Buongiorno Romeo, tu sei stato per quattro anni station manager di Facoltà di Frequenza, la radio universitaria di Siena su cui hai da poco pubblicato un libro. Ci racconti in breve la storia della radio?

Facoltà di frequenza è il frutto di una sfida intrapresa dall’Università di Siena alla fine degli anni Novanta quando, in una fase di grande trasformazione del sistema universitario italiano, fu chiaro che la comunicazione (interna ed esterna) avrebbe dovuto svolgere un ruolo strategico. In questo clima di profondo cambiamento l’Ateneo senese ritenne opportuno dotarsi di una serie di strumenti tra cui la radio. Riflettendo in termini di comunicazione integrata, si intuì che il canale radiofonico avrebbe potuto avvicinare l’istituzione universitaria alla propria comunità e in questo senso l’esperienza consolidata dai campus anglosassoni sembrava incoraggiante. Oltre che informare gli studenti, i docenti e gli amministrativi sulle iniziative e attività promosse dall’Ateneo, la radio avrebbe potuto attivare un confronto più partecipativo all’interno della realtà universitaria e contribuire al radicamento nel territorio. Facoltà di frequenza – passata da notiziario di pochi minuti (nel ’99) a radio on line (nel 2000 su www.facoltadifrequenza.it) fino all’accesso nell’etere sui 99.4 – può considerarsi oggi un riferimento centrale per la comunità universitaria senese.

Quali sono le peculiarietà di una radio universitaria rispetto ad una privata o ad una comunitaria?

La radio universitaria non si propone di fare profitti e quindi non può essere equiparata a una emittente privata. Può invece essere assimilata a una radio comunitaria per la sua natura no profit, per il forte grado di coinvolgimento degli ascoltatori all’interno dei programmi, per una proposta di contenuti generalmente in sintonia con i bisogni della comunità a cui si rivolge. Va detto che l’etichetta “radio comunitaria” viene adoperata per indicare realtà molto differenti da paese a paese: in Italia essa si riferisce generalmente alle emittenti confessionali, alle radio di movimento e alle radio di partito; altrove, queste emittenti sono espressione di una minoranza etnica e linguistica e hanno il compito di veicolare i valori culturali che le sono propri. Detto questo le radio comunitarie si caratterizzano anche per una partecipazione diretta degli ascoltatori anche nella gestione, direzione e finanziamento di un’emittente, cosa che non appartiene – almeno per il momento – a una realtà come Facoltà di frequenza. A Siena, in altre parole, l’editore non è la comunità, ma l’Ateneo.

Facoltà di Frequenza è ancora oggi l’unica radio con un palinsesto giornaliero completo in Italia, perché secondo te queste esperienze stentano un pò? E quali sono le prospettive più interessanti per il futuro, anche considerando le nuove tecnologie?

Nell’ultimo anno, a dire il vero, gli atenei italiani hanno dimostrato un interesse più concreto verso le esperienze di radiofonia universitaria: a parte Siena, sono maturate realtà come Verona, Teramo, Padova e Trento. Ultimamente sono in corso delle sperimentazioni a Foggia e Catania, oltre che a Torino. A Roma si annunciano grandi novità in questo senso per il prossimo anno. Insomma, i segnali incoraggianti non mancano ed è vero che un coordinamento (di cui si sta discutendo già da alcune settimane) potrebbe sensibilizzare altre università a dar vita a nuove campus radio. Le tecnologie digitali, infine, potrebbero consentire un fitto scambio di contenuti e di esperienze, oltre che l’avvio di nuovi progetti (con il coinvolgimento di partner pubblici e privati anche in ambito europeo) che esalterebbero il potenziale didattico di questi laboratori di comunicazione.

Facoltà di Frequenza è una bella esperienza di comunicazione (pubblica), cosa ne pensi invece delle community e dei social network della comunicazione, come Comunitazione o Connecting-Managers? Quanto possono giovare a questo settore nel nostro paese?

Sono iniziative molto utili in quanto consentono a quanti vogliano lavorare nel mondo della comunicazione di potersi aggiornare, di aprirsi a nuove opportunità, di entrare in contatto con persone che nutrono interessi simili. La predisposizione a “fare network” è sempre più strategica nel nostro settore: certi risultati e certe ambizioni possono essere sostenuti infatti soltanto su questo terreno attraverso una competizione collaborativa.

Ciao, a presto e grazie per le tue risposte

Gianluigi Zarantonello

Annunci