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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Il sistema di monitoraggio della reputazione online di Google e qualche considerazione sull’identità in rete

In questi giorni è apparsa una notizia interessante, il lancio di Me on the Web, un sistema di monitoraggio della reputazione incluso nell’account personale di Google che ha l’obiettivo di accompagnare anche i meno esperti nella gestione delle proprie informazioni online.

identità digitaleAl di là degli strumenti offerti, e dello scopo di favorire la compilazione e l’utilizzo dei propri profili Google, trovo che la news sia rilevante perché vede uno dei grandi big della rete focalizzarsi sull’identità online in un’ottica di gestione consapevole e, perché no, di personal branding.

Ho parlato spesso in passato del tema della costruzione della propria identità in rete e di quello dell’educazione all’utilizzo consapevole delle proprie informazioni sul web, tema quast’ultimo piuttosto caldo viste le disavventure made in USA del politico David Weiner.

Se da un lato infatti tutto ciò che si posta in rete resta recuperabile nel tempo dall’altra Internet offre oggi una serie di opportunità straordinarie per promuovere se stessi per scopi professionali, politici e personali. Dunque, andando oltre i facili allarmismi, io credo che i vantaggi superino i rischi nel momento stesso in cui si comprenda che la propria privacy finisce dove noi iniziamo a postare (e nessuno ci obbliga a farlo).

Gli elementi per una reale strategia di successo per la nostra presenza in rete dunque sono:

1) Conoscere bene i mezzi e le loro implicazioni: non tutti gli strumenti sono uguali e io, ad esempio, ho diversificato tra sito personale (chi sono e che cosa faccio), questo blog (le mie opinioni sulla rete), Tumblr (i progetti e le mie attività lavorative in modo più puntuale e veloce), Friendfeed e Google Profile (aggregatori) e così via per tutto il resto.

2) Avere un messaggio e una serie di obiettivi chiari e coerenti da trasmettere: se mi voglio accreditare come esperto di un certo settore devo frequentare i canali giusti, avere il network corretto e essere attinente negli argomenti. N.B. non vuol dire non avere vita sociale in rete ma differenziare i canali tra ricreativo, professionale etc.

3) Monitorare quello che si dice di noi: anche se non siamo personaggi famosi non possiamo escludere che qualcuno, anche in buona fede, condivida informazioni su di noi (i classici degli amici che postano su Facebook le immagini della festa dove ci si è molto, o troppo, divertiti).

Tutto questo ovviamente va misurato sulla base dell’importanza professionale e personale che la rete riveste per noi, ma credo che l’attenzione e la consapevolezza riguardino tutti.

Se poi invece ci occupiamo di strategia digitale, beh in tutto questo troviamo un’ottima modalità di allenamento per capire dinamiche come il monitoraggio della reputazione in rete, la distribuzione dei contenuti, il social media marketing e la gestione della multicanalità che ci torneranno molto utili anche per i nostri brand.

Anche perché l’unico modo di affrontare davvero le sfide del digitale è partire dall’esperienza come utenti degli strumenti, visto che lavoriamo con persone e non con segmenti di mercato.

Perché Twitter mi piace sempre di più

Per lavoro e per diletto nella mia giornata utilizzo molti social media diversi e testo continuamente nuovi servizi, più meno noti e interessanti, che mi offrono sempre prospettive di confronto.

Ebbene, in questo continuo girare devo dire che mi sto costantemente appassionando a Twitter, almeno per quel che riguarda gli strumenti più generalisti e non limitati a un pubblico strettamente settoriale.

Perché? Le ragioni sono diverse:

1) È essenziale: pochi caratteri e una sola funzione, quella di condividere contenuti. Uno stile di comunicazione da considerare.

2) È ottimo per mixare la forza del social media con gli own media aziendali: il testo suscita la curiosità ma il link di approfondimento riconduce ai siti per scoprire di più.

3) È integrato: è facile usarlo per aggiornare altri servizi e allo stesso tempo è semplice usarlo per rilanciare automaticamente i contenuti che vengono da altrove.

4) È selettivo: il fatto che sia più ostico al profano rende (mediamente) più attive e interessanti le persone che lo usano con una certa costanza.

