porting le aziende che vogliono essere presenti su tutti questi canali.
A dispetto del numero elevato di standard alternativi, già in questo momento, ci sono alcune funzionalità delle applicazioni lavorano con le webapp, veri e propri piccoli siti che non hanno il problema della compatibilità con i diversi sistemi operativi e che però, per ora, non possono ancora sostituire in toto il linguaggio proprietario quanto a prestazioni.

Il nuovo standard HTML potrebbe invece andare oltre, portandoci verso lo scenario che ho auspicato qualche tempo fa, con un mercato delle applicazioni cross platform, altrettanto redditizio a tendere perché porterebbe più player e più utenti.

Anche sul web “tradizionale” poi la riduzione dei plugin limitanti potrebbe portare il focus sulla logica delle miniapplicazioni (addon), già presenti oggi sui vari browser e che evolverebbero verso l’utilizzo universale (Firefox ci sta già lavorando).

Questo approccio infine potrebbe essere applicato con successo anche a progetti  nuovi come il market di Apple per i computer, che si collocano a mezza via fra il web puro e le applicazioni mobile.

Di sicuro gli interessi economici che stanno dietro l’attuale frammentazione sono forti ma la situazione sta diventando intricata anche per i grandi player, mentre il futuro indica un mondo con sempre più tipi di device che accedono alla rete e che non più possono essere definiti solo computer o solo telefoni. Pensare di moltiplicare all’infinito i giardini chiusi dei vari sistemi operativi, in un mercato più maturo di quello odierno, potrebbe portare dunque a un pesante rallentamento dello sviluppo del settore, fino alla paralisi.

Questo rischio, unito all’evoluzione della tecnologia, potrà dunque rappresentare una forte ragione di accelerazione verso un nuovo standard, comune e trasversale, in grado di funzionare con eguali prestazioni ovunque. Che si chiami HTML 5 o in altro modo è in fondo solo un dettaglio.

Voi che ne dite?


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Dovresti tornare a guidare il camion Elvis

Dovresti tornare a guidare il camion Elvis. Puntare sul proprio talento quando tutto sembra non funzionare è il nuovo libro di Sebastiano Zanolli, edito nel 2011 da Franco Angeli.

Come è chiaro dal sottotitolo questa volta il manager vicentino affronta la propria consueta tematica della crescita personale sviluppando la trattazione del talento e della sua valorizzazione.

L’argomento è molto caldo in una fase storica in cui il mondo del lavoro si presenta sempre più complesso, sia per chi già ha una professione sia per chi sta la iniziando ora la propria vita professionale. Molti poi sono pronti a dare consigli, più o meno corretti come quello che da cui nasce il titolo al libro, ma lo sviluppo personale in realtà deve partire dal singolo.

Per poter sviluppare dunque il proprio talento (ciò che ci rende felici e realizzati) bisogna imparare intanto a riconoscerlo, individuando quei “fili rossi” che nei diversi momenti della vita ci hanno più gratificato e fatto esprimere.
Per argomentare meglio questi aspetti Zanolli si fa aiutare dall’esperto Bruno Viano, che con metodo e dettaglio spiega in un apposito capitolo come capire quali sono i propri talenti e come svilupparli.

L’individuazione però non basta, bisogna costruirsi un percorso e un progetto, piccolo o grande che sia, e di questo e altro parla poi l’ultima parte del libro, che si chiude con una gustosa carrellata di esempi in cui chi pretendeva di dare consigli ha sbagliato clamorosamente.

In conclusione il libro di Zanolli è un’ottima lettura, facile e appassionante, che può dare ottimi spunti a tante persone con situazioni diverse ma accomunate dall’insoddisfazione per la loro situazione presente. Zanolli tratta tutto questo senza porsi mai come guru che ha le soluzioni pronte, come ho già avuto modo di evidenziare per i precedenti libri di questo autore.

Consiglio questo volume in modo speciale ai ragazzi che iniziano la vita professionale e che spesso ho visto sfiduciati e rassegnati in partenza, anche a causa dei “buoni consigli” di chi suggerisce loro di volare basso.
Vale invece sempre la pena di sviluppare le proprie idee, rinunciando a qualche sicurezza economica e psicologica iniziale, per poter esprimere al meglio le proprie capacita’ e, appunto, il proprio talento.

Arrivano sempre più strumenti, ma avete già pensato che cosa metterci?

Ho parlato frequentemente  di multicanalità, anche la settimana scorsa, evidenziando le grandi opportunità che i nuovi strumenti tecnologici offrono al marketing e alla comunicazione.

