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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Crowdsourcing

Crowdsourcing è un libro di Jeff Howe (2008) uscito recentemente nella traduzione italiana edita da Luca Sossella Editore e curata da TheBlogTv.

Il tema del libro è di grande attualità e segue diversi volumi importanti che hanno già trattato da varie prospettive l’argomento, come ad esempio Wikinomics, e nonostante la letteratura preesistente Howe offre sicuramente una panoramica e un’analisi notevole.

Prima di tutto infatti l’autore fa una cosa importante e spesso trascurata, ossia mostrare come i fenomeni che oggi osserviamo e studiamo siano la naturale evoluzione di tendenze che vengono da lontano.

Nell’era che ha preceduto la stampa prima e i mezzi di comunicazione di massa poi la distinzione tra chi produceva contenuto/sapere in modo amatoriale e chi invece lo faceva per mestiere era decisamente sfumata. Solo per menzionare il campo delle scienze infatti fino agli inizi del XIX secolo non esistevano accademie specializzate e la ricerca era appannaggio di persone che non avevano fatto un percorso specifico e che si potevano definire amatori.

Successivamente la professionalizzione dei media (e dei diversi campi del sapere) avrebbero limitato l’accesso agli amatori fino all’epoca della nascita del movimento open source prima e alla democratizzazione dei mezzi di produzione poi, che hanno riportato in auge il contributo della “folla”, amplificato dalla rete Internet.

Dopo aver così ben contestualizzato Howe affronta nella seconda parte del libro la situazione attuale.
I temi trattati sono vari e difficilmente riassumibili in poche parole: si va dall’intelligenza collettiva al valore della diversità per lo sviluppo, passando per tutte le modalità di creazione condivisa di valore, conoscenza e anche raccolta di fondi.
Tutti questi argomenti sono ben supportati da esempi molto concreti e documentati che dimostrano chiaramente la potenza (e talvolta i rischi) di questi fenomeni.

Infine lo sguardo dell’autore si sposta verso il futuro, inquadrando il rapporto che i nativi digitali hanno con il crowdsourcing e provando ad immaginare che cosa vorrà dire questo per i prossimi anni.
Non manca poi una parte di conclusioni dove Howe tratteggia e sintetizza le regole del crowdsourcing inserendo per ciascuna dei riferimenti puntuali e precisi ai diversi capitoli del libro.

In sintesi dunque Crowdsourcing è una lettura davvero interessante, che ha il merito di inquadrare i diversi fenomeni in una prospettiva più ampia e di esemplificarli in modo semplice ed efficace.
Il libro è  molto fluido e poco tecnico e andrebbe letto sia da chi si vuole buttare sul crowdsourcing con entusiasmo ma poca preparazione sia da chi, sbagliando, non ha ancora il coraggio di guardare ai nuovi cambiamenti di paradigma.

Il web e l’intelligenza condivisa

Lo spunto di questo post mi viene da due stimoli più o meno contemporanei: il compleanno di Wikipedia e l’inizio della lettura della traduzione italiana di “Crowdsourcing” di Jeff Howe a cura di The Blog Tv.

10 anni di Wikipedia
Immagine tratta da http://www.brainpc.eu/

Ho letto infatti molti commenti sul primo avvenimento, in cui gli opinionisti sono sempre in bilico fra l’entusiasmo e il dubbio che nella grande quantità di contributi si abbassi di molto il livello qualitativo.

In realtà io credo che Wikipedia sia la punta di un iceberg straordinario, che come di consueto non si creato di colpo (è un tema a me caro): da sempre le persone si confrontano accrescendo con questa interazione la conoscenza e il progresso, e non sempre parliamo di professionisti di un settore o di individui che avevano chiara fin da subito un’idea o un percorso.

La grande differenza degli ultimi 15 anni è che il numero di persone che hanno potuto fare ciò è salito in modo esponenziale e anche chi non aveva accesso ai tradizionali canali accademico-scientifici ha potuto far sentire la propria voce.

Internet dunque ha consentito la democratizzazione della visibilità ed espressione della persona comune rafforzando l’accesso alle tecnologie di produzione e diffusione del proprio ingegno.

