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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Mobile, oltre alle app c’è di più

Sono anni ormai che diciamo che i prossimi saranno i 12 mesi del mobile e, puntualmente, ci siamo trovati a constatare che invece il boom non è stato sperato, vuoi per le tariffe alte di navigazione, vuoi per tanti altri motivi.

Eppure, lentamente, gli smartphone e i tablet hanno continuato la loro avanzata e, al di là dei report internazionali, oggi se siete pendolari come me avrete potuto constatare quanta gente traffichi su questi dispositivi durante i viaggi.

La vita prima e dopo gli smartphone: immagine completa su http://pinterest.com/pin/160511174191475053/
La vita prima e dopo gli smartphone: immagine completa su http://pinterest.com/pin/160511174191475053/

Nonostante tutto questo ancora oggi le aziende non hanno ancora una vera strategia in merito, e mentre in tanti si affannano a costruire applicazioni solo per la necessità di “esserci ” in qualche modo, il consumatore si sta evolvendo ben più velocemente e, anche se non se ne rende conto, si muove già in una logica di ecosistema, di cui smartphone e Tablet sono solo un pezzo.

Gartner infatti in ambito business ha individuato in 4 grandi forze complementari i motori del cambiamento enterprise e tre di queste riguardano da vicino anche il mondo consumer: il cloud, il mobile e il social computing/networking.

Non si tratta di elementi slegati ma di strumenti che abilitano le persone a gestire diversamente la loro realtà quotidiana, in cui lo strumento utilizzato per fare ciò che si vuole è solo un fattore contingente, mentre quello che conta davvero è l’esperienza e il raggiungimento dello scopo per cui si usa un sito o un servizio.

immagine tratta da Sevensheaven.nl

Il cloud consumer infatti rende sempre disponibili i propri contenuti nel passaggio da un device all’altro, aprendo davvero la possibilità di un utilizzo trasparente del mezzo tecnico da parte di nuove generazioni che sono già perennemente connesse.

I device sempre più performanti e usati in modo ibrido tra svago e lavoro hanno sposato alla perfezione questo concetto dell’accesso perenne e trasversale, ed i grandi player non si sono fatti sfuggire l’opportunità di costruire degli ecosistemi fatti da software, servizi (vedi Google) e, nel caso di Apple, anche Hardware. Non a caso dunque il cloud consumer è un mercato sempre più ricco e vivace.

Un ruolo rilevante nella penetrazione del mobile web poi sicuramente lo hanno avuto i social media, ne ho scritto già parecchio tempo fa, in quanto rispondono perfettamente alle esigenze di riempire gli spazi vuoti e insieme di aiutarci a estendere la nostra personalità tramite il device più privato che abbiamo, il telefonino.

Fonte www.emarkter.com
Fonte http://www.emarkter.com

La diffusione dirompente dei social media ha però anche distratto l’attenzione dalla necessità di pensare una strategia mobile che passa in larga parte per l’ottimizzazione dei siti. Solo per citare la mia esperienza diretta, in assenza di alcun incentivo negli ultimi 18 mesi il traffico da dispositivi mobili sulle properties (ottimizzate) del Gruppo per cui lavoro è come minimo raddoppiato (e in molti casi la crescita è stata superiore). Ma la consapevolezza generale è ancora molto bassa, anche in contesti aziendali evoluti.

Che cosa voglio dire con tutto questo discorso, che ovviamente richiederebbe anche molto più spazio e approfondimento?
Ancora una volta mi piace sottolineare come i media digitali (e non) sono un ecosistema che evolve in maniera organica e graduale sotto la spinta di diversi fenomeni, un contesto che non può essere affrontato in modo puntuale sui singoli aspetti e strumenti.
La necessità dunque di una strategia e di una visione di insieme diventa sempre più cruciale, per creare i fattori abilitanti (un esempio: i contenuti liquidi adatti a ogni device) e per distinguere e mantenere correttamente in equilibrio owned e earned media.

