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Internet Manager Blog

Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Riflessioni a fil di rete

approfondimenti e riflessioni sulla rete e non solo

Ehi tu, social…web…2.0…insomma coso!

L’ispirazione per questo post mi viene da diversi casi di vita vissuta e ha ricevuto l’impulso finale da questo intervento su TagliaBlog, liberamente tradotto da Why I Will Never, Ever Hire A “Social Media Expert”, di Peter Shankman.

immagine tratta da TagliaBlog (p.s. non sono d'accordo)

Il contributo in questione è piuttosto drastico ma mi permette di introdurre alcune considerazioni sulle nuove professioni del mondo digitale:

1) Gli strumenti del social web e le nuove tecnologie in genere sono un modo nuovo e potente che le aziende hanno per favorire il raggiungiumento degli obiettivi per cui esistono da sempre: il profitto, la risoluzione di determinati problemi, il rapporto con il cliente.  Spesso ciò viene dimenticato.

2) Serve un know-how specifico per i nuovi strumenti ma non per questo saper maneggiare i social per uso privato equivale  a poterli gestire per conto di un’azienda senza conoscere il mondo delle imprese, i suoi linguaggi, i suoi meccanismi e le sue culture interne.

3) Non solo web: quando parlo del mio lavoro io parlo di “digital” perché ormai il confine tra pc, mobile, interattività e oggetti fisici è sempre più privo di senso. E per fare questo serve molto più know-how che un po’ di dimestichezza con la rete.

4) Tra strategia e know-how specifico: i nuovi strumenti sono talmente complessi che occorrono una serie di professionalità molto specifiche (Seo, Sem, Web Writing, Web Analytics, Reputation Monitoring, Digital Art) che non possono essere padroneggiate nel dettaglio da un singolo ma che richiedono al contempo una regia da parte di chi abbia in testa la strategia dell’azienda e li conosca quanto basti a indirizzarne l’azione. Difficile ad oggi da trovare sul mercato, ma molto richiesto.

5) Diamoci un nome e stabiliamo dei ruoli: è il senso del titolo, in un mercato che oggi ha ancora grandi margini di crescita c’è posto per sperimentazioni professionali e linguistiche che sono fisiologiche ma che creano grossa confusione nelle aziende, presto o tardi bisognerà iniziare a standardizzare compiti, nomi e gerarchie.

Che dire dunque, non sono d’accordo con il titolo dell’articolo che ho citato all’inizio ma credo che al momento nel nostro mercato ci sia troppo improvvisazione e non sia ancora chiaro che tutto ciò che è digitale è una parte delle attività e del business delle aziende e non qualcosa di diverso e separato.

Il fatto che poi io ritenga che ormai questa parte stia diventando una delle più importanti e complesse giustifica ancora di più il mio richiamo ad un alto livello professionale e alla fine dell’amatorialità diffusa.

Voi che ne dite?


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Perché Twitter mi piace sempre di più

Per lavoro e per diletto nella mia giornata utilizzo molti social media diversi e testo continuamente nuovi servizi, più meno noti e interessanti, che mi offrono sempre prospettive di confronto.

Ebbene, in questo continuo girare devo dire che mi sto costantemente appassionando a Twitter, almeno per quel che riguarda gli strumenti più generalisti e non limitati a un pubblico strettamente settoriale.

Perché? Le ragioni sono diverse:

1) È essenziale: pochi caratteri e una sola funzione, quella di condividere contenuti. Uno stile di comunicazione da considerare.

2) È ottimo per mixare la forza del social media con gli own media aziendali: il testo suscita la curiosità ma il link di approfondimento riconduce ai siti per scoprire di più.

3) È integrato: è facile usarlo per aggiornare altri servizi e allo stesso tempo è semplice usarlo per rilanciare automaticamente i contenuti che vengono da altrove.

4) È selettivo: il fatto che sia più ostico al profano rende (mediamente) più attive e interessanti le persone che lo usano con una certa costanza.

5) È un ottimo posto dove fare ricerche: i meccanismi degli hashtag, la ricerca avanzata e la possibilità di seguire le conversazioni lo rendono prezioso (e sono alla base degli investimenti che lo riguardano).

