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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

Blog in azienda

Blog in azienda è un libro di Debbie Weil uscito nella versione italiana nel 2007 nella collana Marketing&Vendite di ETAS.

Il tema trattato è piuttosto nuovo, soprattutto per il pubblico italiano, e riguarda il mondo dei corporate blog e, più in generale, degli utilizzi possibili che un’azienda può fare dello strumento blog.

Infatti questi siti web, nati come diario o punto di discussione su argomenti di varia natura, stanno diventando progressivamente un nuovo strumento di marketing e di comunicazione che le aziende possono utilizzare per dialogare con clienti, utilizzatori e collaboratori.

Il libro dunque vuole essere in più primo luogo una guida non tecnica a questo mondo per permettere a chiunque sia interessato a questo settore di poter avviare un blog aziendale.

Prima di tutto l’autrice affronta le principali paure che le aziende hanno rispetto a questi canali, tute riconducibili in ultima analisi al timore di perdere il controllo della comunicazione e di dover fronteggiare dialoghi e temi scomodi direttamente da pagine con il loro logo o comunque a loro riconducibili.

Preoccupazioni lecite che però vengono confutate dalla Weil semplicemente dicendo che se non è l’azienda ad aprire un dialogo con i propri pubblici saranno questi ultimi a farlo in modo autonomo su altri canali, tagliando fuori dalle conversazioni l’impresa che in molti casi non sarà nemmeno consapevole della loro esistenza.

Fare blogging dunque implica sicuramente cedere una parte del controllo sulla comunicazione ma probabilmente non farlo ha un esito ancora peggiore.

L’autrice passa poi ai temi relativi al linguaggio, alla stile di comunicazione, alle policy che vanno stabilite e a tutti gli aspetti pratici che riguardano di cosa si può parlare e di cosa no.

Qui a volte le argomentazioni sono un po’ vaghe ma questo si può attribuire anche alla novità di questo mondo, non ancora dotato di standard precisi.

Infine vengono presentati anche alcuni aspetti basilari della tecnologia ed un glossario di termini utili che il neofita può utilizzare per cominciare a muoversi nella blogosfera.

L’aspetto sicuramente più interessante del libro è la concretezza, basata sull’uso massiccio di case history reali che permettono di toccare con mano quelle che le aziende più aperte già fanno.

In particolare il contesto di riferimento è il mondo americano, sicuramente più evoluto in tal senso, che può essere d’esempio, con le dovute varianti culturali anche per il resto del mondo.

Non manca inoltre una breve postfazione all’edizione italiana a proposito della situazione di casa nostra.

Nel complesso dunque il libro, anche se a volte dà risposte un po’ vaghe e poco convincenti ad alcune problematiche, è una guida sicuramente interessante ad uno strumento che nel prossimo futuro sarà davvero difficile eludere o ignorare per le imprese, anche quelle italiane.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Blog in azienda
Autore: D. Weil
Editore: ETAS Libri
Collana: Marketing e Vendite
ISBN: 9788845314094
Anno: 2007
pp. XVI+224
20,00 Euro

I prosumer, quando è il consumatore che crea il prodotto

Second Life nell’ultimo anno e mezzo ha suscitato commenti di tutti tipi, nel bene e nel male, ma forse pochi hanno visto in questo ambiente virtuale un’espressione di quella che sarà sempre più una realtà centrale nel marketing e nell’ideazione del prodotto: i prosumer.

Citato per la prima volta da Alvin Toffler nel suo libro The Third Wave nel 1980, il termine prosumer indica la natura ibrida di queste figure, a metà fra il consumatore di un prodotto ed il creatore dello stesso, con un confine sempre più labile fra i due mondi.

Anche se Second Life non è un prodotto tangibile non si può fare a meno di osservare che il suo sviluppo è diverso da quello dei tradizionali giochi multiplayer online: qui infatti non c’è uno storyboard creato da pochi cui gli altri si devono adattare ma tutto nasce dal lavoro creativo dei suoi ‘abitanti’.

Certo si tratta di un esempio particolare ma, come viene ben illustrato nel libro Wikinomics di Tapscott e Williams, non è una situazione isolata né si può ricondurre alla semplice personalizzazione del prodotto che sta alla base dei vecchi approcci customer centric del marketing.

I prosumer infatti contribuiscono alla creazione del prodotto in maniera radicale, scoprendone nuovi usi e modificandolo anche profondamente, con o senza il consenso di chi lo produce.