Immagine tratta da www.http://chiefmartec.com

Nel nostro paese siamo ancora lontani da una maturità nei ruoli e nelle competenze ma credo che a medio periodo i nuovi assetti organizzativi e le competenze e le figure di Chief Digital Officer e di Chief Marketing Tecnologist dovranno per forza affermarsi sul mercato, come già accade altrove.

Marketing (digital e non): è tempo di fatti e concretezza

Più passa il tempo e più lo scenario degli strumenti di marketing e dei punti di contatto con il cliente si fa complesso, veloce e difficile da comprendere in tutte le sue parti.

Molta di questa realtà è fatta da strumenti digitali, per i quali nelle organizzazioni solitamente si prefigura o un’area dedicata o un totale outsourcing, con il rischio però in entrambi i casi di percepire questo settore come un’entità a parte con obiettivi e strategia propria.

Gli analisti di Forrester invece prevedono (almeno per molti paesi) un contesto in cui il digital marketing diventerà semplicemente “marketing” in quanto sarà tutt’uno con gli altri strumenti rispetto al quale si avvia a diventare preminente.
Per questo, secondo una ricerca IDC qui ben commentata, a livello internazionale nel 2013 il 50% dei nuovi assunti in area marketing avrà un background tecnico.

20130114-231524.jpgimmagine tratta ed elaborata da http://venturebeat.com/2012/08/23/the-hot-new-cxo-chief-marketing-technology-officer-infographic/

Al di là degli aspetti organizzativi, di cui già mi sono occupato in passato, che cosa significa tutto questo? Io ho alcune idee.

1) Non si può più confondere il marketing con la sola comunicazione: ci sono dietro sempre più aspetti di analisi, di gestione dei dati, di visione di insieme dell’ecosistema di business (compresi gli strumenti tecnologici che lo fanno girare). Insomma, senza arrivare al big data, non è solo creatività.

2) È sempre più essenziale un’integrazione con le basi dati aziendali e con tutti gli altri strumenti: non è pensabile ancora a lungo che gli strumenti di marketing digitale delle aziende non dialoghino con i sistemi IT (e con i CIO) sia per prendere le informazioni necessarie a comunicare in modo mirato al cliente sia per fornire all’indietro preziosi insight per tutta l’organizzazione.
Per non parlare poi della gestione degli asset digitali, ormai cruciale da razionalizzare e padroneggiare.

3) L’attenzione ai particolari non può essere più rivolta solo alla presentazione estetica: ogni dettaglio è fondamentale in un mercato super competitivo e l’attenzione va posta in tutto, compresa la velocità, correttezza ed efficacia delle informazioni e dei processi di marketing, digital e CRM.
La “cosmesi” della facciata non può realisticamente nascondere a lungo i limiti di performance.

4) Non si può più temere la tecnologia: è un altro mio cavallo di battaglia, di cui ho già parlato e su cui sono in buona compagnia. Non è necessario essere dei tecnici per diventare delle valide persone di marketing ma altrettanto non si può più fare business senza un minimo di cognizione dei nuovi strumenti, solo perché “non ci capisco nulla”. Direste a un colloquio di lavoro “non ci capisco nulla”?

5) Siamo nell’era della condivisione e della visione di insieme: ci sono tutti i modi di comunicare all’interno delle organizzazione a patto di essere pronti a collaborare. Inoltre, i ruoli sono così fluidi e in divenire che la capacità chiave sta diventando quella di unire i vari elementi, non certo di produrre attività a compartimenti stagni. Ma senza collaborazione è piuttosto difficile.

Si potrebbe continuare ancora ma il punto penso sia chiaro, si spendono tante belle parole sulla teoria di marketing, che ancora assolutamente ci serve, ma ormai non si può ignorare che senza processi, informazioni, tecnologie e pragmatismo non si va da nessuna parte.
Leggete un po’ questo decalogo… e poi scrivete i qui i vostri commenti!

Lo shopping di moda ha un target interessante e vivace. Forse è l’offerta che è carente…

Lo shopping online di moda è ancora un ambito fortemente femminile, come evidenzia la ricerca Fashion ed e-commerce in Italia: le abitudini degli acquirenti online (disponibile in download su http://www.contactlab.com/report-ecommerce-moda), un approfondimento estratto dall’E-commerce Consumer Behaviour Report 2012 e da cui è tratta l’infografica qui sotto.

