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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Google Wave, Twitter e un mondo che comunica tanto, forse troppo!

Questo post parte dalla lettura di un articolo di Repubblica.it, dove si riportavano dei dati Nielsen che segnalano il sorpasso dei social media (301,5 milioni di frequentatori ad agosto) rispetto alle email (276,9 milioni).

Un dato sicuramente rilevante, tanto più che i social media non sono una semplice modalità push come le mail: i miei follower infatti sono aggiornati delle mie attività e di quelle dei miei contatti anche senza un invio da parte mia di un messaggio individuale.

Questa caratteristica è un’ottima possibilità per comunicare ma nasconde un problema: il rumore.

Ne ho scritto un po’ di tempo fa, davanti alla quantità enorme di messaggi che riceviamo, quanto ancora la nostra mente e la nostra attenzione saranno in grado di gestire questo bombardamento? Non c’è troppo chiasso?

Di sicuro è impossibile limitare l’espressione di ciascuno, anche perché nel totale di questi scambi c’è sempre una parte di contenuti che ci interessano.

Fermarsi all’uso di un solo strumento poi sembra piuttosto difficile perché, a parte forse Facebook, ogni social media ha una sua specializzazione (messaggio di testo, foto, video etc.).

Per questo motivo lo stesso Google Wave, che sto testando con grande interesse, potrebbe non essere ancora la risposta, pur offrendo un bellissimo (e non immediato) ambiente di comunicazione e condivisione utile per l’enterprise 2.0.


video tratto da www.bananaffair.it

Forse allora la soluzione sta in qualcosa che ancora non esiste, un web semantico in grado di farci avere, o creare, dei filtri che ci permettano in modo intelligente e dinamico di trovare quello che cerchiamo nel flusso di comunicazione, come per le merci della coda lunga.

immagine tratta da http://blogs.nesta.org.uk/

Voi che ne dite? E’ solo un problema di organizzazione e gestione dei contatti o anche secondo voi il prossimo futuro ci riserva dei nuovi strumenti di comunicazione, che siano una sintesi di ciò che già oggi esiste?

Buzz Marketing nei social media. Come scatenare il passaparola online

Buzz Marketing nei social media. Come scatenare il passaparola online è un libro di Dario Caiazzo, Andrea Colaianni, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero, edito da Fausto Lupetti nel 2009.

Come viene sottolineato nella prefazione di Diego Masi (presidente di Assocomunicazione) il libro nasce dall’esperienza lavorativa dei quattro autori, che con la loro agenzia sono stati tra i primi a lavorare in modo sistematico sul buzz marketing in Italia.

Il Buzz (o viral) marketing è una disciplina che nasce in un contesto che è ben spiegato all’interno del primo capitolo del libro: il pubblico cambia e il nuovo consumatore postmoderno cerca il dialogo con l’azienda (e con gli altri consumatori) attraverso una serie di siti e strumenti raccolti sotto il nome generico di web 2.0.

Una parte importante di queste tecniche è il WOM (Word of Mouth), ossia il passaparola già studiato negli anni ’60 da Lazarfeld nonché oggetto del secondo capitolo, tra buzz marketing e viral marketing. Oltre agli obiettivi e alle strategie viene anche dedicato uno spazio importante all’etica professionale che è molto importante in questo ambito, visto che il WOM da parte degli utenti dovrebbe essere spontaneo e sostanzialmente gratuito.

Altro aspetto, trattato nel capitolo tre, è il social media marketing, ossia l’attività volta a promuovere un sito o un prodotto attraverso l’utilizzo dei social network e degli altri social media, attività spesso trascurata dalle aziende per mancanza di competenze interne oltre che di tempo.
Non mancano qui i casi di studio di successo, sia a livello di attività di marketing sia per quanto attiene quel mondo particolare e affascinante che sono le brand communities.

Come spesso evidenziato anche in questo blog prima di agire è importante conoscere che cosa si dice di noi sulla rete, attraverso il monitoraggio della reputazione online, i cui principi ed i tool di riferimento sono descritti in dettaglio nel capitolo 5.

Infine il libro si chiude su di una panoramica interessante dedicata ai modi in cui il buzz online si lega e si integra con il passaparola off-line.