5) È un ottimo posto dove fare ricerche: i meccanismi degli hashtag, la ricerca avanzata e la possibilità di seguire le conversazioni lo rendono prezioso (e sono alla base degli investimenti che lo riguardano).

6) Lavora bene con la multicanalità: si usa comodamente sia da mobile che da computer ed è ottimo per affiancare i media tradizionali con un tocco di interattività real time. Volete un esempio? Cercate #annozero durante la trasmissione omonima e seguite la conversazione…

7) Ha un grande ecosistema: sono molteplici i servizi terzi che lo integrano, utilizzano, potenziano, sfruttano.  Per capire il senso di ciò basti pensare invece che Facebook ingloba in se stesso tutte le funzionalità e al massimo offre i propri strumenti (sviluppati internamente) a terzi in forma di social plugin.

Tutto perfetto dunque? Non lo si può mai dire di nessuno, e anche Twitter pecca in alcuni aspetti, come ad esempio un modello di business ancora nebuloso.
Inoltre non è un mezzo facile da gestire, richiede più competenza rispetto ad altri strumenti di social media marketing, pretende presidio costante e non è affatto facile farlo decollare (da privato e da azienda).

Eppure permettetemi un consiglio: se anche non lo usate direttamente, tenetelo d’occhio!

Il social web è democratico ma è anche più povero di qualità?

Il quesito in realtà rimbalza attraverso vari siti che navigo di frequente, da Tagliablog a Vincos: i social media come Facebook e Twitter stanno uccidendo i blog?


Da un certo punto di vista la risposta è affermativa e ne ho già parlato qualche tempo fa, infatti lo spazio inteso come diario personale si sta spostando verso i social network dove è semplice, veloce e sintetico esprimersi.

D’altra parte però chi ha qualcosa di continuativo e, presumibilmente, interessante da dire su di uno o più temi mantiene un proprio blog, raggiungendo un livello qualitativo che spesso è al confine con il magazine vero e proprio.

Quello che secondo me è interessante al di là delle considerazioni più o meno tassonomiche è invece il trend evolutivo: dopo i primi siti che richiedevano conoscenze tecniche di un certo tipo si è passati alla facilità d’uso dei servizi come splinder o blogger fino ad arrivare ai social, dove non è richiesta nemmeno quella minima customizzazione grafica e strutturale.

A tanta facilità si associa una sintesi sempre maggiore, di cui il campione è Twitter con il suo mondo in 140 caratteri, d’altronde compatibile alla perfezione con gli sms e la fruizione del web da mobile.

Si potrebbe dunque pensare che l’espressione online sia sempre più povera ma io invece leggo diversamente il fenomeno: è aumentata infatti la facilità di accesso universale e da ogni luogo e questo permette a più persone di interagire creando anche quei fenomeni di cooperazione e di crowdsourcing che fanno grande il web 2.0.

Allo stesso tempo non vedo come una grave perdita la scomparsa dei diari personali online, abbandonati spesso dopo poche settimane, mentre questa grande partecipazione di commentatori e collezionisti/sharatori di link non fa che creare un pubblico sempre più ampio e fervente per coloro che davvero scrivono di argomenti di interesse più ampio.

I blog e i siti personali di qualità dunque non credo diminuiranno (lo dicono anche le statistiche) ma potrebbero a prima vista sembrare meno perché sono immersi in un grande rumore di fondo di status e like che al contempo sono anche un loro veicolo di promozione.

Insomma, più persone che interagiscono online, secondo il principio della potenza delle connessioni della teoria della complessità, non fanno che creare un valore maggiore della loro semplice somma algebrica e, casomai, il problema diventerà sempre più quello di costruire un filtraggio efficace per non perdersi tra tutto questo magma.

Ma questa è un’altra storia, mentre ora aspetto i vostri commenti.

Social Network in Italia, oltre a Facebook c’è di più?

Eccoci di ritorno dopo una più che necessaria pausa estiva!

In questi primi giorni stavo ricapitolando dunque vari progetti aperti sui social media e mi ponenvo un quesito: in Italia oltre a Facebook, per uso consumer e non professionale, quali sono i servizi online realmente diffusi e utilizzati attivamente (su questo ho creato anche sondaggio su Linkedin)?