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Alcuni dati sulle fashion addicted digitali sono prevedibili, come l’età (più della metà ha meno di 35 anni), altri sorprendono di più, come la distribuzione geografica abbastanza omogenea, dato che due su cinque (42%) vivono al Sud e nelle Isole.
Di certo sono decisamente una punta evoluta dello scenario web italiano, sempre connesse sui social e con un alto utilizzo del mobile per cercare informazioni per i loro acquisti che spesso avvengono all’alba, anche “per colpa” delle vendite flash e/o a evento, aggiungo io.

Su questo ultimo punto mi permetto una nota, che offline faccio spesso, il target e il settore merceologico in questione sicuramente hanno subito il fascino e l’effetto di diversi player, Yoox prima e i vari club di vendite private poi, che hanno aperto un po’ il mercato nel nostro paese.

Questo ha come rovescio della medaglia un pesante ritardo dei brand e dei retailer tradizionali, che invece in altri mercati come quello Uk e Usa, hanno una fetta importante del mercato online.
Dal mio punto di vista in Italia non manca tanto la domanda quanto un’offerta qualificata, che fa sì che i consumatori più evoluti si rivolgano a siti di retailer stranieri o, appunto, a particolari venditori che però con le loro meccaniche a sconto drogano in parte il mercato.

Un peccato, visto che tornando alla ricerca i fashion addicted sono anche high spender: uno su tre ha speso online nell’ultimo anno solo per l’abbigliamento più di 1000€, e c’è anche chi (il 15%) ha superato i 2000€. In generale oltre la metà di loro ha acquistato nell’ultimo anno beni per un valore di oltre 500€.

Voi che cosa ne dite? Che cosa pensate di questo nostro singolare mercato?

Avete un’area aziendale dedicata al digitale? Ottimo, ma se non la integrate con il resto presto sarete antiquati!

Mi occupo di strategia e marketing digitale ormai da 12 anni e spesso mi trovo a riflettere sull’evoluzione tumultuosa e complessa del settore avvenuta in questo tutto sommato breve periodo.
Nel dire questo mi riferisco indubbiamente al progresso della tecnologia (social, mobile, di publishing e via elencando) ma ancora di più al modo in cui si stanno modificando ruoli organizzativi e professioni.

12 anni fa quasi nessuna azienda italiana avrebbe pensato di annoverare fra le sue fila un responsabile del marketing digitale, 6 anni fa il dipartimento it non si sarebbe trovato spesso in concorrenza con lui e ancora 3-4 anni fa nessuno avrebbe strutturato dei team (interni o in outsourcing) per il presidio dei social media.
E sono solo alcuni dei possibili esempi.

Il mondo infatti si è profondamente digitalizzato con un processo graduale di cui l’enfasi mediatica degli ultimi anni evidenzia solo la punta dell’icerberg, fatta di social media e telefonini.

Il vero cambio di direzione però sta avvenendo nel modo in cui le persone usano le tecnologie, anche presistenti, e sull’impatto sociale, organizzativo e di competenze che tutto questo comporta.

Come ho già scritto tante volte infatti la differenza fra tangibile e virtuale ormai sta perdendo sempre più di significato, e anche se le persone non ne hanno ancora piena consapevolezza già oggi il passare da un ambiente fisico a uno o più device e viceversa è un processo naturale e senza soluzione di continuità.

Di conseguenza anche la netta separazione di conoscenze fra chi si occupa più prettamente di tecnologia e chi invece in azienda si interessa di marketing, commerciale, strategia etc. sembra un retaggio poco credibile, perché a entrambe le parti sono richieste sempre più ibridazioni.

Se ci mettiamo in questa prospettiva allora diventa davvero chiaro come il mezzo tecnologico scelto sia solo un di cui della strategia che abbiamo in mente e venga scelto come conseguenza e non premessa.
Molti editori ad esempio stanno capendo che il loro business è il contenuto che producono, non la carta che stampano, mentre altri grandi, come Blockbuster, non hanno saputo vedere questo aspetto e per questo hanno patito dei colpi tremendi e spesso mortali.