In conclusione Buzz Marketing nei social media è un libro interessante e concreto, che unisce  l’esperienza professionale degli autori a delle valide sintesi dei principali testi sul social media marketing, come L’Onda Anomala e La Coda Lunga.
Una lettura sicuramente consigliabile, specie per chi approccia per la prima volta questi temi.

Meglio inventare ogni volta la ruota o consegnare ad altri i propri utenti?

Eccomi qui a scrivere sul blog dopo un periodo di assenza dovuto all’ultimazione della nuova versione del sito istituzionale dell’azienda per cui lavoro.

Amleto
Un dubbio amletico: quale la scelta strategica più giusta?

In questo periodo ho avuto modo di accumulare diverse riflessioni, oggi ve ne propongo una che credo sia di una certa valenza strategica per un’azienda che vuole essere presente sul web: meglio creare propri servizi innovativi o usare gli strumenti offerti già fatti dai big della rete?

Nessuna delle due strade è giusta a priori e occorre fare una breve panoramica sulle due scelte.

Non è necessario inventare ogni volta la ruota
: sicuramente questa è l’argomentazione chiave per dire che, ad esempio, sviluppare uno strumento di video sharing aziendale o un social network proprio (con tutte le difficoltà del caso) è una fatica notevole e in molti casi inutile quando ci sono già servizi simili sulla rete, come YouTube e Facebook.
Loro hanno risorse e know how per migliorare i servizi (che sono il loro core business) nonché milioni di utenti già iscritti che frequentano i loro siti.

Non è logico consegnare ad altri il bene più prezioso di un sito, i suoi utenti registrati
: questo è invece l’argomento più significativo per dire che basare tutta la propria strategia su social media di terzi dove abbiamo una nostra pagina equivale a regalare a questi servizi le email e i lead in genere degli utenti. Ossia state lavorando per loro e non per voi stessi.

Trovo entrambe le cose vere e dunque la mia opinione è che ci vuole una scelta di equilibrio
: la vostra fan page su Facebook o i vostri Tweets nella maggior parte dei casi sono troppo difficili da replicare su piattaforme proprie ma devono invece essere un punto di contatto che vi consente di portare alla registrazione sul vostro sito degli utenti.
E’ inutile ambire a creare una vostra piattaforma dove potete sfruttare l’esistente ma dovete avere la lungimiranza di usare tutti questi strumenti come leve di marketing e fonti di contatti per sviluppare la vostra propria strategia sui vostri propri media.

Questo non esclude nemmeno l’adozione di piattaforme di social media marketing white label per creare circuiti propri dove convogliare chi avete ingaggiato sugli altri media ma credo che tale strategia, senza un’ampia distribuzione della propria azienda sul web, rischi di essere poco visibile e di attirare troppo pochi contatti.

In conclusione dunque il mio consiglio è di usare con intelligenza gli strumenti free esistenti per favorire i vostri siti proprietari e di non avventurarvi da zero nello sviluppo preferendo piuttosto soluzioni customizzabili e brandizzabili fatte da esperti del settore.

Voi che cosa ne dite?

Aziende e social media: sarà vero amore (e vero successo)?

E’ innegabile che ormai nell’immaginario collettivo i siti e gli strumenti del web 2.0 sono diventati dei media a tutti gli effetti e per tale ragione sono sempre più corteggiati dai marketing manager.

I dati che vengono dalle ricerche che riguardano gli USA sono significativi: secondo l’indagine “Social Media: Embracing the Opportunities, Averting the Risks” (di Russell Herder e Ethos Business Law, sondaggio realizzato a luglio di quest’anno) 8 su 10 degli uomini di marketing attribuiscono ai social network un ruolo importante per il potenziamento del brand, oltre che per il recruiting e il customer care.

Anche gli investimenti in advertising si muovono di conseguenza e, secondo uno studio di comScore, i siti di social media hanno rappresentato il 21,1% della distribuzione di inserzioni nel web Usa a luglio (anche se la raccolta è molto concentrata su MySpace e Facebook, con oltre l’80% del mercato).

