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Internet Manager Blog

Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

Aziende e social media: sarà vero amore (e vero successo)?

E’ innegabile che ormai nell’immaginario collettivo i siti e gli strumenti del web 2.0 sono diventati dei media a tutti gli effetti e per tale ragione sono sempre più corteggiati dai marketing manager.

I dati che vengono dalle ricerche che riguardano gli USA sono significativi: secondo l’indagine “Social Media: Embracing the Opportunities, Averting the Risks” (di Russell Herder e Ethos Business Law, sondaggio realizzato a luglio di quest’anno) 8 su 10 degli uomini di marketing attribuiscono ai social network un ruolo importante per il potenziamento del brand, oltre che per il recruiting e il customer care.

Anche gli investimenti in advertising si muovono di conseguenza e, secondo uno studio di comScore, i siti di social media hanno rappresentato il 21,1% della distribuzione di inserzioni nel web Usa a luglio (anche se la raccolta è molto concentrata su MySpace e Facebook, con oltre l’80% del mercato).

D’altronde l’ultima indagine semestrale Nielsen (oltre 25.000 consumatori di 50 Paesi del mondo), evidenzia che il 90% dei consumatori internet si fida dei consigli di persone che conoscono e il 70% crede alle opinioni dei consumatori pubblicate online.


Tutto bene dunque? Sì ma con dei distinguo.

Il primo aspetto riguarda l’effettiva fiducia che i consumatori hanno nei brand attivi nei social media: nello studio “Women & Brands Online: ‘The Digital Disconnect” il 52% delle 1.000 donne intervistate diventa amica o almeno fan di un brand nei social network, l’83% comunque si sente “neutrale” o “negativa” al rispetto al marchio. Il 75% poi dice di non essere influenzata da canali di social networking per l’acquisto di prodotti e servizi.

Inoltre io sono sempre scettico nella pubblicità in quanto tale sui social media, alla quale preferisco un linguaggio e degli strumenti più di stampo dialogico.

Infine non dimentichiamo che gli iscritti ai social media non sono registrati al nostro sito e non diventano lead per il nostro database, per cui di fatto contribuiamo alla crescita altrui.

Dal mio punto di vista dunque i social media sono un’estensione importante del brand e permettono di contattare nuovi prospect per iniziare un dialogo con loro ma alla fine devono riportare sulle pagine di proprietà dell’azienda.
Non ha senso creare infatti un social network proprio o un nuovo Twitter brandizzato se si può sfruttare l’enorme bacino di questi siti ma le rendini le si deve tenere in azienda con una corretta impostazione strategica e servendosi dei social media (non servendo loro).

E voi che ne dite?

Enterprise 2.0: i software sono già collaborativi, ma le persone?

Si sente parlare sempre più spesso di Enterprise 2.0, ossia quello che Wikipedia definisce un insieme di approcci organizzativi e tecnologici orientati all’abilitazione di nuovi modelli organizzativi basati sul coinvolgimento diffuso, la collaborazione emergente, la condivisione della conoscenza e lo sviluppo e valorizzazione di reti sociali interne ed esterne all’organizzazione.

Immagine tratta da http://www.businessworld.in/
Immagine tratta da http://www.businessworld.in/

Una modalità di lavorare e progettare che nasce dall’esperienza del web 2.0 e che si avvale di molte delle tecnologie nate in quest’ambito, come blog, wiki, rss, tagging. Anche le infrastrutture di rete basate su SOA e BPM sono ormai mature e si stanno diffondendo in ambito aziendale e si stanno affermando molti software collaborativi pensati per le più varie esigenze d’impresa (per una panoramica visitate  l’ottimo http://www.softwaresociale.com).

Le tecnologie dunque ci sono e hanno costi sempre più bassi, dal mio punto di vista però c’è un tema che non va sottovalutato: le persone sono pronte a collaborare? E fino a che punto?

E’ un’altra faccia della medaglia dell’approccio strategico ai social media: bisogna capire prima chi sono gli intercolocutori e quali obiettivi si vogliono raggiungere e solo poi si può approcciare una tecnologia.

