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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Un vaso vuoto non produce frutti: perché il mezzo e il contenuto non sono proprio la stessa cosa…

C’è un equivoco che ancora ha molto seguito nel marketing e nelle aziende, specie quando ci si sposta sui mezzi a vocazione più digitale: bisogna essere su quel canale o utilizzare quella tecnologia perché ci daranno un vantaggio o solo perché altri ci sono già.

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Certo grazie alla diffusione di internet, degli smartphone e a mille altri fattori sono cambiate molte cose negli ultimi anni rispetto agli strumenti per comunicare, e in particolare:

a) si sono pesantemente ridotte le barriere all’ingresso per la produzione di contenuti, sia in termini di competenze tecniche sia sul piano dei costi;

b) i privati ormai posseggono in molti casi una tecnologia pari o perfino migliore di quella aziendale e non è raro che la sappiano padroneggiare meglio;

c) in termini teorici la distribuzione su vasta scala è accessibile a tutti.

Fermiamoci un attimo: rispetto a quanto sopra nella gran parte dei casi il nostro pubblico come privati sono degli amici per i quali ciò che creiamo ha un significato che nasce dal contesto, dalle relazioni, da una storia e che prescinde da qualità e mezzo di produzione.
Ma se siamo delle aziende, quali dovrebbero essere i motivi per cui dovremmo avere successo ora che la fruizione dei media è frammentata tra tanti device, asincrona e personalizzata? Per quale (abbondante) mancanza di umiltà noi dovremmo essere per forza interessanti nel frastuono della conversazione collettiva?

Senza un palinsesto unico dei media che ci dia una mano a dettare l’agenda e i tempi, come avveniva per la tv tradizionale, e con tanti stimoli continui che arrivano nello stesso momento da fonti disparate per livello, qualità e vicinanza il solo esserci non serve. E anzi è controproducente.

La domanda giusta infatti non è tanto “dove devo essere” ma che cosa voglio fare e rispetto a chi. L’ormai storico acronimo POST viene rispettato infatti inconsciamente dagli utenti, per i quali la tecnologia è qualcosa di indifferente purché sia comodo per fare ciò che vogliono, ma non dalle aziende.

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Un contenuto di qualità e rivolto alle persone giuste quindi è la prima chiave.
La seconda è la capacità di gestirlo attraverso i canali e nel tempo: fondare una strategia su di un singolo media, specie se earned, vuol dire essere a rischio ad ogni nuovo arrivo nell’ecosistema.
In più, la possibilità (tecnica e organizzativa) di rilavorare e adattare in tempi brevi ad ogni nuovo mezzo le storie ciò per cui veniamo scelti dal cliente è il secondo pilastro di una sana capacità di cavalcare l’evoluzione frenetica dei nostri tempi.

Contenuto può poi volere dire tante cose ma al centro ci sono sempre le persone, le storie, le aziende, i bisogni, l’immaginazione: è questo che riempie di senso un libro come un post di Facebook.
E allora si capisce che partire solo dal supporto non è davvero una buon idea.

P.s. Tutto ciò si applica alla grande anche agli strumenti di collaboration, ma lì c’è materiale per più di un altro post!

Ben tornati dalle ferie, che spero siano state riposanti e utili per staccare almeno un po’ dalla routine e per trovare nuove ispirazioni.

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Questo lunedì condivido una ricca infografica che ho trovato su questo blog.

È piuttosto autoesplicativa e descrive bene come si sta evolvendo il marketing, che ha oggi tanti strumenti potenzialmente a disposizione ma che nello stesso tempo è sotto pressione e spesso in difficoltà.

Se devo oggi pensare a quanto vedo nelle aziende italiane di sicuro il fatto di avere il pieno controllo dei dati e il reale abbattimento dei silos organizzativi sono caratteristiche piuttosto rare.
Sono però fiducioso perché questi temi, seppure in modo a volte confuso, sono ormai su tutte le agende nonostante gli ostacoli organizzativi.

La vera grande difficoltà è che questi cambiamenti sono stati così veloci che mentre si capiva ancora il web “tradizionale” il cliente ha messo la freccia e si è spostato su mobile, tablet, social e molto altro, e come ho detto altre volte quindi davanti alla complessità la sola esperienza commerciale e di comunicazione non basta più come altrettanto anche il tecnicismo puro. Ci sono cose che bisogna sapere fare meglio e a cavallo fra questi profili.

Io mi aspetto un po’ di selezione naturale, e voi? Buona ripresa lavorativa a tutti.