Ancora, grandissimi player dell’online, come Google, scrivono nei loro report che il grande goal del digitale è l’influenza sui comportamenti e sulle vendite offline, mentre la guerra per lo sviluppo di ecosistemi fatti di hardware, software e app store è il centro della competizione fra Apple, la stessa Google, Amazon, Microsoft e molti altri.

Si potrebbe obiettare che si tratta di pure player tecnologici che si stanno allargando, ma allora che dire di casi come Walmart Lab, in cui Il più grande retailer del mondo sta costruendo un laboratorio su questi temi, o degli investimenti in multichannel retail di altri colossi come Tesco o Mark & Spencer?

Walmart e-Commerce from Davis Elen Advertising on Vimeo.

A mio avviso dunque gli strumenti digitali sono già oggi una leva cruciale per qualsiasi tipo di azienda ma non possono essere più visti come un’entità separata e figure come i chief marketing tecnology officer, in crescita ovunque seppure con job description variegate, potrebbero essere un esempio dei ruoli chiave del futuro, perché non sono al servizio della tecnologia ma del business, che aiutano anche con i nuovi media.

Se l’obiettivo non è chiaro invece non si possono porre le corrette fondamenta e qualsiasi investimento, quale che sia la sua portata, è destinato al fallimento.

Certo che oggi, con la persistente difficoltà di incontro e dialogo fra le diverse figure, tutto sembra lontano.
Ma io lo trovo inevitabile. E voi?

Quando il viaggio si fa social (e mobile): intervista a Angelo Ghigliano, Country Director eDreams Italia

Ormai si avvicinano per tutti, compreso il sottoscritto, le tante agognate vacanze, mentre molti di voi saranno già nelle loro mete estive.
Un periodo quanto mai in tema per parlare di viaggi, turismo e di come l’evoluzione del nostro mondo digitale stia influendo anche su questi aspetti. Ne parliamo con un esperto che ha un punto di osservazione privilegiato.

logo eDreams

Buongiorno Angelo Ghigliano, Country Director eDreams Italia, e grazie per l’intervista. Per cominciare, vogliamo introdurre brevemente chi è eDreams?

eDreams è una delle più grandi agenzie di viaggi online d’Europa, con sede in Italia e Barcellona.

L’obiettivo della nostra società è quello di offrire ai nostri clienti, ormai oltre 6 milioni, la più vasta gamma di voli, hotel pacchetti dinamici e pacchetti vacanza al prezzo più competitivo del mercato, in modo flessibile e comodo, grazie ai nostri innovativi motori di ricerca, indispensabili per comparare e prenotare via Internet.

Grazie al nostro costante impegno, nel 2010 abbiamo raggiunto un importante traguardo, diventando la prima agenzia per l’ emissione di biglietti, secondo i dati Iata sul trasporto aereo.

Voi lavorate da tempo nel turismo, un settore molto competitivo online. Quali sono stati i principali cambiamenti degli ultimi 2-5 anni?

Ormai sono 10 anni che operiamo in questo settore, e il mercato negli ultimi 2/3 anni è diventato molto più competitivo, i nostri clienti sono sempre più esigenti. Questo è stato uno stimolo per fare sempre meglio, ampliare i nostri servizi e esplorare nuovi mercati.

Il nostro core business sono i voli, ma nel 2010 abbiamo puntato molto sulla vendita degli hotel che è aumentata considerevolmente grazie a prezzi attrattivi, mappe per la localizzazione, immagini e commenti degli utenti.

Inoltre, per accompagnare l’utente in ogni fase del suo viaggio, con risposte e assistenza tempestiva abbiamo esteso l’orario di apertura del call center dalle 7.00 alle 24.00, 7 giorni su 7. Per garantire agli utenti i prezzi migliori apportiamo ogni mese più di 100 migliorie tecniche al sito. Negli ultimi anni abbiamo anche sviluppato strumenti come le guide di viaggio online “Dreamguides” e abbiamo dato grande rilevanza ai social media.