Oggi questi fenomeni, noti già da tempo, assumono però una forza molto più dirompente grazie al web collaborativo che permette a grandi community di appassionati di scambiarsi esperienze e idee accelerando lo sviluppo delle varianti e delle novità.

C’è chi ha imparato presto a creare valore da questo fenomeno. La Lego ad esempio, dopo i primi tempi in cui diffidava le community dal continuare nella modifica del suo software della serie Mindstorm, ha capito quale poteva essere il valore di questo contributo ideativo (che per altro non accennava a fermarsi).

Oggi dunque gli utenti possono scaricare gratuitamente un kit di sviluppo software dal sito mindstorms.lego.com e poi possono ripubblicare le proprie creazioni con le relative specifiche, dando alla Lego suggerimenti e idee cui il suo team di R&S non avrebbe probabilmente mai pensato.

Va detto anche che il ‘prosumo’ non è privo di difficoltà per le aziende: c’è chi ad esempio ha costruito volutamente un sistema chiuso (Ad es. apple con l’Ipod) in cui il business si fonda anche sull’obbligo di usare le piattaforme proprietarie (ad es. Itunes) per usare il prodotto.

In questo tipo di architettura non è facile pensare di dare dei kit aperti agli utenti per favorire le modifiche del prodotto, d’altra parte i più esperti riescono comunque a fare delle modifiche e l’azienda di Steve Jobs fatica a scoraggiare apertamente gli utenti più appassionati dell’Ipod da questo utilizzo.

Dunque Apple per ora tace e studia il comportamento degli utenti per capire cosa fare in futuro.

Qui in effetti si colloca il ‘dilemma del prosumo’: aprirsi e rischiare di cannibalizzare il proprio business o chiudersi rovinando la propria reputazione e rallentando lo sviluppo dei propri prodotti?

E per quanto si potrà rimanere arroccati su posizioni difensive man mano che le nuove generazioni diventano sempre più esperte di tecnologia e hanno un ecosistema online sempre più grande dove parlarsi e confrontarsi?

Probabilmente dunque le aziende in un prossimo futuro dovranno confrontarsi sempre più spesso con questa situazione e per farlo in modo produttivo dovranno evolvere la propria cultura, accettando di perdere una parte del controllo sui propri prodotti piuttosto che far andare via i clienti, che invece dovranno poter accedere a kit di sviluppo per agire sui beni, volutamente modulari, in ambienti di lavoro e di collaborazione.

In questa ottica il cliente andrà trattato sempre più da pari in quanto una parte del valore sarà creato da lui e, anche se il vantaggio maggiore sarà per l’impresa che orchestra queste comunità, dovrà essere retribuito al di là della migliore esperienza di prodotto che sperimenterà (la Lego ha assunto per 11 mesi i migliori sviluppatori per contribuire alla creazione di alcune novità).

Non sono scelte facili ma i vantaggi che un approccio aperto possono portare allo sviluppo di un prodotto dovranno, prima o dopo, far riflettere tutti sull’opportunità di adottarle, prima che sia tardi.

Gianluigi Zarantonello

Wikinomics

Wikinomics. La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo è un libro di Don Tapscott e Anthony D. Williams pubblicato nella versione italiana nel 2007 da Etas Libri.

Il titolo ed il sottotitolo lasciano pochi dubbi su quale sia l’argomento in questione. Gli autori infatti, partendo dalla fortunata esperienza di Wikipedia, affrontano il tema del lavoro collaborativo attraverso i nuovi strumenti tecnologici.

Non si tratta assolutamente di un libro a carattere teorico né di un saggio di taglio sociologico, nel testo infatti si parla di business e di come il mondo, specie quello economico, stia cambiando sotto la spinta di un nuovo modo di collaborare, con nuovi meccanismi di creazione di valore e innovazione.

La nuova collaborazione di massa. la Wikinomics appunto, secondo Tapscott e Williams si basa su quattro principi: l’apertura, il peering, la condivisione e l’azione globale.

L’apertura comporta un cambiamento culturale tale per cui le imprese stanno iniziando ad avere confini “porosi” e sempre meno certi, aprendosi al bacino globale di intelligenze e conoscenze al di fuori delle proprie mura che necessariamente sono più numerose di quelle interne.

Per questo le aziende stanno rilasciando verso l’esterno un numero sempre maggiore di informazioni un tempo riservate, in modo tale che più persone possibili tra partner, fornitori, scienziati, studenti le possano utilizzare per contribuire alla creazione del valore.