Il Mobile World Congress 2011 poi non ha fatto altro che confermare il fatto che il mondo sarà sempre più ipertestuale, connesso e multipiattaforma, mentre le ricerche dell’Osservatorio sulla Multicanalità del Politecnico di Milano tratteggiano un consumatore con una dieta mediale sempre più varia.

immagine tratta da http://www.crwgraphics.com

Nei miei precedenti post mi sono dedicato al tema dei limiti tecnologici e organizzativi che impediscono un corretto sviluppo della multicanalità, questa volta invece voglio tornare su un vecchio cavallo di battaglia: quali contenuti per quali tecnologie?

Supponiamo di esserci dotati per tempo degli strumenti tecnologici e di essere convinti di procedere ad una strategia multicanale, ci basta? No.

Prima di tutto dobbiamo applicare un corretto approccio POST, valutando se le persone cui ci rivolgiamo usano realmente le tecnologie che stiamo selezionando.

Una volta analizzati gli obiettivi, la strategia e anche la tecnologia manca un punto chiave: quali contenuti mettiamo all’interno di ogni strumento?

La domanda non è oziosa, il successo o l’insuccesso di molti ecosistemi tecnologici infatti è stato decretato in passato dal fatto che ci fossero contenuti con un reale valore aggiunto per i clienti: si pensi al primo wap (fallimentare) contro l’i-mode.

Per costruire un contenuto o un servizio adeguato è dunque necessario conoscere approfonditamente gli strumenti con cui andiamo a lavorare e il loro ecosistema, cosa che non sempre avviene sia per responsabilità aziendali sia per colpe riconducibili agli esperti (reali o presunti di settore).

In conseguenza della moltiplicazione dei canali e degli strumenti dunque si andrà verso una complessità sempre maggiore, alzando il livello di qualità professionale richiesta e dando spazio (si spera) ai giovani competenti.

Infine una nota importante, i contenuti di qualità hanno ovviamente un costo, così come il tempo delle persone dedicate a seguire i nuovi canali, e per questo va superata la percezione di gratuità e di amatorialità di questo mondo.

Se  poi confrontate questo valore con i soldi che spendete già oggi per un solo media, magari poco misurabile come la tv, vedrete che il saldo conviene eccome…


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Formazione Web marketing e Social Media:Young Digital Lab a Roma il 24 e 25 febbraio

Inizio la settimana con una segnalazione utile per chi si occupa di marketing, la nuova tappa del corso di formazione sul Web marketing al tempo del Social Web tenuto dai ragazzi di Young Digital Lab.

Questa volta il corso si terrà a Roma durante due giornate, il 24 e 25 di Febbraio, in cui gli Young Digitals affronteranno un programma ricco di temi interessanti: dalle ultime evoluzioni del Social Web e della App Economy, all’ascolto e le strategie sui Social Media, passando per Facebook, i Location Based Services e infine l’Enterprise 2.0 e il Social CRM.

Il corso ha una natura collaborativa e coinvolge i partecipanti attraverso ampi momenti dedicati alla discussione e un clima informale e aperto allo scambio di informazioni e opinioni.

Potete trovare tutte le informazioni su http://www.youngdigitallab.com/

ePub

ePub per autori, redattori, grafici è un libro di Fabio Brivio e Giovanni Trezzi, edito da Apogeo nel 2011.

Si tratta di un manuale che si rivolge ad un pubblico ampio di professionisti che hanno a che fare con il mondo dell’editoria digitale, e in particolare con l’oggetto più significativo in tal campo, l’e-book.

ePub infatti è uno standard dedicato alle pubblicazioni digitali, ossia ciò che nel testo si definisce “libri liberati dalla carta e conservati in formato digitale”.
Vista la popolarità e la maturità che gli e-book stanno conoscendo grazie ai reader e ai tablet il libro è dunque di grande attualità.

La prima parte del testo introduce la teoria e la struttura di base, con i vari elementi che compongono un corretto file ePub e ne articolano la forma: OCF, OPS, OPF.

La seconda parte del libro (capitoli 6-10) affronta invece gli aspetti di carattere grafico e di impaginazione, spaziando dalla formattazione alla costruzione degli indici, dalla gestione delle immagini alla conversione in PDF.

Come giustamente sostengono gli autori, anche per chi non è un tecnico risulta importante capire come si costruisce un volume digitale e dunque conoscere questi strumenti e queste logiche risulta indubbiamente prezioso.

Nelle parti di appendice poi vengono approfonditi diversi aspetti utili, primo fra tutti la gestione del DRM per la protezione del diritto d’autore, tema importante quanto controverso nella percezione degli utenti.
Seguono poi la checklist per costruire un buon ePub, una guida agli strumenti utili, un’introduzione all’XML e infine uno sguardo al nuovo ePub 3.

In sintesi il libro di Brivio e Trezzi, pur toccando temi a volte piuttosto tecnici, è  dunque un utile e completo manuale che permette di capire il mondo dell’editoria digitale e di affrontarlo in modo strutturato e consapevole.

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