Certo non sempre la qualità è eccelsa ma, come dice Howe nelle prime parti del suo libro, “a volte una frazione equivale ad un grande numero”, dunque anche volendo applicare la legge di Pareto il 20% di milioni di amatori che interagiscono non è certo poco. Se poi andiamo oltre, e pensiamo alle logiche di coda lunga, ogni argomento anche oscuro troverà un pubblico e dei contributori adeguati che nel mondo fisico non si sarebbero forse mai potuti aggregare.

Ancora, sono il numero di interazioni che fanno la differenza e dunque stiamo parlando una volta di più della legge di Metcalfe o del 5° principio della complessità (la forza delle connessioni).

Come detto dunque siamo davanti a fenomeni motivati da ragioni tecnologiche ma che sono sempre esistiti e sono stati solo accelerati e potenziati dalle Rete, e quindi non sono effimeri.

Le loro applicazioni poi sono già presenti nella vita di tutti i giorni, per quanto non ce ne rendiamo conto, grazie alle Ideagorà sfruttate dalle grandi multinazionali dei prodotti mass market, ai network che studiano malattie rare o alle catene di produzione distribuite che trovate descritte in Wikinomics.

In conclusioni quindi nessun problema è troppo difficile se lo esaminano un numero abbastanza ampio di persone, o, come scrisse Raymond (citato da Howe) in The Cathedral and the Bazaar, “con sufficienti occhi tutti i bachi vengono a galla”.

Il problema casomai è volere davvero che tanti occhi vedano.

E se le aziende di successo fossero quelle con la testa nelle nuvole?

Sapete bene che secondo me la tecnologia non può essere ciò che guida la strategia di un’azienda (sui social media e in generale) ma deve essere al servizio di una visione senza condizionarla, come invece di solito capita.

immagine tratta da Sevensheaven.nl

Mi piace però evidenziare come anche il mondo dell’informatica stia andando verso la logica della nuvola (come sarebbe pù corretto definire il cosiddetto web 2.0), questo post infatti è stato ispirato dalla lettura di un articolo in cui Steve Ballmer parlava dei progetti Microsoft sul Cloud Computing.

La virtualizzazione e l’ubiquità infatti sono uno dei fattori che stanno determinando la nascita di un mondo sempre più ipertestuale dove il tipo di device ha un’importanza relativa rispetto al contenuto che veicola e all’uso che se ne fa.

Questo approccio si sposa sempre più con i presupposti economici che Chris Anderson ha tratteggiato nel suo libro Gratis: il costo dello storage dei dati e quello della banda di trasmissione decrescono continuamente mentre la loro grandezza aumenta ancor più velocemente di quella dei processori e questo consente di immaginare nuovi paradigmi economici e tecnologici basati totalmente sulla rete.

Ecco dunque che le aziende, a mio avviso, devono evolvere quanto prima verso questo modello di infrastruttura tecnologica, ciascuna secondo le proprie possibilità, per non restare tagliate fuori dai benefici del nuovo modo di fare business.

Naturalmente ciò dipende prima di tutto dalla voglia di sposare una strategia di questo tipo, senza cui, ad esempio, tutte le bellissime soluzioni di Enterprise 2.0 che ci sono oggi in circolazione sono totalmente inutili e controproducenti.

Ancora una volta dunque, anche partendo dal puro discorso tecnologico, torniamo al solito punto: non ci sono aziende innovative ma solo persone innovative che ne fanno parte, manager ma anche collaboratori che hanno capito che per il futuro avere la testa in una nuvola conviene, eccome!

E questa volta non parlo solo di temi di marketing, per chi ne avesse voglia (e fosse scettico) consiglio la lettura dei case-history del libro Wikinomics.

I commenti come sempre sono graditi.

Il dipartimento di ricerca e sviluppo? Con Internet è grande come il mondo

Il tema della ricerca e sviluppo è sempre più centrale per tutte le aziende e l’innovazione oggi richiede ritmi altissimi per poter mantenere un’impresa competitiva sui mercati internazionali.