Parlando della rilevanza dei Social Media, dove siete presenti e che politiche adottate? É un’attività gestita internamente?

L’innovazione e lo sviluppo tecnologico di ultima generazione sono vitali per eDreams, per questo tra le sue azioni di comunicazione non poteva mancare una strategia ragionata sulle reti sociali. Una strategia che ha preso il via in Italia nel maggio 2011 e che oggi, a distanza di più di un anno, può essere considerata un successo. La pagina Facebook di eDreams Italia conta infatti ora 37.000 fans e la presenza dell’impresa si è ampliata a molti altri canali: Foursquare, YouTube, Pinterest…L’attenzione però resta sempre fortemente ancorata là dove c’è più fermento e si concentrano la maggioranza dei nostri utenti e clienti: Facebook e Twitter. L’attività di Social Media è gestita internamente dal team omonimo, dove Community Manager, responsabili del contenuto e un programmatore lavorano insieme per sviluppare azioni, campagne, contenuti per i blog di viaggi eDreamse tanto altro.

Come integrate il Social con le vostre altre attività di digital marketing e con la vostra strategia in genere? Come misurate il successo della vostra strategia sulle reti sociali?

La nostra strategia sui Social Media ha un impatto su diverse aree funzionali che rispondono a diversi obiettivi. Tra questi si includono la creazione di visibilità, la generazione di brand equity (valore di marca), l’incremento del traffico web, la capacità di attrarre l’attenzione del consumatore e la gestione di situazioni di crisi.

Le chiavi per portare avanti una strategia di marketing di successo sulle reti sociali sono, in primo luogo, avere un piano d’azione chiaro con obiettivi marcati e definiti. In secondo luogo, avere la capacità di gestire l’attività su basi omogenee. Infine, grandi dosi di passione e entusiasmo per la tua community.

Misuriamo il nostro successo a partire da diverse unità di misura, come i livelli di partecipazione delle comunità, il traffico web e la visibilità sulle reti, così come lo ricaviamo dall’informazione transazionale relazionata con le riserve. In generale, negli ultimi tempi abbiamo aumentato rapidamente le capacità di misura in tutti i nostri mercati principali.

Non possiamo poi non toccare il tema del mobile. Quali sono le attività e i progetti di eDreams su questo canale?

Sicuramente il mobile rappresenta la naturale evoluzione del nostro lavoro e dei nostri servizi , infatti dai nostri dati si evidenzia una notevole crescita (che sfiora le tre cifre) delle prenotazioni provenienti da mobile, concentrando i picchi più alti di crescita nell’ultimo anno. Lo scorso anno abbiamo anche lanciato un’applicazione che permette ai clienti di avere a disposizione tutti i servizi inerenti a voli ed hotel per soddisfare qualsiasi necessità anche durante il viaggio. In pratica, gli utenti hanno un agente di viaggio a disposizione sul loro dispositivo mobile in qualunque momento, e possono ricevere assistenza durante tutto il viaggio, non soltanto durante il processo di acquisto. E’ inoltre previsto un sistema di alert integrati che informa su possibili cambi o novità in relazione ai servizi acquistati.

Per accedere all’applicazione HTML5, è sufficiente digitare m.edreams.it nel browser del proprio dispositivo mobile.

Per concludere, quali sono secondo voi le sfide del prossimo futuro per chi opera nel settore del turismo e come vi state preparando agli scenari che immaginate?

Gli obbiettivi che ci prefissiamo sono quelli di internazionalizzare l’azienda e puntare su nuovi mercati americani ed europei, continuando a rimanere un’azienda solida orientata a soddisfare tutte le esigenze dei nostri utenti. Sicuramente ci saranno delle novità per quanto riguarda il mobile, ma siamo ancora in una fase di sperimentazione.

Per quanto riguarda gli scenari futuri, penso che il mercato si farà sempre più competitivo e affollato, ma questo sarà solo uno stimolo per fare sempre meglio, a tutto vantaggio dei nostri clienti.