Preciso che per uso attivo intendo quelle attività dove c’è una reale partecipazione e produzione di contenuti, oltre alla fruizione di quelli creati da altri. Questa distinzione non è oziosa, per esempio nel caso di YouTube c’è una bella differenza fra chi guarda i video e che invece li crea e li pubblica.  Inoltre in questo discorso sto riflettendo solo sugli usi privati, generalisti e legati al tempo libero di persone non addette ai lavori.

In altri paesi, nella mia percezione almeno, strumenti come Twitter sono generalisti e di larga diffusione mentre in Italia sono ancora legati a mondi professionali o di interesse molto specifici. Anche la crescita notevole del mobile surfing sembra però muoversi sopratutto attorno alla sfera di Facebook o a servizi “classici” come la mail.

Più vivace è la scena dei blog tematici (fashion, tecnologia) mentre ormai l’utilizzo degli strumenti mediali moderni rende meno attrattivo il blog come diario personale.

C’è da dire che questa situazione di limitato utilizzo generalista e ludico non deve essere un freno all’utilizzo del social media marketing, anzi la specializzazione dei vari strumenti costituisce un’ottima occasione per raggiungere determinati pubblici sulla base di una corretta strategia e selezione del target, senza contare la rapida evoluzione di questi fenomeni.

Mi piacerebbe però conoscere la vostra opinione, a parte Facebook gli altri social in Italia sono usati in modo attivo, anche fuori da argomenti tematici e professionali? Ossia dove commentereste l’ultimo film visto o condividereste le portate della cena appena conclusa? 🙂

Post di una mattina di mezza estate: buone vacanze…con qualche spunto per l’autunno!

E’ arrivato finalmente il momento di fare un po’ di sosta, dopo un anno di galoppate e in vista di un autunno a dir poco “vivace”.

Nella prima parte del 2010 abbiamo detto che questo sarebbe stato l’anno del social media marketing maturo, dello sviluppo dell’enterprise 2.0 e del decollo del mobile web: in parte ciò si avverato e in parte no.

Io credo, e spero, che anche nel nostro paese si sviluppi un uso intelligente e illuminato delle nuove tecnologie, su larga scala, superando i vecchi gap culturali e le paure di chi teme il cambiamento.

In attesa di vedere dunque cosa ci riserva l’autunno vi lascio per un po’ di giorni con l’augurio che possiate passare una buona estate, serena e solo moderatamente connessa.

In più vi saluto con una presentazione di Morgan Stanley che prova ipotizzare un po’ dei trend di cui poi discuteremo al ritorno (gli spunti in forma di commento al post sono assolutamente graditi).

Buone vacanze!

Social media marketing, è anche per le piccole aziende?

Sul social media marketing ormai si discute ovunque in rete, almeno fra tutti coloro che sono addetti ai lavori.

Sono molto meno convinto invece che questo dibattito arrivi alle orecchie delle piccole e medie imprese, che sono impegnate nel lavoro di tutti i giorni e non possono disporre di un reparto marketing strutturato (condizione per altro non sufficiente per una strategia sul web sociale).

Come discusso in un post precedente temo poi che gli esperti di settore, già raramente in contatto con questo target, non parlino una lingua concreta e comprensibile all’imprenditore qualora le due parti si confrontino.

Ma le pmi dovrebbero fare social media marketing? E se lo possono permettere?

Sul fatto di doverlo fare direi proprio di sì: il mercato online offre grandi opportunità e limita notevolmente le differenze tra grandi e piccoli, dato che “gli iperlink sovvertono le gerarchie” (Cluetrain Manifesto). Inoltre il non esserci non equivale a non subire critiche, che anzi in caso di assenza non si è pronti ad affrontare, con gravi danni alla propria immagine.

Ecco dunque qualche consiglio, che traggo da una mia presentazione di pochi giorni fa:

a)      ascoltate tanto, con tool dedicati o anche con strumenti più semplici e gratuiti

b)      scegliete uno o due tipi di social media e coltivate la relazione, senza voler essere ovunque

c)      non delegate questo lavoro agli stagisti, è un aspetto strategico

d)      fatevi consigliare dagli esperti ma non delegate a loro il lavoro, dovete essere voi i protagonisti.