D’altronde l’ultima indagine semestrale Nielsen (oltre 25.000 consumatori di 50 Paesi del mondo), evidenzia che il 90% dei consumatori internet si fida dei consigli di persone che conoscono e il 70% crede alle opinioni dei consumatori pubblicate online.


Tutto bene dunque? Sì ma con dei distinguo.

Il primo aspetto riguarda l’effettiva fiducia che i consumatori hanno nei brand attivi nei social media: nello studio “Women & Brands Online: ‘The Digital Disconnect” il 52% delle 1.000 donne intervistate diventa amica o almeno fan di un brand nei social network, l’83% comunque si sente “neutrale” o “negativa” al rispetto al marchio. Il 75% poi dice di non essere influenzata da canali di social networking per l’acquisto di prodotti e servizi.

Inoltre io sono sempre scettico nella pubblicità in quanto tale sui social media, alla quale preferisco un linguaggio e degli strumenti più di stampo dialogico.

Infine non dimentichiamo che gli iscritti ai social media non sono registrati al nostro sito e non diventano lead per il nostro database, per cui di fatto contribuiamo alla crescita altrui.

Dal mio punto di vista dunque i social media sono un’estensione importante del brand e permettono di contattare nuovi prospect per iniziare un dialogo con loro ma alla fine devono riportare sulle pagine di proprietà dell’azienda.
Non ha senso creare infatti un social network proprio o un nuovo Twitter brandizzato se si può sfruttare l’enorme bacino di questi siti ma le rendini le si deve tenere in azienda con una corretta impostazione strategica e servendosi dei social media (non servendo loro).

E voi che ne dite?

E-mail marketing. Strategie e tecniche efficaci per fare business

E-mail marketing. Strategie e tecniche efficaci per fare business è un libro di Nazzareno Gorni e Marco Maglio edito da Hoepli nel 2009.

Il libro si pone come una guida completa al mondo dell’e-mail marketing, che è molto più articolato e complesso di quanto si pensi dall’esterno, conciliando l’anima tecnologia e di marketing di Gorni con quella giuridico-legale di Maglio.
Tutto il volume infatti si snoda tra inserti di marketing e ricerca tecnologica in ambiti legali e viceversa, fornendo sempre un quadro organico di tutti gli argomenti.

L’introduzione del libro permette fin da subito a chi non sia del settore di inquadrare quali sono i vari tipi di e-mail (personali, transazionali, pubblicitarie) e introduce immediatamente la differenza sostanziale fra fare marketing su liste proprie e su liste acquistate.
Non manca un accenno alla messaggistica e alle e-mail che viaggiano all’interno del web 2.0 e dei social network, oggi sempre più importanti in termini di volumi ed effetti.

Alla luce di questa classificazione gli autori espongono quali sono le caratteristiche e il manifesto di quello che loro definiscono E-mail Marketing 2.0, di cui in estrema (e incompleta) sintesi posso citare: attenzione alla relazione, invii personalizzati nella frequenza e nei contenuti, profilazione e approccio one-to-one.
In particolare si fa riferimento alla “risonanza marketing”, concetto mutuato dalla fisica, che in sostanza dice che se un cliente viene sollecitato con la frequenza e gli stimoli giusti si avrà alla fine una credibilità aziendale che si tradurrà in energia positiva nei confronti della nostra comunicazione.

Il capitolo successivo si occupa invece di come si costruisce una lista di indirizzi, affrontando lo spinoso tema delle liste acquistate che spesso espongono a rischi per la reputazione e blocchi da parte dei sistemi antispam degli ISP.

Segue poi una dettagliata trattazione della legge sulla Privacy, importante strumento di tutela che però talvolta diventa fonte di fraintendimenti e problemi anche per chi agisce in buona fede.
Per questo l’ampio inserto legale di questo capitolo può essere molto utile come mezzo di orientamento per i meno esperti della materia.
Il capitolo quinto inoltre rinforza il quadro normativo con le regole su e-commerce, pubblicità e concorsi per districarsi in una normativa non sempre al passo con i tempi.

La trattazione ritorna poi su termini di marketing e di tecnica illustrando le regole per la creazione di un messaggio efficace, in cui anche i più piccoli dettagli concorrono al successo: mittente, oggetto, uso delle immagini, uso dei link, costruzione dell’HTML, header e footer. E’ importante dire che oltre all’aspetto di comunicazione in senso stretto tutti questi fattori concorrono al corretto recapito del nostro messaggio.