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Se vi occupate di marketing, e ormai spero che l’aggettivo “digitale” sia sottointeso alla professione, questa infografica non dovrebbe sorprendervi più di tanto.
Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma: sì perché i mezzi si evolvono, si mischiano e diventano sempre più intersecati fra loro e la mail non fa differenza.

È infatti uno strumento tutt’altro che morto e che nel mondo genera su mobile ben più revenue di altri strumenti magari più accattivanti, come i social, pur non essendo sempre adeguatamente gestito anche se fa parte del kit del webmarketing da lungo tempo.

Che cosa fa davvero allora la differenza oggi in questo come in tanti altri campi? La risposta è l’integrazione dei propri owned media (tra cui le email) con gli earned e i paid, lavorando nelle direzioni di integrazione su cui oggi si investe per fare comunicazioni mirate che attraversano tutto il proprio ecosistema digitale e offline.

Il tema, così come quello collegato della marketing automation, merita sicuramente maggiore spazio in dei prossimi post ma prima dell’estate mi piaceva ribadire che forse prima di avventurarsi in tante innovazioni conviene probabilmente guardare bene agli strumenti che già possediamo per affinarli e integrarli fra loro partendo dagli analytics.

In questo momento per fortuna la tecnologia è diventata anche di moda nel marketing ma molti ci arrivano ora saltando a piè pari tutta una serie di passaggi che sono ovvi per coloro che invece se ne occupano da più tempo, la consumerizzazione degli strumenti ha illusoriamente reso più semplice qualcosa che invece diventa ogni giorno più complesso.

Che cosa ne dite? Qual è la vostra esperienza con le email e la loro integrazione con il resto del business?

Che cosa mi sono portato a casa da eMetrics Summit

La settimana scorsa sono stato a eMetrics Summit, il più importante appuntamento sul mondo dell’analytics che per la prima volta è sbarcato anche in Italia, a Milano.


La mia prima impressione, durante lo stimolante Keynote di Jim Sterne, è stata confermata anche da tutto il resto dell’evento: a livello metodologico e di conoscenza le nostre aziende sono lontane anni luce da quelle che sono le potenzialità del marketing analytics driven.

Non che ci manchino le professionalità, oltre agli ospiti americani c’erano in sala e sul palco molte persone preparate che stanno lavorando seriamente su questi temi, ma senza committment e cultura interna alle aziende il loro apporto non può che essere parziale.

Show me the numbers!

In realtà molti esempi discussi in sala, spesso connotati dal classico pragmatismo anglosassone, testimoniano che non parliamo necessariamente di cose complesse, perché basta partire da poco per entrare in questo mondo.

Certo per misurare bisogna:

A) avere degli obiettivi chiari
B) avere un modello mentale che non chiede ai dati la conferma delle proprie teorie ma li legge con occhio neutrale per ricavarne indicazioni
C) andare oltre il semplice segno +, i nostri utenti sono cresciuti del 10% perché stiamo lavorando bene o perché un sito terzo importante ha pubblicato una news sul fatto che i nostri prodotti sono nocivi alla salute?
D) avere gli strumenti adatti a misurare ciò che ci serve, senza sovrastrutturarli o sottostimarli

Un nuovo ruolo per gli analisti

È curioso ma non troppo vedere come nel keynote iniziale sia emerso un tema ricorrente, quello delle figure che stanno a cavallo fra IT e business, sempre più necessarie vista la pervasività e la consumerizzazione della tecnologia.

Immagine tratta da http://www.cirrusinsight.com

Anche Jim Sterne quindi ha evidenziato che una nuova figura di data detective si deve collocare oggi tra il data scientist (IT) che estrae i dati e il business che li deve usare (a patto che li capisca e li accolga come indicazione).
Torna quindi una volta di più l’insufficienza delle figure di marketing che siano troppo restie a capire la tecnologia, come d’altronde il limite del tecnico che è solo tale.

Ma come si riesce a farsi ascoltare?

Uno dei problemi che tutti quelli che fanno analisi, soprattutto in Italia, è di riuscire poi a far valere il frutto delle proprie valutazioni e farsi ascoltare. Anche qui a eMetrics ho sentito dei suggerimenti interessanti.
Fare dei semplici report infatti è diverso che fare delle analisi: bisogna anche sapere raccontare e comunicare ciò che si vuole dimostrare, portando una propria opinione e cercando di essere più specifici e concreti possibile.
Questo dovrebbe favorire la disposizione positiva dei nostri interlocutori a farci provare, il risultato poi è la migliore via per dare inizio ad un processo di continuo miglioramento.