6) Lavora bene con la multicanalità: si usa comodamente sia da mobile che da computer ed è ottimo per affiancare i media tradizionali con un tocco di interattività real time. Volete un esempio? Cercate #annozero durante la trasmissione omonima e seguite la conversazione…

7) Ha un grande ecosistema: sono molteplici i servizi terzi che lo integrano, utilizzano, potenziano, sfruttano.  Per capire il senso di ciò basti pensare invece che Facebook ingloba in se stesso tutte le funzionalità e al massimo offre i propri strumenti (sviluppati internamente) a terzi in forma di social plugin.

Tutto perfetto dunque? Non lo si può mai dire di nessuno, e anche Twitter pecca in alcuni aspetti, come ad esempio un modello di business ancora nebuloso.
Inoltre non è un mezzo facile da gestire, richiede più competenza rispetto ad altri strumenti di social media marketing, pretende presidio costante e non è affatto facile farlo decollare (da privato e da azienda).

Eppure permettetemi un consiglio: se anche non lo usate direttamente, tenetelo d’occhio!

Perché i contenuti sul mobile crescono così bene e velocemente?

Ho letto con piacere un bell’articolo su Mashable.com, dal titolo 5 Reasons You’re Consuming More Mobile Content, che mi ha dato l’ispirazione per questo post.

Nell’articolo infatti si illustrano alcune ragioni del successo del mobile content, un tema che mi è caro e di cui mi sono occupato recentemente parlando dell’importanza dei contenuti nella multicanalità.

La prima ragione riportata nel testo è la disponibilità sempre maggiore di buone connessioni 3g e, prossimamente, 4g che abilitano una navigazione affidabile e veloce, con il plus di accessi alternativi come il wi-fi pubblico. Una tendenza in atto anche in Italia, nonostante i costi alti di navigazione in mobilità e la scarsità di reti wireless accessibili.

L’altro elemento che in passato (al tempo del wap) era mancato sono dei buoni contenuti digitali, video compresi, che oggi sono offerti da una molteplicità di provider e che godono dello streaming html che presto sarà protagonista anche sul web da pc.

Ancora, molti editori (e aziende) iniziano a pensare ai propri contenuti con una formattazione che li renda facilmente fruibili dal maggior numero di device possibili, sfruttando alcuni ottimi strumenti come Flipboard, di cui ho parlato recentemente proprio pensando a questa tendenza.

Infine nell’articolo si citano i social network come grandi driver di sviluppo del web da mobile e da tablet, grazie alla loro piena compatibilità con il modello delle application e per la loro naturale coerenza con l’utilizzo in mobilità.

A tutti questi argomenti mi permetto di aggiungere una citazione di quello che è il grande tema dell’ipertestualità diffusa, concessa da strumenti come i QR Code, la realtà aumentata e, presto, l’Rfid e l’NFC.

Infatti, anche se oggi per certi versi manca ancora un vero anello di congiunzione universale tra la realtà fisica e il mondo digitale, io credo che il consumatore del futuro si aspetti sempre di più un’esperienza continua e fluida fra tutti i punti di contatto con l’azienda.

E voi che cosa ne pensate? Cosa aggiungereste?

Report e i social network, cosa ci insegna questa occasione mancata

A mente fredda la puntata di Report sui social network è una grande fonte di spunti di riflessione e di insegnamento da diversi punti di vista.

1) Insegnamenti per il professionista

Come professionisti del settore la serata di domenica ci ha ricordato che diamo troppe cose per scontate circa la diffusione della conoscenza del social web (ma anche di quello meno sociale), che è ancora oscuro ai più.
Inoltre il dibattito su Twitter evidenzia come questa situazione ci porti talvolta a gettare anatemi sull’ignoranza altrui, istigati dalle semplificazioni e dalle inesattezze, sempre però conversando tra noi e non con interlocutori diversi.

2) Insegnamenti per Report

Il profitto non è una colpa insanabile, ma è ciò che permette a molte persone di vivere e mantenere le proprie famiglie, comprese quelle dei giornalisti Rai. Inoltre la pubblicità tv, ancora più seccante perché non pensata sulle nostre preferenze, è una fonte di ricavi non secondaria anche per il servizio pubblico italiano.
Infine, ora Report sa che il popolo della Rete è battagliero e piuttosto permaloso!