Il tema della deliverability infatti è cruciale, tanto che gli autori vi dedicano un lungo settimo capitolo dove in alcuni tratti si entra anche in aspetti piuttosto tecnici, spiegati però sempre con chiarezza, utili a valutare le performance dei sistemi di e-mail marketing in nostro possesso.
Non è possibile qui riassumere tutto il know how espresso in tale capitolo, basti solo dire comunque che inviare migliaia di e-mail non è affatto difficile, farle arrivare invece sì.

Come scegliere un prodotto adatto alle proprie esigenze alla luce di quanto detto più sopra? E questo il tema che viene affrontato (in chiave generale, senza confrontare singoli prodotti) dall’ottavo capitolo. Infatti non tutte le soluzioni sono di uguale livello e anche le formule di pricing di fatto variano e ciascuna è adatta a diversi tipi di esigenze e di business, per cui bisogna sapere scegliere.

Uno degli aspetti più attraenti del fare marketing via e-mail è senza dubbio la misurabilità, come per tutte le statistiche web però bisogna trovare il tempo di analizzare i dati e saperli leggere con competenza, cosa che è meno banale di quando sembri (a tale proposito ho scritto qualche tempo fa in questo post). Il capitolo nono del libro di Gorni e Maglio in tal senso sarà di notevole aiuto, come d’altronde il glossario dei termini tecnici a fine libro.

Infine l’ultimo capitolo si spinge verso il futuro, parlando di come fare business con le e-mail automatiche, ossia tutte quelle comunicazioni che partono in base a regole, scadenze e altri parametri predefiniti senza un intervento diretto da parte di chi gestisce le liste e il software. Lascio alla vostra lettura la scoperta delle notevolissime opportunità che si aprono in questo campo.

In conclusione il libro di Gorni e Magli è davvero una guida preziosa e organica per entrare nel mondo dell’e-mail marketing e per approfondirlo qualora si usino già strumenti di questo tipo.
Tutti gli argomenti sono spiegati in modo chiaro ma esauriente, grazie alla competenza di chi questi temi li affronta davvero ogni giorno nella propria professione. I due autori inoltre sono membri di gruppi di lavoro specifici che a livello nazionale e internazionale definiscono le linee guida per un corretto uso di questo potente canale di comunicazione e ciò dà un notevole valore aggiunto alle parti in cui si parla di regole e buone pratiche.

La vostra azienda è ben distribuita sul web?

Credo che per molti non sia ancora evidente, tuttavia i navigatori sempre fruiscono il web con una modalità che non è più quella della navigazione sequenziale all’interno di una serie di siti preferiti.
I feed rss, i servizi di aggregazione come iGoogle e Netvibes, applicazioni come i widget e le web slice sono una prova del fatto che per far fronte alla quantità di informazioni che viaggiano su Internet gli utenti cercano sempre più di costruirsi selezioni personalizzate di web da consultare in un unico luogo quando meglio credono.

Che cosa implica questa tendenza per l’azienda che comunica in rete? Beh, vuol dire innanzitutto che occorre far sì che il proprio sito sia esportabile e importabile, per la parte di frequente aggiornamento, su sistemi di questo genere.
Lo strumento più semplice (eppure ancora poco noto) sono i feed rss, vero lasciapassare per ogni tipo di contenuto, per poi arrivare a cose più sofisticate, basate ad esempio su API.

Questo essere distribuiti però implica un’altra consapevolezza: i contenuti devono partire da questi aggregatori ma devono poi ritornare all’ovile, ossia al nostro sito web, senza consegnare preziosi lead a terze parti.
Se infatti investite tutto sull’integrazione con i social network (tipicamente Facebook), con l’idea di creare una forte fan community, dovete ricordare che se tutto il vostro contenuto sarà fruito all’interno un sito terzo sarà esso a registrare i profili dei clienti, e non voi, nonostante sia vostro lo sforzo maggiore per costruire i contenuti.