Il social media marketing di fatto è un lavoro di pazienza, attenzione e strategia, dove la principale risorsa economica è il tempo, non il denaro cash.

Per questo può essere alla portata di chi fa il proprio lavoro con passione e competenza, in prima linea, e forse diventa perfino più facile metterci la propria faccia quando non si è nascosti dentro una direzione marketing numerosa.

Parliamo infatti di rapporti personali e di umanizzazione dell’entità azienda, che diventa persona, e l’imprenditore italiano in questo potrebbe essere davvero protagonista, con la sua storia e le sue passioni.

Certo, ci vuole tempo, confidenza con il mezzo e qualche buon consiglio ma credo sia un investimento che valga la pena di intraprendere. In fondo non si tratta di esserci o non esserci, ma di vivere da protagonisti il social web invece che subirlo, sfruttando la sua forza a proprio favore (in questo senso leggetevi il capitolo 2 di “L’onda anomala”).

Voi che ne dite?

Lo ribadisco: il web 2.0 in sè non esiste, ci sono persone e dobbiamo essere concreti

Sul cosiddetto web 2.0, termine mediatico di scarso significato (chiamiamolo social web o nuvola), si scrive ogni giorno di tutto di più, tanto che c’è chi si chiede se non si tratti di una grande bolla.

una parte del social web

In realtà io credo che il cambiamento nella vita e nel business portato dalla diffusione dei nuovi paradigmi online sia significativo e stabile, al di là del momento di Hype portato dai media tradizionali.

Ci sono però una serie di considerazioni da fare:

1) Non esiste un web 2.0, ci sono delle tecnologie abilitanti per delle persone che sono pronte ad un nuovo approccio collaborativo e connesso.

2) In conseguenza di ciò le tecnologie non servono a nulla senza la corretta mentalità.

3) Ci sono tante persone che temono di perdere il loro potere in azienda e tanti esperti esterni che non sanno adattare le loro proposte alle reali esigenze delle aziende. Risultato: incomprensione reciproca.

4) Per questo i veri nuovi professionisti del web sono sempre più preziosi per l’azienda.

5) Senza una visione strategica dei social media non si può trovare un equilibrio corretto tra la creazione di propri servizi innovativi e l’uso degli strumenti offerti già fatti dai big della rete.

Dunque, senza dilungarmi molto, per far sì che il 2010 sia l’anno della svolta occorre tanta, tanta concretezza.

Purtroppo sento ancora tante chiacchiere e vedo poca strategia, e allora sì che capisco chi pensa che il social web sia una bolla.

Voi che ne dite?

Nell’era dell’informazione, come sono gestite le vostre informazioni?

C’è un interessante paradosso generato dalle tecnologie che costituiscono il web sociale:  se da una parte gli utenti dicono fin troppo di se stessi sulla rete dall’altra le aziende lo fanno troppo poco.

Naturalmente ci sono una serie di spiegazioni legate ai timori, giustificabili, dei manager nell’esporsi sul web, paure che ho provato a esorcizzare attraverso la divulgazione con questo blog e tramite uno dei miei ultimi e-book.

Tuttavia io vedo anche un altro aspetto, molto concreto e per questo mai trattato da chi discetta dei massimi sistemi: l’informazione in azienda è realmente disponibile a tutti e facile da gestire?

Io mi occupo di social media da ben prima che il fenomeno esplodesse e posso dire serenamente che moltissime delle cose che si fanno ora si potevano fare anche 8 anni fa. Solo che ci volevano conoscenze tecniche, molto più tempo e…non c’era pubblico!

La grande rivoluzione invece è stata data dalla facilità con cui tutti posso accedere a dei contenuti e ripubblicarli, condividerli, rimaneggiarli in pochissimo tempo e con uno sforzo quasi nullo.

La riflessione per le aziende non è così banale come sembra: anche volendo aprirsi all’esterno i nostri contenuti devono poter essere sempre noti a tutti coloro che ne hanno bisogno (e non è banale) e devono essere costruiti e archiviati in modo tale da non richiedere pesanti lavorazioni per essere condivisi, all’interno come come all’esterno.

