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Internet Manager Blog

Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

Segnalazioni: Seo Web Marketing Experience 2011

Come sapete ogni tanto mi piace pubblicare qualche appuntamento di rilievo di marketing digitale, oggi è il turno di Seo Web Marketing Experience 2011, evento organizzato da Madri.com, realtà ormai consolidata nella formazione di settore.

Nelle scorse edizioni oltre 530 persone hanno assistito alle presentazioni e ai video, come questo dedicato al web marketing 3.0.

Per chi fosse interessato sul sito web dedicato è possibile richiedere ulteriori informazioni e vedere altri video di presentazione dell’evento.

Google+ e la logica dell’ecosistema

Da qualche giorno sono entrato in Google+, la nuova creatura del colosso di Mountain View che ha il gravoso compito di riscattare i precedenti modesti risultati nel campo delle proposte social.

Premetto subito che non avuto tempo di spaziare molto in un ambiente che, per forza di cose, è ancora relativamente spopolato, se escludiamo gli addetti  ai lavori, tuttavia ho ritrovato al suo interno una serie di elementi interessanti.

Google+

Prima di tutto è notevole il respiro della manovra di Google: prima il pulsante +1, poi Me on the Web che ha favorito la compilazione dei profili personali, ancora la nuova grafica con la sandbox in alto e infine l’apertura (con qualche incertezza) del nuovo strumento.

Inoltre questa volta l’interfaccia sembra più semplice, almeno nella gestione delle cerchie di amici, cosa che non si poteva dire del defunto Google  Wave e in parte anche di Google Buzz.

Il punto chiave però resta un altro concetto che ha fatto la fortuna di strumenti come Twitter, ossia l’ecosistema, che nel caso di Google è totalmente proprietario ed è fatto da decine di servizi leader, dalla mail all’analytics passando per le mappe.

Lo stesso Facebook si è adoperato per costruire il suo mondo, con una serie di nuovi strumenti che però non possono essere paragonati a quelli di big G, prima fra tutti proprio la mail.
Google inoltre dalla sua ha la ricerca, una caratteristica che Facebook ha infatti cercato di fronteggiare in tempi non sospetti collaborando con Bing.

Ancora, nonostante il costo di questo progetto Google non ha l’urgenza di monetizzare visto che i suoi (pochi) prodotti profittevoli sono talmente redditizi da permettere il continuo rilascio di altri tool gratuiti che vengono di fatto testati dagli utenti.

Infine, facendo riferimento al famoso articolo sulla morte del web di Chris Anderson, quello di Google non è realmente un giardino circondato da mura (come Facebook), in quanto quasi tutto è accessibile anche senza una registrazione.

Le premesse dunque di un progetto di grande respiro ci sono tutte, la vera sfida di Google sarà però sul terreno dell’engagement sociale, che potrebbe non decollare. Tuttavia, in un web complesso e pieno di servizi e profili, siamo sicuri che l’obiettivo di Google sia davvero quello di scalzare Facebook? O piuttosto questo nuovo modello è in realtà finalizzato a riaffermare la leadership sul web e a portare ancora più traffico alle tradizionali fonti di reddito del gigante della ricerca?

Non dimenticherei infine che è al debutto anche Google Chrome OS che per funzionare chiede come chiave un account Google

La cloud è bella se la testa è pronta

Il concetto di cloud computing sta ormai diventando di dominio pubblico, specie dopo gli annunci dei giganti Apple e Google, anche se a mio avviso in pochi hanno chiaro davvero di che cosa si parla.

La nuvola infatti è qualcosa di molto, molto concreto, ossia decine e centinaia di computer che grazie al crollo dei costi di banda e di storage hanno permesso, tra le altre cose, lo sviluppo dei social media e il modello economico del Fremium.

immagine tratta da Sevensheaven.nl

Infatti, dal punto di vista dell’utente finale, la tecnologia sottostante è piuttosto indifferente e quello che conta è la possibilità di accedere ai propri dati in qualsiasi al momento, da qualsiasi punto del mondo, in tempo reale.

Le stesse aziende, pur con le doverose tutele in termini di sicurezza, stanno approcciando sempre di più a questo tipo di soluzioni e le più lungimiranti stanno costruendo infrastrutture di dati adatte a fronteggiare le nuove sfide.

Come ho già detto però più volte a proposito dell’Enterprise 2.0 e dello stesso social web il punto finale è uno: senza un corretto approccio mentale gli strumenti non servono a nulla!