3) Insegnamenti per lo spettatore non tecnico

È duro scoprirlo così, ma Google e Facebook non mantengono migliaia di macchine server (e di ingegneri) solo per piacere di far sapere al mondo che cosa hai mangiato stamattina! 🙂
In più, ora sapete che in rete se qualcuno trova una foto imbarazzante che vi ritrae potrebbe farne cattivo uso, cosa che mai avverrebbe nel mondo fisico, tanto è vero che molte persone tappezzano i muri delle città con le immagini proprie e dei propri figli, perché lì sì che è sicuro.
Scherzi a parte, l’educazione all’utilizzo consapevole delle proprie informazioni dovrebbe essere una delle attività più importanti da fare nelle scuole, e non solo, per far capire che ciò che avviene sul web è essenzialmente PUBBLICO e dunque richiede attenzione e consapevolezza, la stessa necessaria a custodire le proprie password.

Su questo punto finale poi mi aggancio per dire che, secondo me, Report ha perso un’occasione per trasmettere un po’ di consapevolezza al grande pubblico, spiegando che bisogna essere attenti ed essere coscienti di quanto ho scritto poco più sopra. Mettendo meno carne al fuoco le due ore e passa di programma avrebbero potuto toccare anche questo fronte, che, mi permetta Milena Gabanelli, è anch’esso abbastanza semplice per poter essere compreso da tutti.

Peccato, non per questo Report dovrà ora essere distrutto (la moderazione non fa mai male e la Gabanelli si è ben spiegata), allo stesso tempo però consentitemi di pensare che non basta non dire inesattezze per fare un buon lavoro.
Ci vogliono anche una visione di insieme dei pro e contro e meno catastrofismo.Sarà per la prossima?


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Ready for innovation?

Devo dire che gli ultimi 10 giorni sono stati piuttosto intensi e ricchi di spunti.

Ho passato infatti una settimana a Città del Capo per un’esperienza eccezionale: lo sviluppo di un progetto di innovazione nel retail, con altri 21 colleghi di tutto il mondo scelti dalle altre aziende associate a IGDS.

Cape Town
Cape Town

Una bella fatica con una settimana insonne (e il progetto continua nei prossimi mesi) che però mi ha dato l’occasione di constatare che in tutti i continenti la voglia e l’interesse per nuove soluzioni è altissima.

Una volta tornato poi sono andato a Milano per un altro evento, il Think Digital organizzato da Google, dedicato questa volta al lusso e alla moda.

Google Think Digital

Un’altra occasione ottima, dove ho avuto modo di constatare una volta di più che la tecnologia offre possibilità illimitate a chi abbia una strategia seria e consapevole di innovazione.

Cosa manca dunque per far incontrare una domanda di innovazione che cresce in tutto il mondo con una tecnologia che si sviluppa ad una velocità esponenziale?

Secondo me:

1) Strategia, prima di tutto: la tecnologia serve solo a facilitare i processi e le idee e non è mai fine a se stessa. Senza una chiara idea di target e obiettivi non si va da nessuna parte.

2) Competenza: il mondo corre veloce e non tutte le persone che lavorano oggi nelle aziende hanno il know how e, diciamolo, l’umiltà per affrontare le nuove sfide.

3) Occasioni di scambio: nella gran parte degli eventi cui ho partecipato i manager delle aziende erano assenti e gli esperti di settore dunque passavano il loro tempo a discutere su se stessi. E in questo modo il loro linguaggio non si avvicina a quello del business.

4) Coraggio: tutte le iniziative devono avere un ROI ma non si può avere la certezza del 100% del successo su qualcosa di nuovo. Bisogna dunque procedere con grande cautela per non bruciare soldi e fiducia ma la paura ad un certo punto deve essere lasciata alle spalle!

E voi, che ne dite? Quali sono i motivi per cui la domanda e l’offerta di innovazione, tecnologica e non, fanno così fatica a incontrarsi?

Html 5 e oltre…per tornare alle origini del web

Avrete sentito parlare piuttosto spesso di HTML 5, ossia la nuova release del linguaggio con cui il web è nato e che tuttora sta sotto all’intelaiatura dei siti che consultiamo ogni giorno.

La caratteristica principale promessa da questa nuova versione di HTML sarà la possibilità di gestire, con un unico linguaggio, una molteplicità di elementi, come i video o le animazioni (provate questo gioco), senza bisogno di componenti plugin aggiuntivi.