Nell’approccio tradizionale al problema le innovazioni vengono sviluppate all’interno delle organizzazioni attraverso appositi dipartimenti, con lo scopo di massimizzare la rendita commerciale delle nuove idee attraverso la proprietà intellettuale in ambieti chiusi e protetti.

Oggi però, come spiegano molto bene Tapscott e Williams in Wikinomics (da cui sono tratti molti dei dati e dei temi qui discussi), le imprese non riescono più a monopolizzare la conoscenza e, per quanto grandi siano i loro laboratori, sicuramente fuori dall’organizzazione ci sono altri cervelli che hanno la soluzione dei problemi che non si sono ancora risolti.

Lafley, il CEO di Procter & Gamble, descrive con queste parole tale tema: “Qualcuno al di fuori della vostra organizzazione, oggi, sa come rispondere a una domanda specifica con cui siete alle prese, risolvere il vostro problema particolare o cogliere l’opportunità che avete di fronte meglio di voi. Dovete individuare un modo per collaborare produttivamente con lui”.

Grazie alle tecnologie di rete esiste un modo accedere a questa conoscenza diffusa: le ideagorà, dei market place dove, come accade per le transazioni sui siti commerciali come Ebay, si possono acquistare e scambiare soluzioni e tecnologia.

Ci sono due tipi di Ideagorà: il primo e più facilmente intuibile è il modello rappresentato dal sito Innocentive.com, dove le aziende possono proporre ad una comunità di scienziati, ricercatori ed esperti i problemi per i quali non hanno ancora trovato soluzioni adeguate.

C’è poi il secondo tipo di Ideagorà, forse più sorprendente, quelle dove si offrono soluzioni che sono ancora in cerca di chi abbia un simile problema da risolvere, come accade per yet2.com.

Infatti sembrerà strano ma molte grandi aziende registrano annualmente una grande mole di brevetti (con i relativi costi) per i quali tuttavia non si è ancora individuato un utilizzo.

Per questo tali soluzioni vengono offerte, sotto forma di licenza d’uso, a altre realtà che invece ne hanno bisogno portando nelle casse dei dipartimenti di R&S dei soldi da reinvestire in ricerca in un classico processo collaborativo win-win.

Perché dunque a fronte di tale interesse le ideagorà sono ancora una realtà di frontiera?

Sicuramente c’è un problema di natura culturale, in quanto è difficile condividere con altri il proprio lavoro intellettuale e, simmetricamente, non è facile superare la sindrome del “not invetended here” interna alle aziende.

Inoltre è necessario stabilire un modus operandi che permetta di capire dove e come accedere all’innovazione distribuita e quanta parte della ricerca vada delegata all’esterno.

Essere dentro un’ideagorà non è di fatto qualificante di per sé perché anche i concorrenti vi possono entrare, con un effetto livellante, bisogna dunque saperne cogliere i vantaggi e saperne trarre il massimo attraverso una buona organizzazione interna con persone aperte a questo tipo di scambio.

Infine gli stessi market place dovranno evolversi nel tempo per garantire un livello di servizio adeguato, ad esempio migliorando la trasparenza (anonimato delle imprese e scarso riconoscimento pubblico di chi risolve i problemi) e favorendo l’aggregazione in gruppi fra i ricercatori.

Qual è dunque lo scenario futuro?

Difficile dirlo con certezza, probabilmente la ricerca interna non sparirà da nessuna azienda perché essa garantisce una serie di vantaggi legati alla proprietà intellettuale, tuttavia non basterà più per gestire tutte le tematiche innovative e chi investirà solo all’interno avrà dei costi altissimi e non sostenibili a fronte di un numero ridotto di prodotti realmente di successo.

In ogni caso la differenza maggiore sarà probabilmente fra chi sarà in grado di gestire in modo aperto le occasioni che si presenteranno e chi invece si arroccherà su posizioni chiuse e difensive

La sfida è aperta.

GIANLUIGI ZARANTONELLO

Wikinomics

Wikinomics. La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo è un libro di Don Tapscott e Anthony D. Williams pubblicato nella versione italiana nel 2007 da Etas Libri.