Il peering indica quella forma di organizzazione autonoma che porta le persone ad aggregarsi in in gruppi e comunità che si scambiano materiali che poi possono essere rivisti e migliorati continuamente da tutti i partecipanti e che poi sono rimessi continuamente in circolo per nuovi sviluppi.

Un caso celebre è quello di Linux, il sistema operativo continuamente implementato e sviluppato da centinaia di programmatori sparsi in tutto il mondo ma nel libro ve ne sono molti altri.

La condivisione poi prevede che le imprese mettano a disposizione di un “ecosistema” di persone ed altre imprese parte del loro patrimonio intellettuale in modo che tali conoscenze possano essere sviluppate a ritmi molto più rapidi e che tutti quindi possano avvantaggiarsene in un processo win-win.

L’azione globale infine implica che in un mondo dove i confini geografici sono annullati dalla tecnologia le aziende devono imparare ad attingere ad un bacino di talenti e fornitori sempre più vasto e al di là dei tradizionali confini culturali, disciplinari e organizzativi.

Si tratta di spunti molto forti che però potrebbero sembrare anche poco attuabili.

Il merito del libro invece nei capitoli successivi a quello introduttivo è quello di mostrare con esempi concreti e case-history che questo processo sta già avvenendo e non riguarda solo il mondo di internet.

Per fare solo alcuni esempi la BMW oggi si concentra solo alcune competenze quali l’elettronica e l’esperienza di guida mentre il 70% (!) della progettazione e realizzazione dell’auto avviene per opera di fornitori e partner integrati con la casa madre.

Ancora, l’industria cinese delle motociclette attraverso i meccanismi della peer production e della condivisione è già oggi la più grande del mondo grazie ad una rete di imprese che collaborano dinamicamente fra loro riducendo enormemente i tempi di sviluppo.

Infine grandi aziende come Procter&Gamble utilizzano attivamente dei marketplace virtuali dove da un lato chiedono alla comunità soluzione a specifici problemi e dall’altra offrono soluzioni tecnologiche da loro inutilizzate per ricavarne utili con le licenze.

Gli esempi del libro sono molti di più ma il concetto centrale è già chiaro da quanto citato sopra: esiste ormai un nuovo modo di sviluppare una collaborazione di massa che sta rivedendo la modalità di creazione del valore in tutti i settori e che necessità di una nuova cultura organizzativa in cui l’impresa non è un mondo chiuso ma è parte di un meccanismo aperto e poroso di condivisione e scambio.

Non è una profezia bensì una realtà che si è già concretizzata, per questo Wikinomics è una lettura davvero interessante, per tutti.

Gianluigi Zarantonello

SCHEDA DE LIBRO

Autori: Don Tapscott, Anthony D. Williams

Editore: ETAS Libri

ISBN: 9788845313844

Anno: 2007
Pagine: XVI+384

Prezzo: 20,00 Euro

Il web 2.0 e i professionisti della comunicazione

Ormai si parla con insistenza del Web 2.0, nel quale la partecipazione degli utenti ha reso difficile distinguere fra chi è produttore di contenuto e chi spettatore, tanto che il Time ha dedicato ai blogger e a tutti coloro che scrivono e vivono in rete la sua copertina con il titolo di uomo dell’anno.

Per chi come me ha iniziato a lavorare fin dal 2002, proprio con Comunitazione.it, su community e siti dove erano gli utenti a produrre gran parte del contenuto tutto ciò è fonte di una certa soddisfazione, a dispetto di chi allora non credeva in queste cose. Proprio però perché frequento da tempo questi ambiti non posso fare ameno di notare come tutto questo sia una grande fonte di complessità e ponga notevoli problemi agli operatori della rete e della comunicazione in genere.

Come si può infatti porre dei confini a questo mondo frenetico e magmatico? Chi a questo punto ha il dovere e l’onere del controllo? Dove finisce il professionista ed inizia il semplice appassionato?

E ancora, non dimentichiamoci che esiste un motivo per cui i motori di ricerca sono da sempre la seconda applicazione in rete dopo la posta elettronica: l’overload di informazioni.

Per questo il fatto che tutti si possano scambiare a grande velocità informazioni attraverso sistemi veloci e quasi automatici, come ad esempio i feed rss, e che i video dei telegiornali a volte siano anticipati e propagati da You Tube crea nuove sfide, moltiplicando e riflettendo all’infinito l’informazione, intesa in senso ampio.