L’enterprise 2.0 dunque è prima di tutto un approccio organizzativo, che passa per la corretta comprensione della valenza del lavoro collaborativo, dei principi della delega e della cultura di un approccio win-win per tutti gli enti e le persone coinvolte.

Le aziende ne sono consapevoli? E la mentalità lavorativa degli italiani è pronta con le dirigienze in grado di accompagnare il cambiamento?

Vedremo, certo la tecnologia senza le persone non serve a nulla…

Smartphone, tanti ecosistemi di business, una sola rete?

E’ di questi giorni la notizia che anche Samsung sta per lanciare un suo apps store, mossa assolutamente coerente per il secondo produttore al mondo di device e di fatto inevitabile vista la folta concorrenza in merito.

Mi chiedo però se questa frammentazione di sistemi operativi, applicazioni, sviluppatori sia di reale giovamento per lo sviluppo di servizi evoluti e di larga diffusione, da fruire via web mobile, soprattutto in vista delle ulteriori potenzialità prospettate con l’arrivo dello standard LTE.

Negli ultimi due anni infatti la palla dell’evoluzione del web mobile (e dell’uso evoluto della telefonia) è passata dagli operatori telefonici ai produttori di device, fermo restando, almeno in Italia, una stretta ‘collaborazione’ che sta all’origine, ad esempio, del costo dell’iPhone.

Da un lato questa forte concorrenza, trainata dall’arrivo di Apple come ipotizzato qualche tempo fa, sta consentendo uno sviluppo vivace e ricco di novità, dall’altro però il modello di business basato sull’ecosistema chiuso (molto redditizio) è una barriera per lo sviluppo di strumenti trasversali ai vari tipi di sistemi operativi.

Chi conosce un po’ questo mondo infatti sa che già oggi, con pochi player davvero importanti (essenzialmente Symbian, Windows, iPhone, Rim e Android), lo sviluppo di applicazioni per il mobile richiede una miriade di varianti, con costi e tempi che lievitano.

In comune resta solo la rete su cui ci si appoggia per navigare (costi degli operatori permettendo) ma già il fatto che esistano siti fatti solo per iPhone mi sembra un indizio che anche il web mobile possa diventare non realmente cross platform.

Senza nulla togliere ai leciti profitti degli apps store temo dunque che alla lunga si possano creare delle barriere tra i vari os tali da impedire lo sviluppo di strumenti di larga diffusione, specie per quanto riguarda la pubblica utilità.

La soluzione? Potrebbe essere un protocollo analogo a quello che sta sotto il web e l’html, derivante dalla collaborazione di più player, in grado di bypassare le differenze, non solo nei siti (dove il linguaggio è ancora comune) quanto negli strumenti.

In alternativa i produttori potrebbero competere per rendere uno standard di fatto una loro applicazione o suite, per tutti i vari sistemi esistenti.

Utopia? Fine della festa per i produttori e per gli apps store?

Non è detto, e prova ne è il recente accordo Office Mobile e Symbian, con il quale Nokia guadagna un prezioso strumento di lavoro e Microsoft espande esponenzialmente l’ecosistema della sua suite di programmi.

I profitti degli sviluppi dei software nati in un certo ecosistema, per le applicazioni di un certo interesse, potrebbero aumentare grazie alla diffusione mentre gli apps store avranno sempre senso e mercato per applicativi molto specifici, come possono essere ad esempio quelli legati al multitouch dell’iPhone.

Sia come sia, credo che la competizione giovi molto al settore, mentre la frammentazione in ambienti chiusi no.

Voi che ne dite?

Twitter e media trazionali: buona luna di miele!

Ci siamo, o meglio siamo arrivati a maturazione: i media trazionali si sono accorti di Twitter e ne stanno facendo il nuovo oggetto delle loro attenzioni, mentre già di Facebook si parla spesso anche per gli aspetti negativi (razzismo, eccessi, problemi di privacy).

Questa estate, oltre al problema dell’attacco dos, Twitter ha visto un sacco di articoli dedicati ai suo vari usi: vip che raccontano vacanze, lavori artistici colaborativi, ricerca di lavoro, funerali di persone importanti e molto altro.

