La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli di Jonathan Haidt è un saggio pubblicato nel 2024 in Italia, per Rizzoli.

Come si intuisce facilmente dal sottotitolo, il libro analizza l’impatto dei social media e degli smartphone sulla salute mentale degli adolescenti. Haidt sostiene che l’uso precoce e intensivo di queste tecnologie ha contribuito a un aumento significativo di ansia, depressione e altri disturbi mentali tra i giovani, trasformando l’infanzia in un’esperienza centrata sul telefono piuttosto che sul gioco libero e le interazioni sociali reali.​

I CONCETTI FONDAMENTALI DEL SAGGIO

Il libro è suddiviso in quattro parti principali, ciascuna delle quali esplora un aspetto specifico della problematica:​

1. L’ondata di malattie mentali adolescenziali

Haidt presenta dati che mostrano un aumento significativo di ansia, depressione, autolesionismo e suicidi tra gli adolescenti a partire dal 2010. Attribuisce questo fenomeno all’uso diffuso di smartphone e social media, che hanno sostituito il gioco libero e le interazioni sociali nel mondo reale, fondamentali per lo sviluppo emotivo e sociale dei giovani.

Nella ricca documentazione di dati ed indagini dell’autore, il focus di questo cambiamento è centrato sul periodo 2010-2015, un momento che ha visto diverse innovazioni tecnologiche, largamente disruptive, convergere tutte insieme (iphone, il mercato delle app gratuite in cambio di pubblicità, l’accesso ai social media in tempo reale in mobilità, telefoni dotati di telecamere frontali, internet sempre e ovunque).

2. Il declino dell’infanzia basata sul gioco

L’autore discute come l’infanzia sia passata da un’esperienza basata sul gioco libero e l’esplorazione a una centrata su attività strutturate e supervisionate, riducendo le opportunità per i bambini di sviluppare autonomia e resilienza. Si tratta della cultura dell’iperprotezione che Haidt chiama safetyism e che ha riguardato negli ultimi decenni le società occidentali e benestanti. Questa transizione nel modo di gestire lo spazio del gioco e l’indipendenza dei più piccoli ha reso i giovani più vulnerabili all’ansia e meno preparati ad affrontare le sfide della vita adulta. ​

3. L’avvento dell’infanzia basata sul telefonino: La Grande Riconfigurazione

Haidt introduce il concetto (forte) di “Grande Riconfigurazione”, descrivendo come l’infanzia sia stata radicalmente trasformata dall’introduzione degli smartphone e dei social media. I giovani trascorrono sempre più tempo online, esposti a contenuti che possono influenzare negativamente la loro autostima e benessere mentale. L’autore evidenzia come le piattaforme digitali siano progettate per creare dipendenza, sfruttando meccanismi di ricompensa simili a quelli del gioco d’azzardo, logiche ben descritte anche in L’Era della Dopamina di Anna Lembke.

4. La necessità di un’azione collettiva per un’infanzia più sana

Nell’ultima parte, Haidt propone soluzioni per contrastare gli effetti negativi della tecnologia sulla salute mentale dei giovani. In molti passaggi tende a ripetersi e non tutto quello che propone sembra davvero pienamente attuabile, tuttavia io ho apprezzato il messaggio che non sia davanti a fenomeni ineluttabili e possiamo agire come singoli e come collettività.

L’autore, infatti, sottolinea l’importanza di un approccio organico che coinvolga genitori, educatori, aziende tecnologiche e governi. Tra le sue raccomandazioni:​

  • Nessuno smartphone prima delle scuole superiori
  • Niente social media prima dei 16 anni
  • Scuole senza telefoni
  • Più gioco libero non supervisionato e maggiore indipendenza nell’infanzia

QUALCHE CONSIDERAZIONE OLTRE IL LIBRO

Il libro, con i suoi pregi e difetti (vi consiglio questa recensione molto oggettiva), alza il livello di attenzione sugli effetti della tecnologia sulle nostre vite.

Alla fine dell’anno scorso ero tornato sul tema, ed è vero che i minori non devono essere lasciati soli davanti agli strumenti digitali. Si dice dunque che gli insegnanti e i genitori devono presidiare: sacrosanto, tuttavia se negli ultimi anni la tecnologia è andata avanzando molto più velocemente di quanto siamo in grado di capirla e di metabolizzarla, con la conseguenza è che anche gli adulti non hanno molto spesso gli strumenti per guidare i più giovani. E non ho nemmeno parlato ancora di Ai.

All’estremo opposto dello spettro anagrafico, inoltre, c’è un falso mito sul fatto che i nativi digitali siano competenti di tecnologia ma la realtà è che sono abituati ad usarla, e c’è un’enorme differenza fra le due cose, l’educazione civica digitale è quindi un’urgenza sempre crescente (oltre ad essere il titolo di un mio vecchio post, per altro decisamente ancora attuale, è il titolo di un libro di Agostino Ghiglia che è stato intervistato in proposito da Matteo Flora per il canale Ciao Internet un po’ più di un anno fa).

Non dobbiamo poi dimenticare il fatto che le nuove tecnologie, come ad esempio quelle di artificial intelligence, hanno potenziato e accelerato dei cambiamenti già in corso e ne hanno generati di nuovi.

Si è parlato molto dell’articolo della rivista scientifica “Nature Human Behavior” intitolato “The case for human-AI interaction as System 0 thinking” e scritto da un team di ricercatori coordinato dal professor Giuseppe Riva, che analizza come i chatbot e altre tecnologie simili stiano cambiando i nostri processi cognitivi, non necessariamente o automaticamente in meglio. E la stessa Microsoft (!) ha dichiarato che chi usa regolarmente la Gen AI sta “avvizzendo” la propria “muscolatura cognitiva”, rischiando di praticare un “trasferimento cognitivo”, ovvero di ridurre il proprio coinvolgimento in favore di una maggiore efficienza lavorativa che è però acritica e passiva.

Un tema di certo rilevante ma non nuovo se torniamo al 2008 e all’articolo Is Google Making Us Stupid. What the Internet is doing to our brains di Nicholas Carr pubblicato su The Atlantic, che di fatto guardava alla stessa situazione con il contesto tecnologico dell’epoca.

Oggi come allora occorre capire che cosa c’è dietro la tecnologia che corre alla velocità della luce, sia per fini personali che per il proprio ambito lavorativo (le aziende ne hanno un gran bisogno). Non è mai tardi per studiare, basta avere l’umiltà di farlo. E una volta tanto, la regolamentazione ci offre una sponda, se la sapremo cogliere nel modo giusto (vedi il video sotto).

Guardando le skill più importanti per il 2030, nel quadrante in alto a destra del Future of Jobs Report 2025 del World Economics Forum è molto interessante vedere una cosa che avevo già segnalato in passato: solo in parte sono skill tecniche.

Questo non vuol dire che capacità come la conoscenza delle AI non saranno importanti ma che esse sono solo una parte dell’equazione.

In questo contesto hanno un grande ruolo e una grande responsabilità coloro che sanno veramente capire il funzionamento delle varie soluzioni e che devono cercare il più possibile anche di attingere a punti di vista esterni che vanno oltre la pura tecnicalità economica e di efficienza e ci aiutano a riflettere sul senso delle cose.

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