Nello specifico questa velocità richiede nuovi professionisti che conoscano questi meccanismi e sappiano selezionare in questo mare in tempesta l’informazione, il dato, la notizia che serve di volta in volta a quella esigenza cui sono chiamati a rispondere.

Ad una velocità superiore ai concorrenti.

Un po’ giornalisti e un po’ informatici con un pizzico di spirito manageriale i nuovi protagonisti della rete, del futuro web 3.0 o come altro si chiamerà, saranno coloro che riusciranno a governare e guidare le migliaia di fonti senza però reprimere la forza creativa di chi le produce.

In parte ciò è una rivincita dell’uomo e del suo discernimento, non c’è infatti motore di ricerca semantico che possieda la ricchezza del pensiero umano.

Per questo il nuovo professionista del web dovrà conoscere al meglio gli strumenti della ricerca, indispensabili per fare fronte alle quantità, ma poi dovrà sapere distinguere con la propria testa e capire cosa ha davanti.

Non è una sfida semplice ma proprio per questo è quanto mai accattivante…

Gianluigi Zarantonello

Viaggiare senza barriere sul web

L’accoglienza turistica e i servizi rivolti ad anziani, a persone diversamente abili o con esigenze speciali stanno assumendo sempre maggiore rilevanza, non solo sul piano della solidarietà e del progresso sociale, ma anche dal punto di vista squisitamente economico. In un censimento effettuato dal Ministero dell’Industria (Direzione Generale del Turismo) e dall’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente), le cifre parlano infatti di un ‘mercato’ potenziale di oltre tre milioni di turisti italiani (il 10% del totale dei turisti di casa nostra) a cui tuttavia aggiungere i tantissimi stranieri. (fonte DM 148).

Intervistiamo Stefania Marson responsabile del progetto No Barrier (www.nobarrier.it) e specialista del settore.

Cosa manca all’Italia per essere coerente con le politiche Europee sul turismo accessibile?: Direi un maggiore impegno trasversale per la modifica di tutte le norme che non tengono conto delle barriere fisiche e mentali, nonché la verifica sulla corretta applicazione delle norme già esistenti che spesso, pur tenendo conto dei bisogni specifici di ognuno, non vengono rispettate da chi dovrebbe fornire il bene o il servizio in questione .Questo dovrebbe garantire a tutti il diritto ad una vita indipendente, cioè una reale autonomia nelle grandi e piccole decisioni riguardanti la propria quotidianità e anche relativamente ai viaggi.

Le sembra che in Italia manchino strutture in grado di ospitare la disabilità?

In realtà molti si sono adeguati con interesse a questa fascia di viaggiatori. Per esempio in Alto Adige le strutture d’accoglienza turistica adatte a persone con disabilità motoriee non solo risultano essere almeno 300. Il vero problema è garantire che l’accesso non sia frutto di soluzioni architettoniche dettata solo dal buon senso, ma sia aderente alle reali esigenze di questi viaggiatori. Molti ci comunicano di restare delusi dalla scelta di un albergo che in guide e materiale informativo si definisce accreditato per garantire l’accessibilità. Poi si scoprono scale, gradini, ascensori troppo piccoli, superfici dei pavimenti non idonee ecc.

Pensa che sia frutto di una cattiva informazione?

La mia esperienza di vita e professionale mi dice che operatori di turismo sociale non ci si può inventare. Sono molte le iniziative in tal senso, ma non sono sempre supportate da una struttura organizzativa professionale che conosce il turismo e conosce le necessità dei viaggiatori o sono sporadiche e legate a iniziative e/o contributi spot fine a sé stessi , senza una programmazione autonoma a lungo termine.

Oltre ad occuparmi di vacanze accessibili definite “normali” il mio lavoro per esempio è rendere fruibile e senza barriere anche un’attività che si definisca singolare.

Quale sono le attività più singolari che ha curato in questo settore ?

Abbiamo curato viaggi in Lapponia con una cosiddetta Ice Experience nella quale la persona diversamente abile può sperimentare anche attività avventurose come , per esempio,itinerari con le slitte trainate dai cani. Abbiamo in programmazione crociere a vela con barche adattate o soggiorni legati ad esperienze subacquee per tutti, per vivere il mare in modo più coinvolgente.Moltissime destinazioni e attività con l’organizzazione tecnica adeguata e lo spirito giusto sono accessibilissime a tutti.