Infatti avere i dati sempre disponibili è utile se non sono organizzati in modo corretto? E poter condividere con i colleghi le informazioni ha qualche significato se poi la cultura aziendale incentiva a tenere le informazioni per sè per avere maggiore potere?

La mia impressione dunque è che ci sia un momento di hype che non è ancora supportato dal corretto cambiamento culturale. Voi che ne dite?


Featured link: Corso di Web Marketing


Il sistema di monitoraggio della reputazione online di Google e qualche considerazione sull’identità in rete

In questi giorni è apparsa una notizia interessante, il lancio di Me on the Web, un sistema di monitoraggio della reputazione incluso nell’account personale di Google che ha l’obiettivo di accompagnare anche i meno esperti nella gestione delle proprie informazioni online.

identità digitaleAl di là degli strumenti offerti, e dello scopo di favorire la compilazione e l’utilizzo dei propri profili Google, trovo che la news sia rilevante perché vede uno dei grandi big della rete focalizzarsi sull’identità online in un’ottica di gestione consapevole e, perché no, di personal branding.

Ho parlato spesso in passato del tema della costruzione della propria identità in rete e di quello dell’educazione all’utilizzo consapevole delle proprie informazioni sul web, tema quast’ultimo piuttosto caldo viste le disavventure made in USA del politico David Weiner.

Se da un lato infatti tutto ciò che si posta in rete resta recuperabile nel tempo dall’altra Internet offre oggi una serie di opportunità straordinarie per promuovere se stessi per scopi professionali, politici e personali. Dunque, andando oltre i facili allarmismi, io credo che i vantaggi superino i rischi nel momento stesso in cui si comprenda che la propria privacy finisce dove noi iniziamo a postare (e nessuno ci obbliga a farlo).

Gli elementi per una reale strategia di successo per la nostra presenza in rete dunque sono:

1) Conoscere bene i mezzi e le loro implicazioni: non tutti gli strumenti sono uguali e io, ad esempio, ho diversificato tra sito personale (chi sono e che cosa faccio), questo blog (le mie opinioni sulla rete), Tumblr (i progetti e le mie attività lavorative in modo più puntuale e veloce), Friendfeed e Google Profile (aggregatori) e così via per tutto il resto.

2) Avere un messaggio e una serie di obiettivi chiari e coerenti da trasmettere: se mi voglio accreditare come esperto di un certo settore devo frequentare i canali giusti, avere il network corretto e essere attinente negli argomenti. N.B. non vuol dire non avere vita sociale in rete ma differenziare i canali tra ricreativo, professionale etc.

3) Monitorare quello che si dice di noi: anche se non siamo personaggi famosi non possiamo escludere che qualcuno, anche in buona fede, condivida informazioni su di noi (i classici degli amici che postano su Facebook le immagini della festa dove ci si è molto, o troppo, divertiti).

Tutto questo ovviamente va misurato sulla base dell’importanza professionale e personale che la rete riveste per noi, ma credo che l’attenzione e la consapevolezza riguardino tutti.

Se poi invece ci occupiamo di strategia digitale, beh in tutto questo troviamo un’ottima modalità di allenamento per capire dinamiche come il monitoraggio della reputazione in rete, la distribuzione dei contenuti, il social media marketing e la gestione della multicanalità che ci torneranno molto utili anche per i nostri brand.

Anche perché l’unico modo di affrontare davvero le sfide del digitale è partire dall’esperienza come utenti degli strumenti, visto che lavoriamo con persone e non con segmenti di mercato.

Ehi tu, social…web…2.0…insomma coso!

L’ispirazione per questo post mi viene da diversi casi di vita vissuta e ha ricevuto l’impulso finale da questo intervento su TagliaBlog, liberamente tradotto da Why I Will Never, Ever Hire A “Social Media Expert”, di Peter Shankman.

immagine tratta da TagliaBlog (p.s. non sono d'accordo)

Il contributo in questione è piuttosto drastico ma mi permette di introdurre alcune considerazioni sulle nuove professioni del mondo digitale:

1) Gli strumenti del social web e le nuove tecnologie in genere sono un modo nuovo e potente che le aziende hanno per favorire il raggiungiumento degli obiettivi per cui esistono da sempre: il profitto, la risoluzione di determinati problemi, il rapporto con il cliente.  Spesso ciò viene dimenticato.

2) Serve un know-how specifico per i nuovi strumenti ma non per questo saper maneggiare i social per uso privato equivale  a poterli gestire per conto di un’azienda senza conoscere il mondo delle imprese, i suoi linguaggi, i suoi meccanismi e le sue culture interne.