E allora? Secondo me le aziende dovranno essere sempre più in grado di aprire dei punti di contatto, rendendosi abbastanza rilevanti e interessanti da guadagnarsi uno spazio nel sistema di aggregazione del cliente, per poi riportare nei propri domini gli utenti, possibilmente registrandoli.

Il contenuto reso esportabile dunque dovrà essere un assaggio chiaro ma non esaustivo, che deve essere completato visitando il sito o un altro servizio web aziendale. Dovrà essere ben visibile nelle pagine aziendali e avrà più efficacia se sarà già accompagnato da bottoni (forniti gratuitamente dai vari servizi) che ne permettono velocemente l’aggiunta e/o lo sharing sulle maggiori piattaforme.

Naturalmente anche il contenuto dovrà essere di qualità e frequentemente aggiornato, per meritarsi un posto di riguardo nella mente e nel browser del cliente, e più material sarà disponibile e maggiore sarà la possibilità di innescare quegli effetti di coda lunga di cui ho già parlato in passato.

Ancora una volta la tecnologia è semplice e spesso gratuita ma deve essere scelta, a valle dell’analisi, con un approccio strategico e con una reale volontà di usarla in modo aperto e possibilmente dialogico.
Insomma le macchine sono pronte, devono esserlo gli uomini.

I vostri secondo voi lo sono?

Perché i miei clienti non parlano con me?

Nelle scorse settimane ho toccato velocemente in due post i temi del corporate blog e dell’uso di Twitter come strumento di marketing.
Queste tecnologie, come altri strumenti propri del web 2.0, incutono sicuramente timore nel management in quanto comportano una cessione di parte del controllo della comunicazione che passa all’utente.

Non ritornerò in questa sede ai motivi per cui tale paura va superata (a patto che a monte vi sia una reale visione e analisi strategica), vi rimando ad un mio post precedente sul tema.

Qui invece vorrei dare un’occhiata all’altra faccia della medaglia, che cosa pensare se dopo aver varato un progetto di Internet collaborativi i miei utenti e/o clienti non vi partecipano?

E’ sicuramente una situazione realmente accaduta a molte realtà e che di solito è il colpo finale alle ambizioni dell’azienda, mentre i navigatori continuano a parlare del brand altrove (o non lo fanno del tutto).

Alcune brevi considerazioni:

1)    Non sopravvalutate la vostra notorietà e l’interesse che generate in rete: vi sono molti marchi di un certo rilievo che ad un attento monitoraggio della loro reputazione online risultano poco presenti nelle conversazioni degli utenti. Ciò non deve bloccare ma permette di capire che va fatto un lavoro maggiore di inserimento del brand nel web 2.0, capendo al meglio quali strumenti usano i nostri clienti quando si parlano (d’altro) fra loro.
2)    Date agli utenti una ragione per interagire: sappiate che anche nel web 2.0 l’utente è pigro e solo una minima parte dei navigatori interagisce davvero attivamente, a patto che trovi una ragione motivante per farlo da voi e non su mille altri servizi.
3)    Ponetevi in una mentalità dialogica e aperta: non stroncate troppo bruscamente le critiche senza prima interagire e lasciate spazio alle risposte degli utenti.
4)    Andate per gradi e sperimentate mezzi e linguaggi: trovare il tuning non è facile e bruciare subito grandi risorse vuol dire uccidere i progetti futuri.
5)   Incoraggiate e valorizzate l’apporto dei clienti attivi, facendone degli opinion leader rispettati nella vostra rete.

In generale mi sento di dire una cosa molto semplice e apparentemente ovvia, non tutti brand sono adatti a tutti mezzi, in alcuni casi il dialogo sarà più vivace e in altri invece sarà limitato a qualche commento/votazione.
Quello che fa davvero la differenza però è la mentalità aziendale e la volontà di ascoltare davvero che cosa si dice, senza voler fare pura comunicazione unidirezionale parlando sopra la conversazione.
Se l’approccio è giusto anche un piccolo progetto si rivelerà prezioso e apprezzato dai navigatori, in caso contrario i mezzi finanziari potranno ben poco.

Come al solito commenti e considerazioni sono ben gradite.