Nuvole, dati e tanti soldi: cosa sta succedendo in questi giorni online

Non c’è che dire, le  ultime settimane sono state decisamente vivaci online, nell’attesa della favolosa (e troppo gonfiata?) IPO di Facebook.

Proprio il gigante di Zuckenberg si è dato da fare più di tutti, con l’acquisizione di Instagram per il notevole (!) prezzo di 1 miliardo di dollari e, subito a ruota, dall’acquisto di Glancee (una volta tanto, start-up italiana che è riuscita a farsi sentire all’estero). Nello stesso periodo, Google ha lanciato finalmente il suo servizio di storage cloud Google Drive, mentre Linkedin ha acquistato SlideShare per quasi 119 milioni di dollari.

Posto che resto sempre affascianato dai capitali che girano oltre oceano per questo tipo di operazioni, condivido l’analisi fatta da Vincenzo Cosenza per quanto riguarda il fronte Facebook: il gigante dei social network sta acquisendo prima di tutto know how per competere nel campo più significativo e promettente (anche per i venture capital), il mobile.

Non da meno poi è Google, visto che sia la creazione del marketplace Play sia il lancio di Drive fanno parte di una logica di ecosistema digitale in cui Big G vuole legare i suoi utenti attraverso un reticolo di servizi svincolati dal device, fermo restanto che con Android la presenza di Mountain View in questo mercato è enorme.

Cloud

Cloud e cellulari, con accesso a tutti i dati e i servizi in maniera indifferente rispetto agli strumenti usati: lo avevo abbozzato già 2 anni fa e credo che sia questo il terreno di battaglia del prossimo futuro, in cui infatti sono scesi anche i player “tradizionali” Apple (con iCloud) e, tardivamente, Microsoft (con Skydrive) che stanno offrendo servizi al mercato dei consumatori finali (che già usufruiscono di certi strumenti senza saperlo).

L’obiettivo vero è però alla fine quello di agganciare al proprio ecosistema digitale le nuove generazioni sempre connesse e i “nativi digitali, forse anche a scapito della redditività immediata, sfruttando al meglio il modello fremium e i costi sempre più bassi dello storage (pensate cosa vuol dire regalare a milioni di utenti 2 o 5 GB e vendere a 800 dollari mese 16 tera come fa Google!).

Rispetto al punto dello storage, è bene anche ricordare che non si tratta di mondi solo virtuali, visto dietro ci sono grandi macchine hardware, il ferro insomma, e questo dà un senso di tangibilità a quello che sembra un universo evanescente di bit.

Questi grandi ecosistemi fatti di software, cloud e dispositivi mobili (non solo cellulari) forse non saranno la fine del web pronosticata da Chris Anderson qualche tempo fa ma sicuramente segneranno un’evoluzione significativa ed essere dentro o fuori potrebbe fare la differenza per sopravvivere al momento in cui i social (e in generale i player web) come li conosciamo ora verranno superati da nuovi paradigmi.

Insomma siamo solo all’inizio…e voi, che pensate di questo nuovo scenario competitivo?

Google Play e (ancora una volta) la logica dell’ecosistema

E’ nato da pochi giorni Google Play, il nuovo market del colosso del web che va a inglobare il vecchio Android Market e presto diversi altri servizi legati alla vendita di contenuti.

Google Play
La notizia, arrivata più o meno in concomitanza con il lancio del nuovo iPad, mi sembra quanto mai coerente con le ultime mosse di Google rispetto all’integrazione e alla privacy unificata dei suoi servizi.
In tempi non sospetti infatti avevo scritto che Google+, tutt’ora oggetto un po’ misterioso nei reali risultati, non doveva essere visto come pura reazione a Facebook ma come un pezzo di un ecosistema più vasto, termine che uso spesso e che ritrovo con piacere anche sul Sole 24 Ore proprio a proposito di Google Play.

A mio avviso dunque non siamo (solo) davanti a una rincorsa a Apple, che pure segna spesso la via per i big della rete, ma a un processo per cui questo market si inserisce nella razionalizzazione di quel mare di servizi che Google lancia continuamente, con diverse fortune, grazie alla fetta di tempo che i suoi sviluppatori possono dedicare ai progetti personali (20% del totale). Pochi sono profittevoli (e bastano alla grande) ma ora tutti quelli che hanno un certo successo stanno convergendo.