Il titolo ed il sottotitolo lasciano pochi dubbi su quale sia l’argomento in questione. Gli autori infatti, partendo dalla fortunata esperienza di Wikipedia, affrontano il tema del lavoro collaborativo attraverso i nuovi strumenti tecnologici.

Non si tratta assolutamente di un libro a carattere teorico né di un saggio di taglio sociologico, nel testo infatti si parla di business e di come il mondo, specie quello economico, stia cambiando sotto la spinta di un nuovo modo di collaborare, con nuovi meccanismi di creazione di valore e innovazione.

La nuova collaborazione di massa. la Wikinomics appunto, secondo Tapscott e Williams si basa su quattro principi: l’apertura, il peering, la condivisione e l’azione globale.

L’apertura comporta un cambiamento culturale tale per cui le imprese stanno iniziando ad avere confini “porosi” e sempre meno certi, aprendosi al bacino globale di intelligenze e conoscenze al di fuori delle proprie mura che necessariamente sono più numerose di quelle interne.

Per questo le aziende stanno rilasciando verso l’esterno un numero sempre maggiore di informazioni un tempo riservate, in modo tale che più persone possibili tra partner, fornitori, scienziati, studenti le possano utilizzare per contribuire alla creazione del valore.

Il peering indica quella forma di organizzazione autonoma che porta le persone ad aggregarsi in in gruppi e comunità che si scambiano materiali che poi possono essere rivisti e migliorati continuamente da tutti i partecipanti e che poi sono rimessi continuamente in circolo per nuovi sviluppi.

Un caso celebre è quello di Linux, il sistema operativo continuamente implementato e sviluppato da centinaia di programmatori sparsi in tutto il mondo ma nel libro ve ne sono molti altri.

La condivisione poi prevede che le imprese mettano a disposizione di un “ecosistema” di persone ed altre imprese parte del loro patrimonio intellettuale in modo che tali conoscenze possano essere sviluppate a ritmi molto più rapidi e che tutti quindi possano avvantaggiarsene in un processo win-win.

L’azione globale infine implica che in un mondo dove i confini geografici sono annullati dalla tecnologia le aziende devono imparare ad attingere ad un bacino di talenti e fornitori sempre più vasto e al di là dei tradizionali confini culturali, disciplinari e organizzativi.

Si tratta di spunti molto forti che però potrebbero sembrare anche poco attuabili.

Il merito del libro invece nei capitoli successivi a quello introduttivo è quello di mostrare con esempi concreti e case-history che questo processo sta già avvenendo e non riguarda solo il mondo di internet.

Per fare solo alcuni esempi la BMW oggi si concentra solo alcune competenze quali l’elettronica e l’esperienza di guida mentre il 70% (!) della progettazione e realizzazione dell’auto avviene per opera di fornitori e partner integrati con la casa madre.

Ancora, l’industria cinese delle motociclette attraverso i meccanismi della peer production e della condivisione è già oggi la più grande del mondo grazie ad una rete di imprese che collaborano dinamicamente fra loro riducendo enormemente i tempi di sviluppo.

Infine grandi aziende come Procter&Gamble utilizzano attivamente dei marketplace virtuali dove da un lato chiedono alla comunità soluzione a specifici problemi e dall’altra offrono soluzioni tecnologiche da loro inutilizzate per ricavarne utili con le licenze.

Gli esempi del libro sono molti di più ma il concetto centrale è già chiaro da quanto citato sopra: esiste ormai un nuovo modo di sviluppare una collaborazione di massa che sta rivedendo la modalità di creazione del valore in tutti i settori e che necessità di una nuova cultura organizzativa in cui l’impresa non è un mondo chiuso ma è parte di un meccanismo aperto e poroso di condivisione e scambio.

Non è una profezia bensì una realtà che si è già concretizzata, per questo Wikinomics è una lettura davvero interessante, per tutti.

Gianluigi Zarantonello

SCHEDA DE LIBRO

Autori: Don Tapscott, Anthony D. Williams

Editore: ETAS Libri

ISBN: 9788845313844

Anno: 2007
Pagine: XVI+384

Prezzo: 20,00 Euro

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