Dopo svariate discussioni all’interno delle organizzazioni che si occupano degli standard web (vedi su questo anche l’articolo a pagina 117 di Wired di marzo 2011) sembra ora che la nuova versione di HTML stia procedendo verso una reale adozioneda parte dei diversi attori del mondo Internet.

Come sempre la tecnologia non è un fine ma è un fattore abilitante e, al di là delle guerre tra i big del settore (vedi ad es. Adobe vs. Apple su Flash), in questa evoluzione dell’HTML c’è un’importante elemento, ossia il ritorno ad un linguaggio comune, trasversale  e aperto, come agli inizi del web, che dovrebbe limitare sempre più l’utilizzo di plugin software aggiuntivi e le incompatibilità.

Inoltre un linguaggio del genere, o con caratteristiche analoghe, potrebbe portare una rivoluzione nel ricco mercato delle application per smartphone e tablet, il cui modello di business ha portato Anderson a profetizzare addirittura che il web sarebbe morto.

Questo mondo infatti oggi è chiuso e ogni famiglia di telefoni e tablet lavora con tecnologie proprietarie, costringendo a continui lavori di porting le aziende che vogliono essere presenti su tutti questi canali.
A dispetto del numero elevato di standard alternativi, già in questo momento, ci sono alcune funzionalità delle applicazioni lavorano con le webapp, veri e propri piccoli siti che non hanno il problema della compatibilità con i diversi sistemi operativi e che però, per ora, non possono ancora sostituire in toto il linguaggio proprietario quanto a prestazioni.

Il nuovo standard HTML potrebbe invece andare oltre, portandoci verso lo scenario che ho auspicato qualche tempo fa, con un mercato delle applicazioni cross platform, altrettanto redditizio a tendere perché porterebbe più player e più utenti.

Anche sul web “tradizionale” poi la riduzione dei plugin limitanti potrebbe portare il focus sulla logica delle miniapplicazioni (addon), già presenti oggi sui vari browser e che evolverebbero verso l’utilizzo universale (Firefox ci sta già lavorando).

Questo approccio infine potrebbe essere applicato con successo anche a progetti  nuovi come il market di Apple per i computer, che si collocano a mezza via fra il web puro e le applicazioni mobile.

Di sicuro gli interessi economici che stanno dietro l’attuale frammentazione sono forti ma la situazione sta diventando intricata anche per i grandi player, mentre il futuro indica un mondo con sempre più tipi di device che accedono alla rete e che non più possono essere definiti solo computer o solo telefoni. Pensare di moltiplicare all’infinito i giardini chiusi dei vari sistemi operativi, in un mercato più maturo di quello odierno, potrebbe portare dunque a un pesante rallentamento dello sviluppo del settore, fino alla paralisi.

Questo rischio, unito all’evoluzione della tecnologia, potrà dunque rappresentare una forte ragione di accelerazione verso un nuovo standard, comune e trasversale, in grado di funzionare con eguali prestazioni ovunque. Che si chiami HTML 5 o in altro modo è in fondo solo un dettaglio.

Voi che ne dite?


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Arrivano sempre più strumenti, ma avete già pensato che cosa metterci?

Ho parlato frequentemente  di multicanalità, anche la settimana scorsa, evidenziando le grandi opportunità che i nuovi strumenti tecnologici offrono al marketing e alla comunicazione.

Il Mobile World Congress 2011 poi non ha fatto altro che confermare il fatto che il mondo sarà sempre più ipertestuale, connesso e multipiattaforma, mentre le ricerche dell’Osservatorio sulla Multicanalità del Politecnico di Milano tratteggiano un consumatore con una dieta mediale sempre più varia.

immagine tratta da http://www.crwgraphics.com

Nei miei precedenti post mi sono dedicato al tema dei limiti tecnologici e organizzativi che impediscono un corretto sviluppo della multicanalità, questa volta invece voglio tornare su un vecchio cavallo di battaglia: quali contenuti per quali tecnologie?

Supponiamo di esserci dotati per tempo degli strumenti tecnologici e di essere convinti di procedere ad una strategia multicanale, ci basta? No.