L’idea è una sola alla fine, avere un utente con un profilo Google con il quale esso può accedere a un mondi di servizi, gratuiti o a pagamento, collegati in modo più fluido e dove è presente costantemente l’advertising del colosso di Mountain View, il vero motore economico di questa macchina e su cui i competitors sono ancora distanti.

Tutto questo mondo, a differenza dei rivali tradizionali dell’informatica come Microsoft, si svolge totalmente online dato che anche Google Play ospiterà tutti i contenuti acquistati su cloud, disponibili anche da altri device tramite il Google ID.
Ossia se volete quello che fa iCloud ma anche la stessa Google con i Chrome Book, la cosa interessante è che Google vuole ora rendere anche gli smartphone Android un hardware governato dai propri profili, scelta che limita molto il potenziale svantaggio rispetto a Apple di avere a che fare con diversi produttori, mentre lascia vivo il plus di un ecosistema più vasto.

In conclusione dunque ci troviamo difronte a un disegno molto vasto, in cui Google fa leva sui tanti ambiti in cui è leader per insidiare anche leader di altri settori, quali Apple e Facebook, non tanto sul terreno diretto del servizio in sé ma anche e soprattutto inserendolo in un’offerta totalmente web e a 360°.
n piano a tratti un po’ inquietante per la vastità, ma pienamente coerente con l’economia dei dati e con lo sfruttamento delle opportunità date da una banda sempre più larga e da uno storage cloud sempre più diffuso ed economico che rende meno cruciale il vantaggio dato dall’harware.

Voi che ne pensate?

Il mobile cresce ma allora, perché le aziende italiane stentano a utilizzarlo?

Il nostro Paese da sempre abbonda in termini di stranezze e una di queste è relativa al mondo del mobile, rispetto al quale siamo una delle nazioni più avanzate al mondo in termini di penetrazione dei device: perché dunque le nostre imprese faticano così tanto ad usarli per il business?

Sono stato infatti pochi giorni fa ad un interessante workshop dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service del Politecnico di Milano, dove erano presenti colleghi di almeno 35-40 aziende diverse, e per quasi tutti questo era un terreno interessante ma ancora assolutamente sperimentale.

Se si dovessero guardare i numeri questa prudenza sembrerebbe una follia pura e semplice, eppure io credo che invece ci siano diversi fattori che vanno considerati prendendo il discorso più da lontano.

Il primo è un tema di scarsa preparazione sui nuovi media: al di là della facciata pochissime aziende hanno competenze interne anche solo di gestione di progetti più rodati, come il web e il digital signage, e questo rende difficile approcciare un utilizzo evoluto di un media ancora più complesso come il mobile.

Inoltre ben pochi oggi hanno strutturato i loro contenuti e le informazioni aziendali in modo tale che siano liquidi e facilmente recuperabili dai sistemi centralizzati per poi poter essere portati su di una molteplicità di device diversi, e anche questo si ricollega al punto precedente, in quanto manca ancora una forte mentalità e competenza multicanale.

Infine non sarebbe sbagliato porsi dei quesiti sull’adozione di determinati strumenti da parte del target: il qr code è ancora una cosa da esperti, molta parte della popolazione non naviga regolarmente via mobile e gli stessi smartphone di alto livello (che sono pur sempre una nicchia) vengono adoperati spesso in modo rudimentale e poco consapevole dagli utenti.

Insomma, in un immaginario scenario strategico dettato dall’approccio POST la scelta della tecnologia rispetto al target non è immediata, mentre spesso si va frettolosamente sui device più noti (leggi iPhone) per un fatto di moda e perché si conoscono solo quelli. E poi si sa, “sono esperimenti”.

Dal mio punto di vista invece il mobile è un canale straordinariamente importante se inserito in una strategia più vasta e coordinata di mezzi, obiettivi e target di riferimento, per poterlo gestire in questa ottica però serve quella vista di insieme di cui ho parlato più volte.