Cosa possono fare coloro che intendono conoscere queste opportunità di viaggio?

Sicuramente visitare il sito del progetto NO BARRIER (www.nobarrier.it) scambiando con noi informazioni utili su tutto ciò che è turismo sociale. Il sito offre anche una serie di aggiornamenti su argomenti importanti per chi vuole viaggiare senza barriere.

Gianluigi Zarantonello

Il click fraud e l’auditing sul pay-per-click.

Articolo a cura di Giovanni Quaglino
Marketing Manager – SitoVivo S.r.l.

Il click fraud si sta rilevando uno dei fenomeni più incisivi sulle dinamiche di redditività degli investimenti pubblicitari online. Recentemente un’approfondita ricerca  realizzata da ClickForensic™ ha rivelato un incremento generalizzato del fenomeno a livello mondiale, individuando nel 15% l’impatto medio dei click fraudolenti sul totale del fatturato di settore, con un aumento di oltre 20 punti percentuali rispetto a soli 12 mesi fa.

Va tuttavia considerato che su alcuni settori ad alto tasso di competitività tra gli inserzionisti (come quello turistico o dei servizi web), i valori rilevati di Click Fraud salgono drasticamente, abbattendo così in modo netto il ROI atteso sulle campagne.

Le responsabilità del Click Fraud sono da attribuire a diverse fonti:
● Click robots
● Competitors dell’inserzionista
● Reti di contenuto, cioè partner dei fornitori del servizio adv
e benchè i controlli di Click Fraud Detection si stiano via via affinando, gli escamotage utilizzati dai Click Frauders sono sempre più efficaci (sostituzione dell’indirizzo IP successivamente al click, attesa del tempo di default del fornitore prima del click successivo, etc …).

Vanno dunque adottate strategie apposite e strumenti dedicati per verificare in maniera sistematica il Click Fraud sui propri investimenti pubblicitari online. Dotare il proprio sistema di tracciamento di statistiche individuali, verificare i trend di traffico e di conversione, seguire gli 8 principi del Click Quality Council e disporre di una reportistica indipendente nel caso in cui si riscontri click fraud sui propri annunci sono alcune delle azioni richieste ai web marketing manager per marginare questo rischio.

Le statistiche individuali ottenute tramite “cookie”, “IP” e “associazione anagrafica” consentono infatti di tracciare il comportamento del singolo visitatore, permettendo così di verificare in maniera dettagliata eventuali fenomeni di Traffico Anomalo attraverso l’analisi diacronica dei trend di traffico sui click a pagamento.
Anche la verifica sui tassi di conversion dei diversi canali può costituire un indice abbastanza indicativo di eventuale Click Fraud.

Recentemente, inoltre, il Click Quality Council ha indicato 8 linee guida utili a  tutelare gli inserzionisti pubblicitari online:

1. Non pagare i click ripetuti nella stessa sessione

2. Non pagare il traffico derivante dai Bots

3. Verificare dove, quando e come sono visualizzati i propri annunci pubblicitari

4. Richiedere una gestione semplice ed efficace delle liste di esclusione di domini e indirizzi IP

5. Richiedere al fornitore informazioni dettagliate su tutti i click addebitati.

6. Non pagare per traffico con origini diverse da quelle definite nelle specifiche di geotargeting

7. I fornitori dovrebbero adottare soluzioni di verifica indipendente sulla qualità dei propri click generati

8. I fornitori dovrebbero fornire un meccanismo semplice per armonizzare il costo dei click su base mensile

Il disporre o meno di un’accurato report documentale in grado di testimoniare da un punto di vista tecnico l’effettivo click fraud subìto rappresenta quindi un fattore fondamentale perchè l’inserzionista possa sperare di ottenere dal fornitore un rimborso sul danno stimato.

Il fornitore, che è da considerarsi quindi a tutti gli effetti anch’esso una vittima di questo fenomeno, può così verificare l’effettiva contestazione ricevuta, confrontando i propri dati di traffico con il report inviato dall’inserzionista, e procedere, eventualmente, al rimborso dell’addebito ingiustificato (solitamente attraverso click supplementari disponibili).

Il rischio infatti di danneggiare la propria immagine, di deludere le aspettative di ROI dei clienti o di dover fronteggiare insidiose questioni legali, induce il fornitore a scegliere soluzioni di collaborazione con i propri inserzionisti, rispettando così la mission della loro attività: fornire utenza qualificata.