Insomma secondo il noto Ciclo di Hype la nuova tecnologia con impatto sociale inizia ad essere molto nota e, a torto o a favore, celebrata e resa molto appetibile anche per i non addetti ai lavori.

Sicuramente Twitter è uno strumento interessante per fare marketing, sarà interessante capire però quale sarà il suo futuro e la sua evoluzione, visto che molti utenti non sono attivi e che per adesso utili economici se ne sono visti pochi per i suoi creatori.

Intanto però con questo batage mediatico gli utenti italiani aumenteranno e dunque sarà possibile vedere sul campo cosa succederà nel nostro paese, nel quale i social network sono usati in modo piuttosto particolare, molto legato alla condivisione di fatti privati e conversazioni private gestite su profili pubblici.

Voi avete qualche previsione in merito?

Nokia, grandi manovre nel mercato mobile (e non solo)

Eccoci qui, dopo un po’ di giorni di ambientamento al ritorno delle vacanze riprendo a pubblicare sul blog e per cominciare non posso fare a meno di notare il grande attivismo di Nokia nel mercato di Internet.


La prima notizia in merito è legata ad un settore per il quale si attende una notevole crescita, il mobile payment, in cui Nokia si appresta ad entrare con Money. Con questo strumento attraverso il proprio numero di cellulare si potrà trasferire denaro a un’altra persona, pagare oggetti, servizi e bollette, ricaricare il cellulare.

Ci sono già applicazioni di questo tipo, con buona diffusione in paesi come la Gran Bretagna e soprattutto il Giappone, Nokia però vuole sfruttare la sua quota di mercato per raggiungere in modo capillare gli oltre quattro miliardi di utenti di telefonia cellulare attivi nel mondo (contro 1,6 miliardi di conti bancari), facendo uscire il mobile payment dalla dimensione di nicchia e interessando anche i paesi emergenti.

La sfida, secondo tutti gli analisti, sarà quella di creare un numero sufficiente di partnership, certo è che la diffusione dei terminali Nokia sarà un buon viatico per il business.

Sicuramente il vantaggio competitivo dato dalla quota di mercato è stato alla base di un’altra notevole notizia: l’inserimento di Office sugli smartphone Nokia. Un accordo che da un lato sembra una rinuncia da parte di Microsoft a competere sui sistemi operativi mobili ma che da un altro punto di vista garantirà alla casa di Redmond un aumento esponenziale dell’ecosistema Windows/Office fra i dispositivi cellulari.

Quale che sia l’obiettivo dei due giganti questo accordo testimonia come il web mobile e gli smartphone in genere siano un business di grandissima importanza.

Questo interesse per le tecnologie portatili, al di là della pura telefonia, spiega anche l’ultima news che riguarda il colosso finlandese: l’ingresso nel mercato dei netbook, che pare proprio non sia più solo una voce.

Insomma tutto fa pensare che il pc fisso e anche il tradizionale portatile saranno sempre meno l’unico modo di massa di accedere alla rete.

Voi che ne dite?

Gli specialisti del web 2.0, gente sull’orlo del caos (in senso fisico)?

Ogni giorno che passa rende sempre più evidente il fatto che il web sia un ambiente ad alto tasso di complessità, per altro con un livello sempre crescente.

I social media, il peer to peer, il lavoro collaborativo e spontaneo sono fenomeni difficili da sintetizzare, schematizzare e, naturalmente, governare.
Ne avevo parlato già tempo fa, il web 2.0 si adatta molto bene alla teoria della complessità e ai suoi 7 principi: le connessioni danno risultati superiori a quelli dei singoli noti sommati, vi sono fenomeni di autorganizzazione e l’impossibilità della previsione è di fatto una regola.

Un esempio di frattale
Un esempio di frattale

Come può dunque un professionista del settore governare questo magma e quali sono le doti che gli sono richieste? Beh intanto a chi lavora sul web sul piano strategico è chiesta una visione sempre più ampia e ‘umanistica’: costruzione di relazioni, scelta di linguaggi e creazione di progetti multicanale.

