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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Enterprise 2.0

Aziende, e se le vostre persone vi aiutassero a comunicare sui social media (e non solo)?

Lo diceva già la tesi numero 86 del Cluetrain Manifesto più di 12 anni fa: “Quando non siamo occupati a fare il vostro “mercato target”, molti di noi sono le vostre persone. Preferiamo chiacchierare online con gli amici che guardare l’orologio. Questo farebbe conoscere il vostro nome molto di più del vostro sito internet da un milione di dollari. Ma siete voi a dirci che è la Divisione Marketing che deve parlare al mercato”. Vi faccio notare che ciò è stato scritto ben prima della comparsa di Facebook e del social web.

immagine tratta da http://employerbranding.blogspot.com

I nuovi mezzi di comunicazione sono fatti di  persone. Anche le aziende sono fatte di persone. Eppure questa sorprendente somiglianza sfugge spesso all’occhio attento delle organizzazioni, che non riescono a immaginare i propri dipendenti come ambasciatori.

Certo, gli ostacoli culturali e pratici al coinvolgimento delle persone che lavorano per l’azienda non sono pochi:

1) culturali, i più ovvi, dettati dalla paura che informazioni riservate trapelino o che, più banalmente, le persone siano distratte dalle loro mansioni

2) di comunicazione interna, nelle grandi organizzazioni spesso le funzioni non deputate al marketing e alla comunicazione ignorano le attività rivolte al cliente finale

3) collegato al precedente, poche grandi aziende italiane hanno spazi di condivisione interdivisionale/interfunzionale, dove ci possa essere un confronto interno su iniziative e strategie di base.

É comprensibile dunque la prudenza e la diffidenza da parte dei vertici aziendali. Il punto però è che questa cautela di sicuro non impedisce alle nostre persone di interagire in privato con altri individui sui temi che riguardano l’organizzazione.
Proprio come l’assenza dai social di un’azienda non impedisce certo ai navigatori di  parlarne, bene o male che sia.
Il fatto che questo dialogo avvenga senza idee chiare, con un visione limitata o addirittura con nozioni sbagliate non è un certo un tema di poco conto.Inoltre la scarsa confidenza ed educazione ai social fa sì che spesso le nostre persone stesse siano critiche con il marchio su spazi come le pagine Facebook ufficiali, non comprendendo che stanno operando in un contesto pubblico, in modo controproducente per loro e per l’azienda.Posto che dunque tutte le preoccupazioni lecite dell’HR si possono realizzare ugualmente, è forse più utile affrontare la questione, creando:

A) meccanismi di informazione puntale e coinvolgente ai dipendenti, rendendoli partecipi di tutte quelle attività che saranno comunque rese pubbliche (nei limiti della sicurezza), con tutti i dettagli corretti

B) spazi interni di partecipazione, scambio di informazioni e coinvolgimento fra le diverse funzioni

C) un clima favorevole allo scambio di informazioni, per far sì che le persone non le custodiscano come fonte di potere personale perché condividendole ne traggono più vantaggio.

Infine la tematica del tempo perso, se ben governata, non dovrebbe essere così focale, tanto più che gli smartphone di fatto aggirano in qualsiasi momento i blocchi delle reti aziendali, ma una persona ingaggiata potrà condividere anche da casa le attività interessanti della propria impresa se proverà soddisfazione nel farne parte.

Di certo la proattività sarà raggiungibile su pochi soggetti, ma questo non implica che grazie alla loro azione e alla vostra non vi siano effetti positivi su tutti gli altri, come in ogni ambito social.

E non sareste soddisfatti ugualmente se le vostre persone all’occasione rispondessero, in modo corretto, a domande di altri individui nei propri ambiti social di riferimento dove vostro occhio non può arrivare?
Sembra una banalità ma su simili livelli di ingaggio aziende importanti hanno costruito, con i clienti, dei modelli di successo che potrebbero ora essere replicati con le proprie persone.

La cloud è bella se la testa è pronta

Il concetto di cloud computing sta ormai diventando di dominio pubblico, specie dopo gli annunci dei giganti Apple e Google, anche se a mio avviso in pochi hanno chiaro davvero di che cosa si parla.