In definitiva, fidarsi del proprio fornitore è bene, ma controllare è meglio …
E meglio ancora è affidarsi a sistemi affidabili ed indipendenti di click fraud detection, in grado di ottimizzare realmente il ROI sui propri PPC.

Internet: dal mass marketing all’approccio one to one

Internet ha rivoluzionato sotto molti aspetti il rapporto tra consumatori e imprese.

Grazie alla rete molte aziende, anche di piccole dimensioni, sono riuscite a raggiungere grandi quantitativi di persone a costi contenuti, ad esempio via e-mail, mentre ancora oggi la pubblicità online continua a segnare un segno positivo negli investimenti.

Tuttavia nel tempo l’affollamento di comunicazioni, l’abitudine ai formati pubblicitari, lo spamming e la maggiore esperienza del consumatore ha ridotto l’impatto delle campagne mass-marketing, aumentando al contempo la necessità di misurare con esattezza i risultati.

Per questo oggi è importante adottare un approccio mirato alla comunicazione, curando il rapporto one to one con i propri consumatori sulla base delle loro esigenze e in base ai loro comportamenti, come teorizzato da Pepper e Rogers.

Internet è uno degli strumenti più idonei per applicare questo approccio grazie alla misurabilità dei risultati ma ancora poche aziende sanno che la comunicazione one to one è realmente fattibile in modo accessibile e, soprattutto, che è più efficace dello “sparare nel mucchio”.

Ne parliamo con l’Ing. Fabio Pagano, Ceo di SitoVivo.

Buongiorno Ing. Pagano, la vostra azienda ha sempre lavorato su software ispirati alla teoria del marketing one to one. Come mai questa scelta?

Competere su un mercato dove gli strumenti e i consulenti sono tanti non è facile e la ns azienda voleva differenziare la propria offerta in modo competitivo. Per raggiungere questo scopo ci siamo orientati verso strumenti innovativi che potessero essere integrati e seguissero le naturali evoluzioni richieste da un mondo nel quale la mole di informazioni, offerte o pubblicità sempre crescente – email, tv, radio ecc… – rischiava di saturare la mente dei destinatari rendendo nulli o poco significativi i risultati in termini di ritorno degli investimenti. Per questa ragione dal marketing di massa è stato necessario spostarsi verso un marketing personalizzato e mirato al singolo individuo.

Identificare gli utenti, classificarli e profilarli uno ad uno, interagire in maniera personalizzata in base agli interessi, desideri e abitudini di ciascuno di loro e fidelizzarli nel lungo termine sono le quattro fasi della filosofia del marketing one-to-one.

Questa scelta vincente è stata confermata dai clienti finali prima, e dai sempre più numerosi partner (web agency, agenzie di comunicazione, aziende IT, new media ecc…) del ns SitoVivo Network di scambio servizi, convenzioni, strumenti e consulenza.

Che cosa pensa della comunicazione su Internet e, all’interno di questa, del problema dello spamming indiscriminato che limita in modo enorme l’efficacia dell’email marketing?

Tutti i mezzi comunicativi sono buoni per veicolare informazioni o offerte, l’importante è però stabilire con attenzione a quale target li si indirizza.

Internet è un mezzo comunicativo per sua natura real-time, rapido, gratuito e misurabile. Un mezzo con tali caratteristiche è per molti versi unico nel suo genere e ciò spiega il crescente successo di chiunque lo usi oggi per le proprie attività siano esse commerciali o meramente divulgative.

Penso che lo spamming, ovvero l’invio non richiesto di informazioni via email solitamente promozionali, corrisponda, né più né meno, all’invio di volantini pubblicitari nella buca delle lettere: oltre ad essere un’attività illegale (se si usano dati personali senza il consenso degli interessati), restituisce spesso risultati molto bassi in termini di ritorni. L’efficacia delle proprie azioni di email marketing può essere garantita se ci si appoggia a strumenti professionali, a consulenti competenti e a strategie mirate, che individuino le strade migliori per contattare e convincere il proprio target.

Oggi è molto importante, oltre a trovare nuovi clienti, creare e sviluppare la relazione con i nostri attuali consumatori. In che modo Internet può essere utile a questo scopo?