Credo però che la dote più particolare e difficile sia la capacità di muoversi lungo quel sottile crinale che si chiama orlo del caos: tutti i sistemi viventi evolvono quando si trovano in uno stato di confine tra il caos e l’ordine, troppo caos provoca la disintegrazione, troppo ordine la fossilizzazione. Per il web 2.0 il ragionamento non può essere diverso: se un sito o una tecnologia non consente nessuna variazione e sperimentazione agli utenti presto muore, così come un sistema senza nessun tipo di regola è destinato a disintegrarsi. Le API ad esempio sono un trampolino verso lo sviluppo ma conservano però al loro interno una base essenziale di regole che impediscono la disintegrazione.
Questo movimento sulla soglia del limite richiede grande flessibilità, sicurezza nella visione ma anche capacità di riscrivere in volo le regole: come un frattale il web 2.0 è ricco di sistemi basilarmente abbastanza semplici (qual è, ad esempio, Facebook) che riescono a moltiplicarsi e complicarsi all’infinito sulla scia di semplici e banali regole.
Il web dunque non è cosa così banale come si pensa e lo testimonia lo stesso colosso Google, dove la matematica e la logica ad altissimo livello vengono ben prima della programmazione (Brin, uno dei due fondatori, è un grandissimo matematico).

Le aziende saranno in grado di percepire a pieno questa complessità, affidando questo delicato settore a professionisti specializzati e preparati? O continueranno a confondere la rete con un grande bazar del tutto gratis, da gestire con “le risorse che ci sono in casa”?
Dare una risposta del tutto positiva per adesso sembra alquanto…complesso!

Che ne pensate?

Il marketing del territorio, i batteri di Venezia e la grande rete

Una cosa è certa, noi italiani non siamo bravi a valorizzare il nostro immenso patrimonio culturale, artistico, naturale…in una parola tutto ciò che dovrebbe portare turismo nel nostro bel paese.

turismo
Immagine tratta da http://www.mondoviaggiblog.com

Non voglio generalizzare, tuttavia ci manca di certo una politica di comunicazione unitaria e ogni territorio si muove per conto suo, non sempre in modo degno.

In più ultimamente sembra che all’estero tutti su Internet facciano (casualmente) in modo di sminuirci, infierendo su debolezze reali e presunte: hanno cominciato i giapponesi dandoci dei ladri e oggi se ne vengono fuori quelli di TripAdvisor, noto sito americano di consigli ai viaggiatori, che mettono Venezia tra le cinque attrazioni turistiche con maggiore densità batterica al mondo causa piccioni.

C’è da dire che le località che precedono Venezia in carica batterica sono delle pietre Irlandesi (le Blarney Stone) baciate dai turisti in omaggio a un’antica leggenda e un grande muro colorato di chewingum stratificati dal 1993 a Seattle…insomma anche in questo caso il nostro turismo ha qualcosa in più da offrire!

Perché tuttavia non riusciamo ad esprimere a pieno il potenziale dell’Italia, offrendo il fianco alle pr ostili dei concorrenti?

Un primo punto è forse l’eccesso di offerta: c’è talmente tanto da vedere che arrivare a una sintesi è davvero difficile. Questo problema si può affrontare secondo la teoria della coda lunga: mettere a disposizione tanto e offrire dei filtri per fare ricerca.

Questo ci porta al secondo punto: dove fare questa raccolta di proposte? Pare che la vicenda di Italia.it stia vivendo un nuovo capitolo, con tutte le critiche del caso. Un portale turistico nazionale che sia il punto di accesso all’offerta di un paese è assolutamente imprescindibile per un paese turistico, al di là dei particolarismi.

I contenuti da presentare però sono tantissimi e la loro raccolta è stata finora un grosso limite: anche questo può essere affrontato delegando alle realtà locali (con grosso apporto di volontari) che con una piattaforma collaborativa e aperta possono progressivamente contribuire al popolamento dei nostri siti turistici, sotto un unico coordinamento.

Infine è importante che la gente del posto sia coinvolta nella promozione del territorio, anche grazie alle tecnologie del web 2.0, in modo da costruire racconti e storie davvero emozionanti che valorizzino un progetto di marketing territoriale in rete.