La nuvola infatti è qualcosa di molto, molto concreto, ossia decine e centinaia di computer che grazie al crollo dei costi di banda e di storage hanno permesso, tra le altre cose, lo sviluppo dei social media e il modello economico del Fremium.

immagine tratta da Sevensheaven.nl

Infatti, dal punto di vista dell’utente finale, la tecnologia sottostante è piuttosto indifferente e quello che conta è la possibilità di accedere ai propri dati in qualsiasi al momento, da qualsiasi punto del mondo, in tempo reale.

Le stesse aziende, pur con le doverose tutele in termini di sicurezza, stanno approcciando sempre di più a questo tipo di soluzioni e le più lungimiranti stanno costruendo infrastrutture di dati adatte a fronteggiare le nuove sfide.

Come ho già detto però più volte a proposito dell’Enterprise 2.0 e dello stesso social web il punto finale è uno: senza un corretto approccio mentale gli strumenti non servono a nulla!

Infatti avere i dati sempre disponibili è utile se non sono organizzati in modo corretto? E poter condividere con i colleghi le informazioni ha qualche significato se poi la cultura aziendale incentiva a tenere le informazioni per sè per avere maggiore potere?

La mia impressione dunque è che ci sia un momento di hype che non è ancora supportato dal corretto cambiamento culturale. Voi che ne dite?


Featured link: Corso di Web Marketing


ROI, return on information?

Torno nuovamente su di un tema a me caro, di cui ho già parlato in quanto mi tocca anche sul piano di alcuni progetti in cui sono coinvolto lavorativamente, quello delle informazioni e della loro circolazione.

L’influenza dei social media ha infatti fatto emergere un corposo insieme di teorie e sistemi riguardanti l’enterprise 2.0, che però dai dati che circolano sembra essere molto apprezzata ma poco messa in pratica al di là del livello sperimentale.

In effetti però questi paradigmi, e più in generale la facilità di gestire e condividere l’informazione dentro e fuori l’organizzazione, saranno una delle sfide del futuro più vicino.

Vediamo la cosa dal punto di vista più facile da capire: i costi.

Non avere un modo semplice e riconosciuto di immagazzinare le informazioni e di renderle facilmente riutilizzabili è una fonte enorme di inefficienza, che a livello di top management raramente si manifesta come problema percepibile ma che a conti fatti è un dramma.

A questo si aggiunge il fatto che mentre stiamo ancora discutendo di passaggio delle informazioni dalla carta all’eventuale sito web il mondo va verso una crossmedialità spinta: ne sono testimonianza qr code, msite, application per smartphone, tv che navigano nel web e leggono i widget, strumenti ibridi come iPad o specializzati come Kindle.

E’impensabile dunque che ogni device o soluzione implichi un nuovo lavoro di recupero e adattamento da zero di contenuti e processi, ciò rappresenta un costo e un’inefficienza che presto diventeranno davvero pesanti da sopportare.

C’è poi un tema organizzativo, le persone cui sono dati i mezzi e gli spazi:

a)      condividono spontaneamente ciò che hanno perché ne trovano il vantaggio e ne vedono lo scopo

b)      sono più motivate perché coinvolte e ingaggiate

c)      sono più produttive, perché possono rielaborare stimoli e aggregarli in mashup che le rigide funzioni aziendali non permettono.

Per ottenere questo, come già esplicitato altre volte, occorre un lavoro culturale prima che tecnologico. Vi ricorda nulla? Provate a rileggere dell’approccio POST di cui spesso ho parlato.

Riusciremo presto a parlare di un ROI inteso anche come “ritorno sull’informazione”?

Secondo me sì, ma qui vorrei sentire le vostre idee ed esperienze.

Nell’era dell’informazione, come sono gestite le vostre informazioni?

C’è un interessante paradosso generato dalle tecnologie che costituiscono il web sociale:  se da una parte gli utenti dicono fin troppo di se stessi sulla rete dall’altra le aziende lo fanno troppo poco.

Naturalmente ci sono una serie di spiegazioni legate ai timori, giustificabili, dei manager nell’esporsi sul web, paure che ho provato a esorcizzare attraverso la divulgazione con questo blog e tramite uno dei miei ultimi e-book.