L’appuntamento d’altra parte è sempre meno procrastinabile.

Per i nostri prossimi consumatori della generazione Y infatti il concetto della differenza tra virtuale e tangibile sarà poco comprensibile e le interfacce touch, che già oggi influenzano lo scenario cognitivo dei bambini, saranno un dato di fatto su degli strumenti di cui smartphone e tablet sono solo le prime avvisaglie.
L’evoluzione tecnologica potrebbe poi abbattere in tempi non lontani le barriere tra i diversi sistemi operativi che oggi costano soldi e fatica per il porting, creando un ambiente più condiviso e standardizzato, come può essere oggi il web.

Ancora una volta dunque gli obiettivi sono due, ossia da un lato la diffusione della conoscenza in azienda abbattendo le barriere fra gli esperti e i top manager (se sono persone diverse) e dall’altra lo sviluppo di una strategia e di un percorso di medio-lungo periodo in ottica multicanale.
Ma tutto parte dalla testa delle persone e la tecnologia è solo l’ultimo anello.

Quale sarà la chiave per unire il mondo fisico e quello digitale?

Ho parlato spesso della crescente fusione fra il mondo fisico e quello digitale, con il concetto di ipertestualità diffusa, ossia la possibilità di creare dei link tra oggetti tangibili, siti e strumenti multimediali.

Realtà aumentata

Tuttavia ho già evidenziato in passato il fatto che ad oggi sembra ancora mancare l’applicazione definitiva che renda davvero universale e diffuso questo mondo di cui si parla da tempo, tra realtà aumentata e Internet delle cose.

In realtà un device chiave esiste già, ed è lo smartphone: sociale, personale, sempre più ricco di funzioni e sempre nelle nostre tasche.
Esistono già anche molte applicazioni che sfruttano alcune caratteristiche vincenti di questi strumenti, come la geolocalizzazione via gps, eppure non si può dire ad oggi che questi fenomeni siano davvero maturi, a causa di limiti di conoscenza degli utenti, di costi di connettività ma soprattutto di scarsa universalità di certi applicativi.

Anche le realtà di successo, come Foursquare, sono infatti ancora piuttosto di nicchia e, come ben rilevato alla recente conferenza dei sindaci di Bologna, si fondano su di una feature (il mezzo, non l’obiettivo), senza avere però un progetto articolato e completo alle spalle.

Ecco che in questo senso allora un progetto come Google+ mi fa pensare invece al concetto di ecosistema, ossia di una serie di strumenti coordinati sotto un’unica logica strategica, uniti da un substrato comune e che si completano a vicenda.
Questo ecosistema poi non deve essere troppo chiuso, perché la storia di tecnologie come, ad esempio il fax, ci ricorda che finché gli utilizzatori di un sistema di comunicazione sono pochi e non c’è indipendenza dal device il mezzo non può decollare.
In altri termini quindi anche un social dominante ma chiuso da password (come Facebook, nonostante i social plugin) o un’app vincente ma proprietaria per un sistema operativo e per un solo device (modello Apple) non può essere la chiave ultima per collegare fisico e digitale.

Nella mia visione dunque, se nella navigazione pura la teoria della morte del web di Chris Anderson è attendibile, probabilmente nell’interazione tra fisico e digitale i muri chiusi scricchiolano e c’è qualche speranza in più che la mia opinione circa il medio termine del mobile sia fondata.

E allora? Nella mia visione il futuro è rappresentato da una tecnologia neutrale rispetto al device, in grado di diventare uno standard e che sia semplicemente il mezzo per accedere ad una miriade di altri servizi utili, senza essere conclusa in se stessa.

Potrebbe essere ad esempio simile alla radiofrequenza con Rfid o Nfc o più semplicemente potrà essere qualcosa che oggi non conosciamo ancora ma che diventerà insieme mezzo di pagamento, veicolo di informazioni e strumento indispensabile per tutta la nostra vita digitale.
Se sapessi poi già che cosa potrebbe essere davvero in dettaglio, beh, ci starei lavorando invece di scrivere questo post! 🙂


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