“Gli Imperfezionisti. Pensiero strategico per tempi incerti” è un libro di Robert McLean e Charles Conn, pubblicato in edizione italiana da ROI Edizioni nel 2025.
Il 2025 è stato un anno intenso, con grande incertezza macroeconomica e dominato dalla narrativa di un’intelligenza artificiale che sembra dover risolvere ogni problema con un click.
Da una parte sappiamo che la tecnologia non è un rimedio miracoloso, anche se tendiamo a dimenticarlo, ma è indubbio che dobbiamo essere in grado di avere nuovi approcci ai problemi, che poi possiamo potenziare grazie ai nuovi strumenti.
Il libro parte da un presupposto: la pianificazione rigida a lungo termine è morta perché il mondo cambia troppo velocemente e le aziende falliscono sia per eccessiva prudenza (immobilismo) sia per scommesse troppo rischiose.
UN NUOVO APPROCCIO
Se il presupposto è chiaro, la soluzione non è scontata e per gli autori passa per alcuni elementi:
- ambiguità come opportunità: non bisogna temere l’incertezza, ma usarla come terreno fertile per l’innovazione.
- sperimentazione continua: la strategia non va vista come un piano fisso, ma come un processo di “tentativi e correzioni” (test and learn).
- superamento dei bias: la mente umana ci inganna con le sue scorciatoie nel prendere decisioni e dunque le nuove mentalità che vanno sviluppate ci devono aiutare a vedere la realtà in modo più oggettivo.
Per sviluppare questo ragionamento il libro alterna principi e ragionamenti di framework con diverse case history come quelle di Amazon, Patagonia e 3M, mostrati come esempi di aziende che hanno saputo crescere nell’instabilità grazie a questa mentalità, in un mondo in il concetto di BANI (Brittle/Fragile, Anxious, Non-linear, Incomprehensible) ha sostituito il vecchio modello VUCA.

Ma come si evita allora la trappola della “paralisi da analisi” dell’approccio tradizionale che cerca la soluzione perfetta prima di agire (portando spesso a perdere finestre di mercato cruciali) e a sostituire la “pianificazione strategica” con la “risposta strategica“?
Prima di tutto, si passa attraverso sei mentalità.
LE SEI MENTALITÀ STRATEGICHE
La parte centrale del libro tratta una per una queste mentalità, una per capitolo, ad alto livello si possono riassumere come segue, anche se chiaramente la trattazione degli autori è molto più articolata.
- Sempre curiosi (Ever Curious): non è solo curiosità intellettuale, ma l’uso metodico delle “Domande di secondo livello”. Invece di fermarsi alla prima risposta, gli autori suggeriscono di scavare nelle anomalie dei dati per trovare i segnali deboli del cambiamento.
- Occhio di libellula (Dragonfly Eye): le libellule hanno migliaia di lenti nei loro occhi. In strategia, questo significa integrare prospettive diverse (clienti, competitor, dipendenti, ma anche esperti di settori totalmente diversi) per evitare il “Groupthink” (pensiero di gruppo).
- Comportamento reale (Occurrent Behaviour): si basa sull’osservazione di ciò che gli utenti fanno realmente, non di quello che dicono di voler fare nei sondaggi. È il passaggio dai dati dichiarati ai dati comportamentali.
- Intelligenza collettiva (Collective Intelligence): gli autori citano spesso l’importanza di piattaforme di crowdsourcing o di coinvolgere i “margini” dell’azienda. La strategia non deve essere un processo top-down (dall’alto verso il basso), ma un’intelligenza distribuita.
- Imperfezionismo (Imperfectionism): qui entra in gioco il concetto di “Opzioni Reali”. Non si fa una scommessa enorme, ma si comprano “piccole opzioni” (esperimenti a basso costo) per vedere cosa funziona. È il principio del “Fallire velocemente e a poco prezzo”.
- Mostra e racconta (Show and Tell): la strategia fallisce se non è condivisa. Gli autori puntano molto sul visual storytelling: usare immagini, mappe mentali e prototipi fisici per rendere la strategia tangibile e “vendibile” all’interno dell’organizzazione.
Non si può rendere pienamente l’idea di tutti questi concetti in poche righe di recensione, per cui vi rimando caldamente alla lettura diretta, in ogni caso la trattazione non è solo una lista di mentalità, ma suggerisce un processo rigoroso, con tecniche che gli autori hanno preso dalla loro esperienza in McKinsey, con però i dovuti adattamenti per essere più agili.
All’interno del processo quindi troverete i passaggi della corretta definizione del problema (spesso sbagliamo perché risolviamo il problema sbagliato), della sua scomposizione in “logic trees” (dividere un tema complesso in parti gestibili), della prioritizzazione e della sintesi (ossia non limitarsi ad analizzare, ma ricomporre i pezzi per agire).
Insomma, serve un modo nuovo di pensare ma questo non cancella la necessità di farlo in modo comunque strutturato.
IN CONCLUSIONE
“La strategia non è più un evento annuale, ma una pratica quotidiana.”
“In un mondo che cambia, l’unica strategia fallimentare è l’attesa della certezza.”
Dobbiamo necessariamente fare pace con un maggiore incertezza e con una crescente capacità di sapere reagire velocemente al cambiamento.
In questo processo anche l’errore e il fallimento fanno parte del gioco, per cui vanno trasformati in “unità di apprendimento“, senza per questo cadere nella trascuratezza, è importante infatti notare che l’imperfezionismo di cui parlano gli autori non è sciatteria, ma una scelta strategica consapevole di muoversi prima di avere tutte le risposte.
La tecnologia in tutto questo può essere un incredibile alleato, visto che l’IA e il suo uso intelligente nell’analisi dei dati supportano l’imperfezionista, permettendo di fare migliaia di test in tempi ridottissimi. Test e azioni che però partono dalla nostra testa e non scaturiscono magicamente dai tool.
In tempi di grande complessità e cambiamento, questa lettura mi sembra un’ottima riflessione per guardare le nostre sfide con occhi nuovi e, perché no, arricchire il nostro approccio ai grandi cambiamenti della tecnologia e del mercato.








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