Tuttavia io vedo anche un altro aspetto, molto concreto e per questo mai trattato da chi discetta dei massimi sistemi: l’informazione in azienda è realmente disponibile a tutti e facile da gestire?

Io mi occupo di social media da ben prima che il fenomeno esplodesse e posso dire serenamente che moltissime delle cose che si fanno ora si potevano fare anche 8 anni fa. Solo che ci volevano conoscenze tecniche, molto più tempo e…non c’era pubblico!

La grande rivoluzione invece è stata data dalla facilità con cui tutti posso accedere a dei contenuti e ripubblicarli, condividerli, rimaneggiarli in pochissimo tempo e con uno sforzo quasi nullo.

La riflessione per le aziende non è così banale come sembra: anche volendo aprirsi all’esterno i nostri contenuti devono poter essere sempre noti a tutti coloro che ne hanno bisogno (e non è banale) e devono essere costruiti e archiviati in modo tale da non richiedere pesanti lavorazioni per essere condivisi, all’interno come come all’esterno.

Sembra incredibile ma i contatti che ho tutti giorni nel mio lavoro con tantissime aziende terze, anche molto importati e strutturate, mi danno una ragionevole certezza che invece non ci sia quasi nessun investimento in tecnologie di digital asset management e nella formazione del proprio personale interno circa l’organizzazione dei materiali e le logiche di condivisione.

Risultato: le informazioni esistono, ma recuperarle è difficoltoso in termini di ricerca prima e di lavorazione poi (documenti in formati diversi, incompatibilità tra sistemi, file con estensioni proprietarie che girano solo su specifici programmi etc).

Capite bene che in un’era di ipertestualità diffusa che si sta spingendo sempre più verso il mobile e verso nuove frontiere come l’internet degli oggetti questi sono limiti strutturali. Eppure non ne sento parlare quasi mai.

Voi che cosa potete raccontare in tal senso? Aspetto le vostre esperienze.

Corporate social sharing: la comunicazione interna ai tempi del web 2.0

C’è un aspetto che credo sia spesso trascurato nelle organizzazioni italiane di tutte le dimensioni, la comunicazione interna e in generale la circolazione delle informazioni all’interno dell’azienda.
La mia ovviamente è una brutale generalizzazione, tuttavia credo che la sensibilità su questi temi non sia altissima, soprattutto vedendo la rarità con cui vengono trattati ad alto livello.

La cosa diventa ancora più vera quando ci spostiamo sul terreno dei software collaborativi, quell’Enterprise 2.0 di cui mi sono già occupato per sottolineare come se le persone non sono pronte a livello di mentalità ogni strumento sia inutile.

Siccome sapete che mi piace essere molto concreto vorrei provare a proporre soluzioni e spunti nello spazio breve di un post, mentre per altre considerazioni sulle reti sociali e le aziende vi rimando a questo post.

Prima di tutto le persone per condividere delle informazioni devono avere una forma di gratificazione che le spinga a fare quello che altrimenti potrebbero ritenere un lavoro in più inutile, se non perfino una perdita di quel potere che deriva dalla convinzione di essere gli unici a sapere qualcosa.

Dunque un primo punto è quello di coinvolgere coloro che sappiamo essere predisposti alla sperimentazione e ad un modo più logico di lavorare, in maniera che qualcuno inizi a popolare un contenitore con delle informazioni rese disponibili a tutti. Per queste persone il motore motivazionale sarà la voglia di sperimentare e di costruire qualcosa di nuovo.
Il contenitore di partenza non deve essere troppo complesso né troppo pieno di cose, per non scoraggiare da subito l’adozione.

Questa prima base sarà necessaria per poi avere il committment dei vertici aziendali, che d’altra parte devono pur vedere qualcosa di tangibile per rendersi conto realmente delle potenzialità, favorendo poi la diffusione a tutte le aree.