Internet è certamente il mezzo di comunicazione che meglio si presta alla misurabilità dei risultati e all’interattività con gli utenti, per es. via email o chat, permettendo di profilarli e di conoscerli in maniera individuale, in base ai personali interessi, desideri e abitudini del singolo visitatore, indipendentemente dal canale di comunicazione utilizzato (visita al sito web, apertura di un’email, click su un link, provenienza da una specifica fonte promozionale).

Incrementare la fiducia del consumatore sul proprio marchio aziendale con sistemi di assistenza multicanale in tempo reale (chat e autorisponditori), inviare comunicazioni mirate periodiche (newsletter specifiche), valutare quali argomenti sono visitati con maggior interesse o con maggior frequenza sono alcune delle strade utilizzate per migliorare la relazione con i clienti, “fidelizzandoli” – come suggerisce la “quarta fase del marketing one-to-one”.

La reazione delle aziende a questo genere di approccio è buona o manca ancora un pò di cultura di marketing in tal senso?

Investire significa programmare un ritorno calcolato sulle proprie attività: la comunicazione online rappresenta il mezzo perfetto per mettere in pratica i suggerimenti forniti dal marketing relazionale, proprio perchè consente investimenti misurabili nei ritorni e quindi ottimizzabili nel tempo.
Quelle aziende che non sapranno adeguare la propria organizzazione alla nuova competitività del mercato con strategie nuove, strumenti dedicati e supporti di consulenza professionale che sappiano incentivare un utilizzo competente dei nuovi mezzi comunicativi, saranno destinate a perdere gradualmente terreno a scapito dei competitor più vocati all’innovazione.

Per questa ragione è consigliabile un approccio divulgativo e informativo da parte degli addetti ai lavori nei confronti dei clienti finali.

SitoVivo infatti, a tale scopo, organizza regolarmente corsi di formazione ed eventi ad hoc per i sempre più numerosi partner (web agency, agenzie di comunicazione, aziende IT, new media, professionisti del web marketing, consulenti aziendali, ecc…) che scelgono di aderire al nostro Network: convenzioni, formazione, scambio servizi, visibilità locale, strumenti e consulenza a disposizione di ogni nostro partner, che diventa così a tutti gli effetti un vero e proprio Web Marketing Center SitoVivo, in grado di proporre, nella propria area di competenza, servizi web ad altissimo valore aggiunto.

Per maggiori dettagli: Web-Marketing

Gianluigi Zarantonello

Prove generali di network radiofonico universitario…

Le radio universitarie sono una realtà non solo nel Nord America o nel Regno Unito, ma anche in Italia. Chiediamo a Romeo Perrotta, presidente di RadUni, l’associazione degli operatori radiofonici universitari, di illustrarci alcuni aspetti di questo fenomeno per quanto riguarda il nostro paese.

In tempi recenti il panorama della radiofonia universitaria è diventato più ampio e articolato: basti pensare che solo nel 2006 sono state inaugurate le web radio dell’Università di Catania (“Radio Zammù”), di Roma Luiss (“Radio Luiss”) e dell’Università di Napoli Federico II (“Radio F2”), mentre all’inizio del nuovo anno comincerà a trasmettere la radio on line dell’Università di Torino. In tutto contiamo una quindicina di esperienze e oltre quattrocento studenti che collaborano a queste iniziative. E’interessante rilevare la varietà dei canali impiegati (filodiffusione, Internet, l’etere), ma anche l’eterogeneità degli “editori”: in alcuni casi le radio universitarie nascono in seno all’Ateneo, in altri per iniziativa di un singolo Dipartimento o per impulso di un’associazione studentesca. In altri ancora, infine, è l’ente per il diritto allo studio a finanziare direttamente il progetto.

Hai fatto riferimento a Radio Luiss. Qualcuno è rimasto sorpreso per il livello degli investitori che hanno finanziato questa radio. Tu che ne pensi?

A me sembra un dato positivo che delle grosse aziende abbiano puntato su questo progetto. Dimostra che le radio universitarie esprimono un potenziale formativo e comunicativo su cui vale la pena scommettere. Mi auguro che, sulla falsariga di questo esempio, altri sponsor possano decidere di finanziare nuove iniziative in altre realtà.

Quest’anno è nata RadUni, l’associazione degli operatori radiofonici universitari. Quali sono le finalità dell’associazione?