Prima di tutto dobbiamo applicare un corretto approccio POST, valutando se le persone cui ci rivolgiamo usano realmente le tecnologie che stiamo selezionando.

Una volta analizzati gli obiettivi, la strategia e anche la tecnologia manca un punto chiave: quali contenuti mettiamo all’interno di ogni strumento?

La domanda non è oziosa, il successo o l’insuccesso di molti ecosistemi tecnologici infatti è stato decretato in passato dal fatto che ci fossero contenuti con un reale valore aggiunto per i clienti: si pensi al primo wap (fallimentare) contro l’i-mode.

Per costruire un contenuto o un servizio adeguato è dunque necessario conoscere approfonditamente gli strumenti con cui andiamo a lavorare e il loro ecosistema, cosa che non sempre avviene sia per responsabilità aziendali sia per colpe riconducibili agli esperti (reali o presunti di settore).

In conseguenza della moltiplicazione dei canali e degli strumenti dunque si andrà verso una complessità sempre maggiore, alzando il livello di qualità professionale richiesta e dando spazio (si spera) ai giovani competenti.

Infine una nota importante, i contenuti di qualità hanno ovviamente un costo, così come il tempo delle persone dedicate a seguire i nuovi canali, e per questo va superata la percezione di gratuità e di amatorialità di questo mondo.

Se  poi confrontate questo valore con i soldi che spendete già oggi per un solo media, magari poco misurabile come la tv, vedrete che il saldo conviene eccome…


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Il web e l’intelligenza condivisa

Lo spunto di questo post mi viene da due stimoli più o meno contemporanei: il compleanno di Wikipedia e l’inizio della lettura della traduzione italiana di “Crowdsourcing” di Jeff Howe a cura di The Blog Tv.

10 anni di Wikipedia
Immagine tratta da http://www.brainpc.eu/

Ho letto infatti molti commenti sul primo avvenimento, in cui gli opinionisti sono sempre in bilico fra l’entusiasmo e il dubbio che nella grande quantità di contributi si abbassi di molto il livello qualitativo.

In realtà io credo che Wikipedia sia la punta di un iceberg straordinario, che come di consueto non si creato di colpo (è un tema a me caro): da sempre le persone si confrontano accrescendo con questa interazione la conoscenza e il progresso, e non sempre parliamo di professionisti di un settore o di individui che avevano chiara fin da subito un’idea o un percorso.

La grande differenza degli ultimi 15 anni è che il numero di persone che hanno potuto fare ciò è salito in modo esponenziale e anche chi non aveva accesso ai tradizionali canali accademico-scientifici ha potuto far sentire la propria voce.

Internet dunque ha consentito la democratizzazione della visibilità ed espressione della persona comune rafforzando l’accesso alle tecnologie di produzione e diffusione del proprio ingegno.

Certo non sempre la qualità è eccelsa ma, come dice Howe nelle prime parti del suo libro, “a volte una frazione equivale ad un grande numero”, dunque anche volendo applicare la legge di Pareto il 20% di milioni di amatori che interagiscono non è certo poco. Se poi andiamo oltre, e pensiamo alle logiche di coda lunga, ogni argomento anche oscuro troverà un pubblico e dei contributori adeguati che nel mondo fisico non si sarebbero forse mai potuti aggregare.

Ancora, sono il numero di interazioni che fanno la differenza e dunque stiamo parlando una volta di più della legge di Metcalfe o del 5° principio della complessità (la forza delle connessioni).

Come detto dunque siamo davanti a fenomeni motivati da ragioni tecnologiche ma che sono sempre esistiti e sono stati solo accelerati e potenziati dalle Rete, e quindi non sono effimeri.

Le loro applicazioni poi sono già presenti nella vita di tutti i giorni, per quanto non ce ne rendiamo conto, grazie alle Ideagorà sfruttate dalle grandi multinazionali dei prodotti mass market, ai network che studiano malattie rare o alle catene di produzione distribuite che trovate descritte in Wikinomics.

In conclusioni quindi nessun problema è troppo difficile se lo esaminano un numero abbastanza ampio di persone, o, come scrisse Raymond (citato da Howe) in The Cathedral and the Bazaar, “con sufficienti occhi tutti i bachi vengono a galla”.

Il problema casomai è volere davvero che tanti occhi vedano.