L’altro aspetto chiave è quello di far sì che tali strumenti non siano una fonte di impegno in più ma piuttosto una semplificazione dei compiti grazie percorsi più logici e alla possibilità di intervenire in modo efficace.
In più nel momento in cui c’è un unico luogo dove trovare certe informazioni che ci servono per un flusso di lavoro diventa subito evidente il danno del mancato inserimento del proprio contributo da parte di un anello, oltre che più chiara la concatenazione che ciascuno ha con gli altri.

Infine è bene ricordare che un sistema davvero funzionante prevede dei contributi da parte dei suoi membri: un semplice luogo di archiviazione non favorisce la diffusione dell’informazione e ci sono molti modi di gestirlo altrimenti.
Le informazioni devono invece essere commentabili e, secondo livelli diversi di permessi, anche migliorabili grazie ai contributi delle varie persone.

Sembra tutto molto difficile ma se si superano le resistenze e i dubbi della prima ora poi il problema sarà davvero quello di moderare la voglia di partecipazione.

Avete qualche esperienza da raccontare in materia?

Venice BarCamp 2009, la mia prensentazione (che tengo tra un’oretta)

Prima di tutto un elogio e un ringraziamento alla rete Wi-Fi del Comune di Venezia, grazie alla quale in questo momento sono connesso dall’interno dell’Arsenale.

Detto questo posto qui seguito la mia presentazione, che terrò al Venezia Camp oggi attorno alle ore 12.00 nella sala Cluster.

La provocazione che voglio lanciare è molto semplice, la tecnologia è solo lo strumento ma è l’approccio che rende persone e imprese veramente 2.0.

Come ben sapete è mio cavallo di battaglia, ne ho parlato già varie volte (ad esempio qui).

Per chi sarà a Venezia ci vediamo tra poco, ciao!

I principi delle reti sociali applicati alla comunicazione interna e all’organizzazione?

Articolo pubblicato nell’ottobre 2009

Qualche giorno fa ho parlato di Enterprise 2.0 ed ho citato anche due interessanti post di Leonardo Bellini (li trovate qui e qui) sui 10 principi delle reti sociali ripresi da il Passaparola di Emanuel Rosen.

Dal momento che ho sottolineato che la costruzione dell’enterprise 2.0 parte da un clima organizzativo e culturale ho provato ad applicare alcuni dei 10 principi in questione alla comunicazione interna e mi sembra che vi siano degli spunti interessanti su cui riflettere.

Esempio di diagramma di rete sociale, fonte Wikipedia

1° : le reti sociali sono invisibili, al di là dei disegni fatti sull’organigramma da sempre si creano delle reti di relazioni e collaborazione tra diverse aree e funzioni, in presenza di un sistema di condivisione fluido e accettato da tutti delle informazioni questa situazione non potrà che essere massimizzata crescendo oltre le previsioni che si possono fare all’inizio.

2° : simile cerca simile (Affinità elettive) e 3° : chi si assomiglia tende a raggrupparsi, il che può creare paradossalmente dei problemi, perché tende a mantere l’informazione all’interno di gruppi di lavoro chiusi. Questo viene evidenziato anche nel 5° principio: le informazioni restano intrappolate nei gruppi. L’abilità di chi governa le informazioni deve essere dunque quella di portare costantemente a contatto gruppi diversi e farli interagire in un ambiente comune.

Al contrario, il fatto che persone che non sono in un rapporto diretto e continuativo (legame forte) entrino in interazione con altre aree e con le loro informazioni esalta la forza dei legami deboli “scoperti” da Mark Granovetter che sono l’oggetto dell’8° principio (i legami deboli sono sorprendentemente forti).

Nel momento in cui il clima organizzativo e gli strumenti tecnologici permettono l’accesso alle informazioni e alle conoscenze da parte di molteplici persone, anche senza un’interazione personale approfondita, saranno proprio i legami deboli a far viaggiare la collaborazione attraverso i diversi gruppi, tramite delle persone che fanno da connettori e nodi di rete (6° principio).

La tecnologia ovviamente potenzia alla grande il potere dei legami deboli (9° principio) mettendo il dubbio il tradizionale limite posto dal numero di Dunbar e permettendo anche in grandi organizzazioni l’interazione e la condivisione fra centinaia di persone.