Che cosa serve allora? Soldi? Certo ma non bastano (e non possono essere buttati come in passato), occorrono un approccio collaborativo, delocalizzione, contributo dal basso, abbandono dei particolarsmi locali e riduzione della burocrazia.

Insomma un cambio di mentalità. Ci riusciremo? Voi che ne dite?

I social media, il chiasso e la coda lunga

L’altro giorno, in un raro momento di calma davanti al pc, mi sono perso a girare da un profilo all’altro di alcuni social media (Facebook, Twitter, FriendFeed e altri), spingendomi anche negli amici degli amici.

Davanti alla quantità enorme di messaggi che incontravo a mano a mano mi è salito dentro la testa un dubbio, quanto ancora la nostra mente e la nostra attenzione saranno in grado di gestire questo bombardamento? Non c’è troppo chiasso?

Dal momento che conoscete il mio amore per i social media fin da tempi non sospetti (le mie prime esperienze in merito risalgono al 2002) penserete che io sia improvvisamente impazzito.
Non è così (al massimo sono un po’ stressato).

Non ho smesso di credere che la strepitosa possibilità di espressione e di creazione in una propria identità sul web 2.0, se la sa usare, sia una delle più grandi rivoluzioni del nostro tempo.
Moltissimi dei miei contatti sono poi persone che scrivono cose interessantissime su argomenti che condividiamo, oltre a lasciarsi andare a qualche momento di piacevole svago.
Ciò non toglie che con sempre più gente online questa grande conversazione stia diventando un po’ rumorosa, tanto più che vi entrano molte aziende che la scambiano erroneamente per uno spazio dove replicare i loro spot invece di dialogare con gli utenti.

Si tratta dunque di una situazione di troppa ricchezza, che offre scelta infinita ma che rischia di impedire di fruire di ciò che si vuole se non lo si riesce a trovare.
Ma Internet è un mercato dalla lunga coda, come ci insegna Chris Anderson: liberi dalla tirannia delle frequenze limitate, delle pagine stampate e dei palinsesti tutti i nostri contenuti, come tutte le merci, corrono incontro ad un mercato illimitato dove almeno qualche persona li “comprerà”, preferendoli ai bestseller.
In questa curva la grande massa dei micro-contenuti, sommata assieme, diventa maggioranza facendo la fortuna di realtà come YouTube, eBay o anche Amazon.

E allora che cosa manca? Secondo me il futuro dei social media passa per la possibilità di avere, o creare, dei filtri che ci permettano in modo intelligente e dinamico di trovare quello che cerchiamo, come per le merci della coda lunga (per cui sono requisito fondamentale).
Sicuramente già oggi qualcosa c’è ma credo che l’evoluzione in tal senso sia una delle sfide del futuro, per non essere sommersi dal clamore di tante voci che ci stanno parlando tutte assieme, senza sacrificare la libertà di nessuno.

Voi che ne dite?

E-mail marketing. Strategie e tecniche efficaci per fare business

E-mail marketing. Strategie e tecniche efficaci per fare business è un libro di Nazzareno Gorni e Marco Maglio edito da Hoepli nel 2009.

Il libro si pone come una guida completa al mondo dell’e-mail marketing, che è molto più articolato e complesso di quanto si pensi dall’esterno, conciliando l’anima tecnologia e di marketing di Gorni con quella giuridico-legale di Maglio.
Tutto il volume infatti si snoda tra inserti di marketing e ricerca tecnologica in ambiti legali e viceversa, fornendo sempre un quadro organico di tutti gli argomenti.

L’introduzione del libro permette fin da subito a chi non sia del settore di inquadrare quali sono i vari tipi di e-mail (personali, transazionali, pubblicitarie) e introduce immediatamente la differenza sostanziale fra fare marketing su liste proprie e su liste acquistate.
Non manca un accenno alla messaggistica e alle e-mail che viaggiano all’interno del web 2.0 e dei social network, oggi sempre più importanti in termini di volumi ed effetti.