Sembra incredibile ma i contatti che ho tutti giorni nel mio lavoro con tantissime aziende terze, anche molto importati e strutturate, mi danno una ragionevole certezza che invece non ci sia quasi nessun investimento in tecnologie di digital asset management e nella formazione del proprio personale interno circa l’organizzazione dei materiali e le logiche di condivisione.

Risultato: le informazioni esistono, ma recuperarle è difficoltoso in termini di ricerca prima e di lavorazione poi (documenti in formati diversi, incompatibilità tra sistemi, file con estensioni proprietarie che girano solo su specifici programmi etc).

Capite bene che in un’era di ipertestualità diffusa che si sta spingendo sempre più verso il mobile e verso nuove frontiere come l’internet degli oggetti questi sono limiti strutturali. Eppure non ne sento parlare quasi mai.

Voi che cosa potete raccontare in tal senso? Aspetto le vostre esperienze.

Il ROI del web e dei social media: qualche considerazione fuori dai luoghi comuni

Oggi voglio tornare su di un tema che è sempre di grande attualità, la misurazione del ROI delle attività sul web e, in particolare, dei social media.

Partiamo dal web “in generale” per alcune considerazioni.

Prima di tutto Internet è il mezzo di comunicazione più misurabile in assoluto, niente a che vedere con convenzioni approssimative come l’Auditel o le varie metriche dell’advertising tradizionali, cui tutti credono perché non c’è altra modalità di rilevazione (e perché alla fine fa comodo che non si possa realmente verificare il dato).
Qui parliamo di un mezzo dove ogni singola azione e reazione è tracciata nel dettaglio e può essere utilizzata per spingerci fino ad una comunicazione one to one. Il problema dunque del poter misurare sul web non si pone.

Questo però ha un risvolto che nessuno considera: avere tanti dati vuol dire anche dover scandagliare una mole elevata di informazioni, il che implica lavoro, come ho scritto già in passato abbiamo il tempo e le risorse per l’analisi?
E abbiamo le competenze? Siamo sicuri che non ci stiamo rallegrando di un + 15% di visite senza vedere che queste vengono da altro un sito dove si dice che noi sfruttiamo i bambini e usiamo materiali cancerogeni per i nostri prodotti?

Dunque, senza entrare nel dettaglio dello sviluppo della web analytics (rich media, ajax, packet sniffing etc.) , pensiamo prima di tutto a dotarci di un sistema di misurazione e usiamolo, possibilmente anche con l’aiuto di esperti ad hoc.
La maggior parte delle aziende, ricordiamolo, non ha accesso diretto a tali dati e spesso non li legge nemmeno nei report forniti dalle agenzie.

Per quanto riguarda poi i social media, anche qui è doveroso fare qualche ragionamento.

E’ possibile prima di tutto monitorare con appositi software la rete per intercettare commenti, citazioni, sharing di contenuto e via discorrendo, dunque sul piano quantitativo si può, e si deve, misurare ciò che si dice di noi nelle reti sociali online.
Certo al numero di citazioni si deve affiancare l’analisi delle opinioni e del famoso sentiment, per i quali i normali paramentri di ROI e KPI (anche web) sono inadeguati.

 

 

Mi pongo però un problema, siamo sicuri che non stiamo cercando di misurare l’acqua con un metro da muratore? Forse non è più corretto incrociare un dato quantitativo (vivacità del discorso su di noi) con uno qualitativo (relazione creata con gli utenti e qualità dei commenti)?
Non dimentichiamo infine che si possono misurare in mille modi le redemption (e dunque il ROI) di azioni promosse dentro le community di clienti (digital coupon, legame con carte fedeltà, partecipazione a eventi speciali etc.).

In sintesi trovo dunque che il ROI dei social media potrà essere calcolato davvero solo dalle aziende che sapranno investire nelle competenze ad hoc e che non cercheranno di adattare al web i metodi tradizionali di misurazione per paura delle novità o per tutelare il potere e l’autorevolezza di chi ha governato finora il marketing.

E voi siete pronti a lavorare sul futuro? Che esperienze avete in questo campo?

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