L’evoluzione del Social Web, dallo sharing al (futuro?) social commerce

Grazie a Domenico Nardone e al sempre aggiornato blog Social Media Marketing sono venuto a conoscenza di un bel white paper di Jeremiah Owyang, social media anlalyst di Forrester, che prova a descrivere le fasi storiche del Social Web presente e futuro.

Owyang ipotizza 5 fasi in parte sovrapposte fra loro in termini temporali e comunque non consequenziali cronologicamente:

1) Era of Social Relationships: Le persone si connettono e fanno sharing
2) Era of Social Functionality: I social network diventano delle vere proprie piattaforme, quasi dei sistemi operativi online su cui tutto si innesta
3) Era of Social Colonization: Tutte le esperienze in rete possono ora essere a carattere sociale
4) Era of Social Context: I contenuti diventano accurati e totalmente personalizzati
5) Era of Social Commerce: I nuovi prodotti e servizi nascono e vengono definiti all’interno delle communities.

Noi dove siamo oggi? Difficile porre dei confini ma sicuramente la prima era ormai è maturata e la seconda è qualcosa di molto prossimo alla realtà dei maggiori utilizzatori di internet.

Per quanto riguarda le altre tre io credo che da molte parti se ne colgano le anticipazioni ed i fermenti e dunque le aziende realmente attente ai propri clienti farebbero bene a iniziare ad attrezzarsi.

Come? Owyang suggerisce alcune linee guida, di cui in parte anche io ho parlato recentemente su questo blog:

• Don’t Hesitate: I cambiamenti sono rapidissimi e non bisogna aspettare che siano gli altri a fare la prima mossa. Siate preparati tramite l’ascolto delle conversazioni che si svolgono sulla rete.
• Prepare For Transparency: Le persone commenteranno i vostri prodotti e li recesiranno che lo vogliate o meno e spesso i consumatori ne sapranno più di voi, per cui non potrete barare.
Connect with Advocates: focalizzatevi sui clienti più fedeli, saranno vostri difensori in caso di controversie (e sono molto più ascoltati di voi dagli altri clienti).
• Evolve your Enterprise Systems: I software aziendali, CRM e CMS in primis, vanno adeguati al nuovo paradigma con più funzioni social e con la massima apertura all’esterno.
• Shatter your Corporate Website: Il vostro sito sarà sempre più scomposto e distribuito dagli utenti sui social media. Meglio essere preparati.

E voi cosa ne pensate?

Comunicare nella “nuvola d’informazione”

Ho letto recentemente su NC un bell’articolo dove Massimo Giordani, ceo di Time&Mind, esprimeva un concetto molto interessante, quello di information cloud.

In sostanza oggi tutti noi saremmo immersi in una nuvola di informazioni e conoscenze, basate sulla rete, accessibile in qualsiasi momento grazie ai pc, alle connessioni mobili, al wi-fi, agli smartphone.

Una porta su cui si innesta un sesto senso digitale, non sempre percepito esplicitamente, che fa sì che un qualsiasi digital native (coloro che sono nati dopo la diffusione del web) trovi naturale e automatico ricercare informazioni e contatti online in ogni momento, con vari device.

Che cosa implica questo?

La presenza sul web è indispensabile per comunicare con il cliente ma non sarà presto più sufficiente: bisognerà essere in grado di essere reperibili e, soprattutto, fruibili sui device più diversi: desktop (widget), mobile (sito .mobi), aggregatori (feed rss, webslice), social netowork e siti di social sharing.

Dunque sarà necessario concenpire siti e strumenti online in grado di essere flssibili, portabili, adattabili senza perdere l’esperienza e l’engagement del web tradizionale. E con gli stessi contenuti.

Questa sfida richiede competenze sempre più specifiche all’interno dell’azienda e un lavoro di progettazione attento e con una visione di lungo periodo. Se saprete investire un po’ tempo e risorse in più all’inizio però avrete la possibilità di sviluppare la vostra comunicazione e i vostri servizi in modo semplice e relativamente economico, su tutti i nuovi media che si presenteranno.

Senza riprogettare ogni volta e con una forte componente di automatismo negli aggiornamenti dei vari device.

Ne sentirete ancora parlare, voi vi state preparando? Che ne pensate?

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