Alla luce di questa classificazione gli autori espongono quali sono le caratteristiche e il manifesto di quello che loro definiscono E-mail Marketing 2.0, di cui in estrema (e incompleta) sintesi posso citare: attenzione alla relazione, invii personalizzati nella frequenza e nei contenuti, profilazione e approccio one-to-one.
In particolare si fa riferimento alla “risonanza marketing”, concetto mutuato dalla fisica, che in sostanza dice che se un cliente viene sollecitato con la frequenza e gli stimoli giusti si avrà alla fine una credibilità aziendale che si tradurrà in energia positiva nei confronti della nostra comunicazione.

Il capitolo successivo si occupa invece di come si costruisce una lista di indirizzi, affrontando lo spinoso tema delle liste acquistate che spesso espongono a rischi per la reputazione e blocchi da parte dei sistemi antispam degli ISP.

Segue poi una dettagliata trattazione della legge sulla Privacy, importante strumento di tutela che però talvolta diventa fonte di fraintendimenti e problemi anche per chi agisce in buona fede.
Per questo l’ampio inserto legale di questo capitolo può essere molto utile come mezzo di orientamento per i meno esperti della materia.
Il capitolo quinto inoltre rinforza il quadro normativo con le regole su e-commerce, pubblicità e concorsi per districarsi in una normativa non sempre al passo con i tempi.

La trattazione ritorna poi su termini di marketing e di tecnica illustrando le regole per la creazione di un messaggio efficace, in cui anche i più piccoli dettagli concorrono al successo: mittente, oggetto, uso delle immagini, uso dei link, costruzione dell’HTML, header e footer. E’ importante dire che oltre all’aspetto di comunicazione in senso stretto tutti questi fattori concorrono al corretto recapito del nostro messaggio.

Il tema della deliverability infatti è cruciale, tanto che gli autori vi dedicano un lungo settimo capitolo dove in alcuni tratti si entra anche in aspetti piuttosto tecnici, spiegati però sempre con chiarezza, utili a valutare le performance dei sistemi di e-mail marketing in nostro possesso.
Non è possibile qui riassumere tutto il know how espresso in tale capitolo, basti solo dire comunque che inviare migliaia di e-mail non è affatto difficile, farle arrivare invece sì.

Come scegliere un prodotto adatto alle proprie esigenze alla luce di quanto detto più sopra? E questo il tema che viene affrontato (in chiave generale, senza confrontare singoli prodotti) dall’ottavo capitolo. Infatti non tutte le soluzioni sono di uguale livello e anche le formule di pricing di fatto variano e ciascuna è adatta a diversi tipi di esigenze e di business, per cui bisogna sapere scegliere.

Uno degli aspetti più attraenti del fare marketing via e-mail è senza dubbio la misurabilità, come per tutte le statistiche web però bisogna trovare il tempo di analizzare i dati e saperli leggere con competenza, cosa che è meno banale di quando sembri (a tale proposito ho scritto qualche tempo fa in questo post). Il capitolo nono del libro di Gorni e Maglio in tal senso sarà di notevole aiuto, come d’altronde il glossario dei termini tecnici a fine libro.

Infine l’ultimo capitolo si spinge verso il futuro, parlando di come fare business con le e-mail automatiche, ossia tutte quelle comunicazioni che partono in base a regole, scadenze e altri parametri predefiniti senza un intervento diretto da parte di chi gestisce le liste e il software. Lascio alla vostra lettura la scoperta delle notevolissime opportunità che si aprono in questo campo.

In conclusione il libro di Gorni e Magli è davvero una guida preziosa e organica per entrare nel mondo dell’e-mail marketing e per approfondirlo qualora si usino già strumenti di questo tipo.
Tutti gli argomenti sono spiegati in modo chiaro ma esauriente, grazie alla competenza di chi questi temi li affronta davvero ogni giorno nella propria professione. I due autori inoltre sono membri di gruppi di lavoro specifici che a livello nazionale e internazionale definiscono le linee guida per un corretto uso di questo potente canale di comunicazione e ciò dà un notevole valore aggiunto alle parti in cui si parla di regole e buone pratiche.

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