3) Non solo web: quando parlo del mio lavoro io parlo di “digital” perché ormai il confine tra pc, mobile, interattività e oggetti fisici è sempre più privo di senso. E per fare questo serve molto più know-how che un po’ di dimestichezza con la rete.

4) Tra strategia e know-how specifico: i nuovi strumenti sono talmente complessi che occorrono una serie di professionalità molto specifiche (Seo, Sem, Web Writing, Web Analytics, Reputation Monitoring, Digital Art) che non possono essere padroneggiate nel dettaglio da un singolo ma che richiedono al contempo una regia da parte di chi abbia in testa la strategia dell’azienda e li conosca quanto basti a indirizzarne l’azione. Difficile ad oggi da trovare sul mercato, ma molto richiesto.

5) Diamoci un nome e stabiliamo dei ruoli: è il senso del titolo, in un mercato che oggi ha ancora grandi margini di crescita c’è posto per sperimentazioni professionali e linguistiche che sono fisiologiche ma che creano grossa confusione nelle aziende, presto o tardi bisognerà iniziare a standardizzare compiti, nomi e gerarchie.

Che dire dunque, non sono d’accordo con il titolo dell’articolo che ho citato all’inizio ma credo che al momento nel nostro mercato ci sia troppo improvvisazione e non sia ancora chiaro che tutto ciò che è digitale è una parte delle attività e del business delle aziende e non qualcosa di diverso e separato.

Il fatto che poi io ritenga che ormai questa parte stia diventando una delle più importanti e complesse giustifica ancora di più il mio richiamo ad un alto livello professionale e alla fine dell’amatorialità diffusa.

Voi che ne dite?


Featured link: Facebook Marketing


Il marketing della moda e dei prodotti lifestyle

Il marketing della moda e dei prodotti lifestyle è un libro di Romano Cappellari, edito nel 2011 dall’editore Carocci, nella collana Le Bussole.
41z2sT-5I+L._SL360Come tutti i volumi di questa collana il libro si pone come guida chiara ed essenziale, seppure accurata, affrontando un tema di comunicazione che riguarda un settore economico sempre più importante: i prodotti di moda lifestyle.

E’ infatti sempre più difficile restringere il campo di azione dei grandi nomi della moda al solo abbigliamento/accessorio, quando in realtà tra licencing e gestioni dirette di nuovi rami di attività si va dal beauty fino al settore alberghiero.

Il lusso, oggetto del precedente volume, esiste ancora negli anni della crisi ma fronteggia dei consumatori sempre più informati, meno legati ai meccanismi di ostentazione dello status e che mixano prodotti di alto e basso prezzo sulla base del proprio stile personale.

A questo inquadramento generale segue l’individuazione di cosa sia il prodotto lifestyle, una realtà complessa che si articola tra meccanismi di sconto legati ad eventi, come le vendite private e edizioni limitate, e una forte attenzione all’etica.

Un prodotto dunque che spesso attiene ancora alla categoria lusso ma che ha confini molto più labili nel complesso.

In tutto questo non vengono meno gli assi fondamentali già descritti dall’autore  nel primo volume sul tema.

Il primo resta ancora una volta il brand, alla cui gestione e sviluppo è dedicato il capitolo terzo, in cui si tocca anche la questione della brand extention.

Per costruire il brand naturalmente grande importanza è data al communication mix, protagonista del capitolo quarto, in cui l’autore affronta i classici temi della pubblicità, delle relazioni pubbliche e del ruolo dei testimonial, spingendosi però anche sul terreno dei social media, come ad esempio Foursquare, con serie di validi esempi.

Nel quinto capitolo sono protagoniste le politiche distribuitive, con la crescente importanza della rete retail (diretta o altrui), dato che il punto vendita diventa il momento di massima espressione del lifestyle di un brand, che per il resto interagisce in molti altri modi con un consumatore sempre più multicanale.

Infine, l’autore si dedica a tratteggiare le caratteristiche del marketing manager del prodotto lifestyle, una figura che non deve essere erroneamente vista come non dotata degli strumenti e delle competenze di management, sacrificati a favore della creatività.

Sempre più aziende infatti si affidano a manager di esperienza che vengono da settori diversi, come il largo consumo, e che devono coniugare la gestione del mondo creativo con la comprensione e la risposta rispetto al mercato, come Polet per Gucci.