E poi che cosa ci si fa con questi dati?

La risposta più ovvia è: ci miglioro il mio business. Ciò vuol dire tante cose ovviamente, ma riprendendo un mio vecchio post la conoscenza dei comportamenti dei clienti è fondamentale per migliorare la customer experience, sia essa online oppure nel mondo fisico. Bastano spesso piccole ma continue correzioni.

Inoltre i dati abilitano dei processi di automazione che possono rendere più potente il nostro marketing e liberano contemporaneamente delle risorse per andare a migliorare sempre di più i processi e le strategie.
L’abitudine ad essere attenti ai dati diventa infine più importante in un contesto sempre più complesso e la corretta misurazione dei diversi canali può essere vitale per scegliere e governare dei nuovi mezzi che crescono molto più velocemente della loro comprensione.

Grandi opportunità dunque, che mi rendono ottimista, basta essere pronti al cambiamento. A Milano ho visto molte persone che lo sono, qual è la situazione nelle vostre aziende?

E il web fosse ormai una cosa vecchia?

Credo che ogni tanto serva qualche titolo provocatorio per attirare l’attenzione su di un tema.

Lanciato il sasso, ecco però alcune precisazioni introduttive necessarie:

1) vecchio non vuol dire solo finito, vuol dire anche rodato, maturo, assodato.
2) non so quanti abbiano chiara la differenza fra Webrete di pagine ipertestuali basate sul linguaggio HTML inventato da Tim Berners-Lee, e Internet, ossia l’insieme di protocolli di comunicazione (tra cui l’http delle pagine web) di derivazione militare e ben precedente al modo di navigare che noi oggi conosciamo.
3) non è un tema nuovo, si discute della “morte del web” dal 2010.

Il web è morto...dal parecchio!
Se il web è morto…lo è da parecchio!

Perché allora questo post? In prima battuta perché come molti colleghi sono un po’ stanco di discutere di web marketing o anche di digital marketing come se fossero una disciplina a parte. Ormai il digitale è un substrato di business tanto quanto lo sono il computer, il telefono, la posta elettronica etc.
Quindi è assodato, c’è, non se ne può fare a meno ma da solo non serve a molto senza idee e strategie vincenti.

Nuovi ruoli manageriali si affacciano sul mercato
Nuovi ruoli manageriali si affacciano sul mercato

In secondo luogo perché visto il contesto di cui sopra ormai nessuno si stupisce più di vedere un sito attraverso un telefonino o anche su di una tv (e presto su altri elettrodomestici) ma questo non ha semplificato le cose, le ha rese dannatamente complesse perché ogni device, browser e chissà che altro chiede una sua ottimizzazione, mentre ancora latita la cultura degli strumenti che erano disponibili già dieci anni fa.
In altri termini, in molti si stanno avventurando in qualcosa di simile alla guida di astronave stellare senza aver fatto pratica sul triciclo, perché la penetrazione dei nuovi paradigmi è stata talmente veloce che le aziende in alcuni casi non hanno nemmeno fatto a tempo a iniziare che si sono trovate già indietro di anni.

Fonte: http://www.qualcomm.com/
Internet of Everything – Fonte: http://www.qualcomm.com/

Terzo, abbiamo appena cominciato, si discute di Internet of (every)thing (non di web of thing), e quindi la mentalità vincente è quella di conoscere gli strumenti ma di piegarli ai propri obiettivi, senza rimanere prigionieri, in modo da poter gestire serenamente tutti i cambi di paradigma perché alla base c’è un pensiero chiaro. Questo significa avere una conoscenza profonda sia del business sia dell’ecosistema che si va a creare nel tempo, e ne ho già parlato tante volte.

Considerato tutto questo, non trovate come me che il solo web non possa essere proprio considerato un concetto nuovo?

Il cliente del 2015

Spesso vengono proposte in rete interessanti infografiche sul cliente che potremmo dover gestire tra 5 o 10 anni, questa volta invece vi propongo per un breve commento una versione che parla invece del 2015. Ossia dell’anno prossimo.

Personalmente sono d’accordo con la maggior parte dei temi proposti nell’immagine, con una grande considerazione di fondo: queste rivoluzioni si stanno sviluppando in modo costante e sistematico da anni, senza strappi eclatanti ed improvvisi, e ora si iniziano a vedere davvero in atto.