La nostra ambizione è poter realizzare vero e proprio network universitario. In questa prospettiva ci adoperiamo per favorire la nascita di nuove emittenti in altri atenei e per diventare un punto di riferimento dei circuiti che già trasmettono. Inoltre, attraverso la promozione di progetti innovativi nell’ambito della didattica e della comunicazione, RadUni vuole dare impulso alla ricerca e alla sperimentazione di linguaggi e di modelli espressivi, agevolare la formazione degli studenti e il loro inserimento professionale. Anche per questi motivi guardiamo con interesse agli sviluppi della radiofonia digitale.

Quali attività avete promosso finora?

Lo scorso settembre abbiamo lanciato il “RadUni News” (scaricabile da www.raduni.org), un format settimanale di informazione radiofonica universitaria: otto diverse radio partecipano alla realizzazione della rubrica e la trasmettono poi simultaneamente il mercoledì alle 18.45. Insomma, le prove generali per un network universitario italiano sono cominciate davvero.

Gianluigi Zarantonello

I contenuti? Li mette l’utente…

Si parla molto in questi giorni di contenuti prodotti da privati cittadini (film con il telefonino, blog, foto messe in rete), non senza una certa preoccupazione per alcune derive violente o devianti.

Di sicuro, come ho avuto modo di scrivere diverse volte in passato, nelle nuove tecnologie il successo rispetto al consumo viene determinato sempre più spesso dai contenuti offerti.

Per il consumatore finale infatti è inutile avere bande larghissime, schermi ad altissima definizione e decine di formati multimediali se poi non può disporre di nessun contenuto adeguato tale da giustificare il costo del passaggio al nuovo standard.

Il reale passaggio epocale in questo senso è dato dal fatto che i mass media, tradizionalmente unidirezionali nella produzione del messaggio, sono sempre più aperti e permeabili ai contenuti prodotti dal basso dagli utenti che li rilanciano nel grande circuito mediatico.

Infatti l’interattività e la possibilità concreta per gli utenti di creare e condividere materiali è un’altra delle caratteristiche che si sono rivelate vincenti per la Rete prima e per i nuovi media poi, grazie allo sviluppo di strumenti che hanno reso sempre più accessibile la pubblicazione, la diffusione e la gestione di contenuti anche da parte di utenti non tecnici.

Videotelefoni, macchine digitali, strumenti di creazione di audiovisivi sempre più piccoli, potenti, facili da usare e di costo accessibile hanno dunque reso una realtà un concetto che qualche anno fa sembrava futuribile:i “prosumer”.

Il consumatore (consumer) di media diventa attore e produttore (producer) di quello che poi fruirà in rete o su altri supporti digitali insieme alle creazioni di altri come lui, non subendo più il contenuto dei media ma contribuendo a crearlo.

Questa grande opportunità naturalmente ha in sé dei rischi di devianza, testimoniati, ad esempio, dai molti casi di bullismo messi in rete da minorenni desiderosi di pavoneggiarsi di atti tutt’altro che edificanti davanti ad una platea più o meno grande, in rete o sui cellulari.

Sicuramente è un fenomeno preoccupante che pone anche il problema del controllo degli upload da parte di siti, come ad esempio YouTube, che consentono la diffusione planetaria di tali contenuti.

Bisogna però che più di un ente di socializzazione ed educazione primaria e secondaria si faccia un serio esame di coscienza prima di crocifiggere tali tecnologie che sono solo degli strumenti il cui valore morale dipende dall’uso che se ne fa.

Come tutti i fenomeni sociali dunque bisognerebbe prima di tutto rivedere i modelli che la tv e gli altri media broadcasting offrono già da tempo con i reality show e con una serie di starlette maschili e femminili pagate non per le loro capacità ma per il loro vuoto e i loro difetti.

Inoltre la violenza e la rissa via massmedia non sembrano essere delle rarità nei palinsesti che ancora sono decisi unilateralmente dalla produzione dei network editoriali.

Chiusa la parentesi etica bisogna anche dire che c’è già chi ha intuito il business e si appresta a sfruttarlo, basti pensare agli investimenti milionari in social network e community (tra cui la stessa YouTube) messi in campo dai giganti della rete come Google e Yahoo.

Quello che però ancora probabilmente manca è un reale format efficace di inserimenti di break pubblicitari e di inserzioni all’interno di questi contenuti autoprodotti dagli utenti, spesso e volentieri fruiti in real time dal loro pubblico via rss feed e podcast.

Per questa la sfida del mercato dei prosumer è davvero solo all’inizio.

Keep in touch.

GIANLUIGI ZARANTONELLO

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