Da dove nasce il social web e perché ha così grande successo?

articolo tratto da Young Digital Lab

Per la chiusura dell’anno e l’inizio del nuovo mi piace riprendere e ampliare un discorso che avevo affrontato, in grande sintesi, durante il workshop Young Digital Lab al Connecting-Day lo scorso ottobre: il contesto economico, tecnologico e sociale che sta dietro il social web.

Quando si parla di social web infatti sembra ci si riferisca ad un fenomeno sorto all’improvviso senza legami con il passato (tanto che ci si ostina a chiamarlo web 2.0) e che, a detta di molti scettici, altrettanto all’improvviso potrebbe scomparire nel più classico dei casi di ciclo di Hype che spesso tocca questo genere di contesti.

social media web 2.0

Siamo invece in presenza di un’evoluzione che parte da lontano sulla base di precisi avvenimenti, che provo a tratteggiare in sintesi di seguito:

1) Ragioni infrastrutturali: è nota la legge di Moore, che finora non ha mai fallito, ma negli ultimi anni altri due elementi hanno subito un’accelerazione ancora più drammatica, ossia l’ampiezza di banda e la capacità di storage. Questi elementi sono alla base del modello di business del Fremium tratteggiato da Chris Anderson, che sta alla base dei maggiori successi del social web.

2) Le ragioni dei linguaggi del web: tutti i linguaggi di programmazione che si sono innestati nell’html hanno reso più semplice la programmazione (grazie anche alle librerie open source), hanno dato origine al concetto fondamentale di API ma, soprattutto, hanno ridotto praticamente a zero le competenze necessarie al publishig. In altre parole su Facebook tutti posso postare senza alcuna nozione tecnica particolare, e non è poco.

3) Le ragioni sociologiche: negli anni si è andata affermando sempre più una voglia di esprimere se stessi e anche di mettersi in mostra che viene sempre attribuita, con toni apocalittici, al nuovo web. Ma in realtà nasce ben prima, con fenomeni quali il Grande Fratello televisivo. Questa tendenza naturalmente è stata poi amplificata e sostenuta dai social media e raggiunge l’apice nel mobile web.

4) L’emergere di nuovi modelli di business: tutti gli aspetti citati sopra hanno il via a modelli di business nuovi che stanno profondamente influenzando i mercati, online e non solo. Oltre al già citato Fremium è sicuramente da ricordare il concetto di Coda Lunga, sempre partorito dalla mente di Chris Anderson, fondamentale nei successi di realtà come Amazon prima e degli Apps Store poi. Senza uno spazio di storage tendente all’infinito a costi sempre più bassi, ad una banda sempre più larga e ai linguaggi aperti che permettono di creare ecosistemi di business enormi a costi irrisori non sarebbe mai stato possibile creare quei servizi che oggi fanno la felicità delle persone che (vedi punto 3) sono propense ad usarli con entusiasmo.

Come detto dunque siamo in presenza di uno scenario consolidato, che non è emerso in una notte quando gli italiani hanno scoperto Facebook e che ancora adesso è in un divenire così rapido che già si parla della morte del web (come sosteneva il celebre articolo di Wired). Perlomeno il web così come lo conosciamo.

In tutto questo per concludere mi piace marcare un concetto forte che già tante volte ho espresso in passato: il web 2.0 non esiste, esistono solo persone 2.0!

Tutto quello che ho tratteggiato sopra infatti non è né più né meno di un’evoluzione del contesto competitivo e sociale come ce ne sono state tante (la rivoluzione industriale per dirne una) che ha  portato un serie di tecnologie legate alla rete Internet ad evolvere. Alcuni sono stati pronti a cogliere il cambiamento e lo hanno cavalcato, influenzando la vita di milioni di persone che a loro volta hanno contribuito al mutamento.

Il futuro dunque è nelle mani di coloro che sanno comprendere questi fenomeni e costruirvi sopra i successi propri e delle proprie aziende, ad esempio tutti i ragazzi di Young Digital Lab, come già in passato altri hanno fatto al mutare di un’epoca. Non tutti lo hanno capito e ancora oggi c’è una bilaterale incomprensione; il mondo digital, però, si fa sempre più complesso e richiede persone in grado di essere pronte alla sfida.

Persone, non tecnologie!

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