In particolare l’utilizzo dei device mobili per essere sempre connessi ormai è un dato assodato (anche in Europa e in Italia) che è cresciuto lentamente ma inarrestabilmente mentre nella business community si discute da tempo di “anno del mobile” (e molte aziende intanto non sono ancora pronte al “mobile first”).
Questo ha permesso lo sviluppo di fenomeni come lo showrooming e presto consentirà una diffusione più ampia di interazioni digitali in contesti fisici, come i negozi.

Un altro grande tema, non nuovo, è quello del trust: l’importanza di una reale fiducia in un brand che va (anche) oltre l’advertising si consolida nel tempo, e se UGC e peer review esistono da anni la loro importanza è ormai giunta a maturazione. Questo non vuol dire però agire solo sul social media e sul valore dei fan/follower, ma anche ragionare in una logica di sistema dove la nostra coerenza è totale attraverso tutto gli strumenti ed i comportamenti.

Potrei continuare a lungo, anche perché sono temi che ho trattato spesso in passato, quello che mi piaceva però lanciare come riflessione con questo post è la consapevolezza che i grandi cambiamenti indotti dalla tecnologia sono ormai presenti, con continuo e lento avanzamento.
Questo obbliga oggi le aziende ad essere attente ed anche umili osservatrici dei fenomeni in corso che vanno capiti e cavalcati (sulla base dei bisogni dei clienti) prima che diventino così forti da segnare un ritardo incolmabile.

Servono competenze, una nuova cultura con le persone al centro e la possibilità per gli innovatori interni di agire con il committment dei vertici e il supporto di tutta l’azienda.
Perché intanto la rivoluzione senza clamore continua.

Che cosa mi sono portato a casa dal Forum della Comunicazione Italiana 2014

Il 15 aprile ho avuto il piacere di essere ospite del Forum della Comunicazione Italiana in un panel molto interessante, moderato da Alessio Jacona, in cui oltre a me erano presenti:

Nicola Bugini, Senior Consultant Adobe Systems Italia
Alessandro Colafranceschi, Global Head of Online & Mobile Banking UniCredit
Gabriele Gianello, Head of Digital Innovation – Direzione ICT Valentino Fashion Group
Vlad Mihalca, Head of VAS PosteMobile (Gruppo Poste Italiane)
Pepe Moder, Director of Global Digital Marketing Media – Car Pirelli Tyre
Davide Surace, Digital Director Effe 2005, Gruppo Feltrinelli Librerie Feltrinelli

Forum Comunicazione 2014

Si parlava di portare le aziende italiane nella digital economy, tema vastissimo che però è stato affrontato come una chiacchierata molto concreta che alla fine mi ha confermato che diversi punti sono in comune a tutti i settori.

1) Il digital è pervasivo ma ancora oggi spesso in termini di organizzazione e percezione è staccato dal resto del marketing e del business, mentre tutti coloro che ci sono dentro ritengono questa situazione anacronistica e dannosa.

2) le grandi sfide interne sono culturali prima che tecnologiche, il protagonista è il cliente ed è lui che detta l’agenda, l’azienda deve andargli incontro, stimolarlo ma non può imporre le proprie scelte in modo secco e unilaterale. E bisogna fare evangelizzazione nell’organizzazione perché il digitale da solo non basta a cambiare.

3) la misurazione è un fattore cruciale, e non si può più basare una campagna o una attività solo sul concetto che sia “bella”: deve anche funzionare. Inoltre poter misurare vuol dire sapere intervenire subito sulle criticità, visto che spostare un bottone in una app o in un sito può segnare una differenza clamorosa di risultato lato cliente.

4) non c’è una strada tracciata, bisogna sperimentare e avere coraggio di spingersi in terreni nuovi. È la parte affascinante e difficile del lavoro di chi si muove negli spazi dell’innovazione che passa attraverso questi nuovi strumenti.

Come si è ricordato nel talk show “la potenza è nulla senza controllo”, e quindi la competenza e il cambio culturale sono alla base del successo, perché la “rivoluzione digitale” è già avvenuta.

Vi lascio con un video che Nicola Bugini di Adobe ha mostrato per illustrare egregiamente che cosa succede se ciò non avviene e il controllo manca! Buona visione!

 

Ma che cosa c’entrano i dati con la customer experience?