E dunque che cosa ci dice questa breve carrellata di principi applicati alle organizzazioni?

1) Le informazioni devono essere accessibili anche al di fuori dei propri gruppi abituali di lavoro disegnati sull’organigramma.

2) Per fare questo ci deve essere un clima organizzativo e delle policy che incentivino le persone a non tenere per sè le informazioni e ad essere proattive nell’utilizzo di quelle rese disponibili da altri.

3) Nel momento in cui le persone sono aperte a questo approccio è necessario dare loro degli strumenti tecnologici semplici e potenti per parlarsi e per mettere in circolo l’informazione.

La vostra esperienza lavorativa è così o c’è ancora da lavorare?

Enterprise 2.0: i software sono già collaborativi, ma le persone?

Si sente parlare sempre più spesso di Enterprise 2.0, ossia quello che Wikipedia definisce un insieme di approcci organizzativi e tecnologici orientati all’abilitazione di nuovi modelli organizzativi basati sul coinvolgimento diffuso, la collaborazione emergente, la condivisione della conoscenza e lo sviluppo e valorizzazione di reti sociali interne ed esterne all’organizzazione.

Immagine tratta da http://www.businessworld.in/
Immagine tratta da http://www.businessworld.in/

Una modalità di lavorare e progettare che nasce dall’esperienza del web 2.0 e che si avvale di molte delle tecnologie nate in quest’ambito, come blog, wiki, rss, tagging. Anche le infrastrutture di rete basate su SOA e BPM sono ormai mature e si stanno diffondendo in ambito aziendale e si stanno affermando molti software collaborativi pensati per le più varie esigenze d’impresa (per una panoramica visitate  l’ottimo http://www.softwaresociale.com).

Le tecnologie dunque ci sono e hanno costi sempre più bassi, dal mio punto di vista però c’è un tema che non va sottovalutato: le persone sono pronte a collaborare? E fino a che punto?

E’ un’altra faccia della medaglia dell’approccio strategico ai social media: bisogna capire prima chi sono gli intercolocutori e quali obiettivi si vogliono raggiungere e solo poi si può approcciare una tecnologia.

L’enterprise 2.0 dunque è prima di tutto un approccio organizzativo, che passa per la corretta comprensione della valenza del lavoro collaborativo, dei principi della delega e della cultura di un approccio win-win per tutti gli enti e le persone coinvolte.

Le aziende ne sono consapevoli? E la mentalità lavorativa degli italiani è pronta con le dirigienze in grado di accompagnare il cambiamento?

Vedremo, certo la tecnologia senza le persone non serve a nulla…

Social media e web 2.0, qualche numero

Oggi vi propongo alcuni link interessanti che ho trovato nel mio peregrinare fra blog e portali su di un tema che come sapete mi è caro: i social media e il web 2.0 ad uso business.

Per inizare da IAB Blog ecco l’indagine di Netpop Research “Media Shifts to Social – China”, che presenta numeri sorprendenti.

Infatti, nonostante le restrizioni e la censura, il 92% dei consumatori di banda larga in Cina dai 13 anni a salire (pari a 224 milioni di persone) utilizza i social media, contro i 105 milioni di americani (76% della popolazione).

Inoltre il 43% dei cinesi utenti che hanno la banda larga (105 milioni) comunicano tramite forum e il 37 per cento pubblica post su base giornaliera.

Social Media Marketing Industry Report è invece un’indagine online rivolta a capire come vengono utilizzati i social media da parte di chi si occupa di marketing in azienda. Ne parla Mauro Lupi in questo interessante post, dove cita alcuni dati, tra cui i benefici apportati dai social media: visibilità per il proprio business (81%), incremento del traffico online e degli iscritti (61%), sviluppo di partnership (56%) e l’incremento dei posizionamenti sui motori di ricerca (52%).

Infine su http://www.softwaresociale.com si parla del secondo rapporto di Ricerca dell’Osservatorio Enterprise 2.0 della School of Management del Politecnico di Milano, che esplora il fenomeno Enterprise 2.0.

Potete scaricare l’Executive Summary del rapporto di ricerca da http://www.osservatori.net/enterprise dopo esservi registrati.

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