In conclusione dunque quello di Cappellari è un volume agile e facile da leggere che però fornisce una panoramica completa e aggiornata del settore, utile sia per chi già lavori nel marketing della moda e del lusso sia per chi vi si avvicini per la prima volta per farne una professione o anche solo per semplice interesse.

Perché Twitter mi piace sempre di più

Per lavoro e per diletto nella mia giornata utilizzo molti social media diversi e testo continuamente nuovi servizi, più meno noti e interessanti, che mi offrono sempre prospettive di confronto.

Ebbene, in questo continuo girare devo dire che mi sto costantemente appassionando a Twitter, almeno per quel che riguarda gli strumenti più generalisti e non limitati a un pubblico strettamente settoriale.

Perché? Le ragioni sono diverse:

1) È essenziale: pochi caratteri e una sola funzione, quella di condividere contenuti. Uno stile di comunicazione da considerare.

2) È ottimo per mixare la forza del social media con gli own media aziendali: il testo suscita la curiosità ma il link di approfondimento riconduce ai siti per scoprire di più.

3) È integrato: è facile usarlo per aggiornare altri servizi e allo stesso tempo è semplice usarlo per rilanciare automaticamente i contenuti che vengono da altrove.

4) È selettivo: il fatto che sia più ostico al profano rende (mediamente) più attive e interessanti le persone che lo usano con una certa costanza.

5) È un ottimo posto dove fare ricerche: i meccanismi degli hashtag, la ricerca avanzata e la possibilità di seguire le conversazioni lo rendono prezioso (e sono alla base degli investimenti che lo riguardano).

6) Lavora bene con la multicanalità: si usa comodamente sia da mobile che da computer ed è ottimo per affiancare i media tradizionali con un tocco di interattività real time. Volete un esempio? Cercate #annozero durante la trasmissione omonima e seguite la conversazione…

7) Ha un grande ecosistema: sono molteplici i servizi terzi che lo integrano, utilizzano, potenziano, sfruttano.  Per capire il senso di ciò basti pensare invece che Facebook ingloba in se stesso tutte le funzionalità e al massimo offre i propri strumenti (sviluppati internamente) a terzi in forma di social plugin.

Tutto perfetto dunque? Non lo si può mai dire di nessuno, e anche Twitter pecca in alcuni aspetti, come ad esempio un modello di business ancora nebuloso.
Inoltre non è un mezzo facile da gestire, richiede più competenza rispetto ad altri strumenti di social media marketing, pretende presidio costante e non è affatto facile farlo decollare (da privato e da azienda).

Eppure permettetemi un consiglio: se anche non lo usate direttamente, tenetelo d’occhio!

Un nuovo spazio su Tumblr per raccontare il mio lavoro

Mi sono riavvicinato per caso a Tumblr nei giorni scorsi e sono rimasto molto colpito dagli strumenti offerti oggi da questa piattaforma, a cavallo tra Twitter e un vero e proprio blog.

Tumblr

Ho riflettuto dunque su come utilizzarlo e ho deciso che poteva essere un ottimo mezzo per raccontare i progetti e le attività che svolgo ogni giorno per il mio lavoro, argomenti che per scelta non tratto invece su Internetmanagerblog.com.

L’indirizzo è http://gianluigizarantonello.tumblr.com, grazie poi alle straordinarie possibilità di integrazione offerte dai vari servizi oggi presenti sul web potrete seguire questi aggiornamenti su Twitter e, insieme con tutti gli altri miei contenuti, su Friendfeed.

Spero che troverete interessante questa mia scelta di personal branding, non voglio intaccare il carattere di divulgazione di Internetmanagerblog.com ma allo stesso tempo penso di avere qualcosa da dire anche raccontando i progetti che seguo.

Oltre il CRM

Oggi vi segnalo con piacere un libro davvero interessante, Oltre il CRM, a cura di Michela Ornati con il contributo di Fabio Orlando Bernardini.

I numerosi e qualificati coautori hanno reso il volume davvero ricco e articolato, con spunti a 360°  gradi sul mondo del CRM e, come dice il titolo, anche oltre guardando al futuro.

Da parte mia  ho avuto il piacere di contribuire con il capitolo “Shopping on Go. Fenomeni emergenti sul cellulare”.

Potete tenervi infine aggiornati sui temi del libro grazie al sito www.oltreilcrm.it, al di là del fatto di aver contribuito alla scrittura mi sento di dire che si tratta di un’opera davvero ben fatta.

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