“The marketing future belongs to just two groups: technicians and magicians.”
Sir Martin Sorrell

Sì, le due cose che cito nel titolo, i dati e l’experience, c’entrano eccome gli uni con l’altra.
In un suo recente e-book Scott Brinker dice con grande chiarezza che la celebrata coppia art & copy è fondamentale anche oggi, anzi lo è di più per creare l’esperienza e lo storytelling ma che “in a digital world, art and copy must be augmented by code and data“.

immagine tratta a http://unreasonableentrepreneur.com/
immagine tratta a http://unreasonableentrepreneur.com/

Non abbiamo mai avuto così tante informazioni a disposizione come oggi e nemmeno così tanti strumenti di marketing che permettono di interagire, relazionarsi, ascoltare le persone, al punto che il marketing ha superato l’IT nella spesa per il software.
Eppure, c’è ancora una diffidenza diffusa nei confronti degli automatismi e del dato, “roba da tecnici” si dice, e poi il digitale è “un mondo a sé stante, fatto di gente che smanetta”.
Mi piace contrapporre a questa visione una frase di Clive Sirkin, CMO of Kimberly-Clark: “We don’t believe in digital marketing. We believe in marketing in a digital world, and there’s a huge difference“.

Il digitale quindi è uno strumento (permeante) per fare business, non il business in sé, e di tutti questi dati bisogna fare un uso intelligente per prendere decisioni velocemente e mettere al centro il cliente, cosa che non si può pensare di fare senza dei processi automatici di marketing.
Amazon ci ha insegnato che la strada è offrire sempre la proposta (e quindi l’esperienza) giusta al momento giusto e quasi metà dei top retailer online lavora sulla personalizzazione dell’e-commerce. Tutti trends che si stanno allargando ad un’esperienza offline e multicanale.
Leggete anche qui quali sono per Forrester i top trend del CRM 2014. Strategia e dato, marketing e tecnologia.

Oggi poi gli strumenti di visualizzazione del dato e i software che permettono di programmare delle azioni derivanti da queste analisi sono diventati sempre più grafici, intuitivi e semplici da usare. 

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Il marketing dunque torna ad essere una scienza di dati e strategia, non solo comunicazione, e allora è ovvio che se non tutti coloro se ne occupano devono diventare degli esperti di tecnologia è altrettanto vero che la capacità di cavalcare il nuovo paradigma data driven è indispensabile anche per andare al cuore della customer experience, un terreno emozionale che si prepara su solide basi razionali e che oggi viene indicata come il nuovo business benchmark.

Voi che cosa ne pensate?

Ma dove vai se l’informazione non ce l’hai?

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Immagine tratta da http://www.library.gatech.edu/

Peter Sondergaard di Gartner afferma che entro il 2020 la nuova organizzazione dovrà farsi carico di cinque capacità fondamentali.

1) coordinare l’architettura di tutte le tecnologie digitali con i loro impatti.

2) definire l’enterprise information architecture considerando gli innumerevoli asset informativi sparsi dentro e fuori l’azienda

3) garantire la sicurezza per tutte le tecnologie digitali

4) gestire l’ecosistema digitalizzato sia dentro sia fuori l’organizzazione

5) sviluppare e promuovere la leadership digitale, nei vertici aziendali

Trovo tutti i punti interessanti ma in particolare mi attirano per questo post il 2 e il 4.

L’informazione, il dato, l’asset digitale sono elementi che spesso si dimenticano o si sottovalutano, mentre nella realtà diventano tanto più cruciali quanto più sono ormai numerosi e complessi.

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Che si tratti di gestire comunicazioni interne andando oltre la mail o di  creare contenuto verso il cliente finale il fatto di avere una circolazione fluida delle informazioni e una capacità di reperimento e di distribuzione dei contenuti su più piattaforme è un requisito cruciale.

20140228-181632.jpgSiccome poi parliamo di ecosistemi, è alquanto pericoloso chiudere le informazioni in dei silos perché al contrario tutto oggi può avere un valore sul piano dell’analisi strategica complessiva.
Le statistiche sui big data sono certamente di ispirazione a tutti i livelli ma credo che prima di arrivare a qualsiasi soluzione tecnologica ci sia un tema di organizzazione e di cultura.

Quante organizzazioni infatti si preoccupano davvero delle inefficienze dovute alla cattiva circolazione delle informazioni e alla difficoltà di gestirle?
E quante si fanno guidare in modo convinto dalla lettura di tutti i dati oggi disponibili? A mio avviso poche, anche se il tema non è nuovo e ne parlai già in tempi non sospetti.

E voi, pensando alle esperienze di tutti giorni, come vi sentite di giudicare le vostre realtà?

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