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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

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Perché i miei clienti non parlano con me?

Nelle scorse settimane ho toccato velocemente in due post i temi del corporate blog e dell’uso di Twitter come strumento di marketing.
Queste tecnologie, come altri strumenti propri del web 2.0, incutono sicuramente timore nel management in quanto comportano una cessione di parte del controllo della comunicazione che passa all’utente.

Non ritornerò in questa sede ai motivi per cui tale paura va superata (a patto che a monte vi sia una reale visione e analisi strategica), vi rimando ad un mio post precedente sul tema.

Qui invece vorrei dare un’occhiata all’altra faccia della medaglia, che cosa pensare se dopo aver varato un progetto di Internet collaborativi i miei utenti e/o clienti non vi partecipano?

E’ sicuramente una situazione realmente accaduta a molte realtà e che di solito è il colpo finale alle ambizioni dell’azienda, mentre i navigatori continuano a parlare del brand altrove (o non lo fanno del tutto).

Alcune brevi considerazioni:

1)    Non sopravvalutate la vostra notorietà e l’interesse che generate in rete: vi sono molti marchi di un certo rilievo che ad un attento monitoraggio della loro reputazione online risultano poco presenti nelle conversazioni degli utenti. Ciò non deve bloccare ma permette di capire che va fatto un lavoro maggiore di inserimento del brand nel web 2.0, capendo al meglio quali strumenti usano i nostri clienti quando si parlano (d’altro) fra loro.
2)    Date agli utenti una ragione per interagire: sappiate che anche nel web 2.0 l’utente è pigro e solo una minima parte dei navigatori interagisce davvero attivamente, a patto che trovi una ragione motivante per farlo da voi e non su mille altri servizi.
3)    Ponetevi in una mentalità dialogica e aperta: non stroncate troppo bruscamente le critiche senza prima interagire e lasciate spazio alle risposte degli utenti.
4)    Andate per gradi e sperimentate mezzi e linguaggi: trovare il tuning non è facile e bruciare subito grandi risorse vuol dire uccidere i progetti futuri.
5)   Incoraggiate e valorizzate l’apporto dei clienti attivi, facendone degli opinion leader rispettati nella vostra rete.

In generale mi sento di dire una cosa molto semplice e apparentemente ovvia, non tutti brand sono adatti a tutti mezzi, in alcuni casi il dialogo sarà più vivace e in altri invece sarà limitato a qualche commento/votazione.
Quello che fa davvero la differenza però è la mentalità aziendale e la volontà di ascoltare davvero che cosa si dice, senza voler fare pura comunicazione unidirezionale parlando sopra la conversazione.
Se l’approccio è giusto anche un piccolo progetto si rivelerà prezioso e apprezzato dai navigatori, in caso contrario i mezzi finanziari potranno ben poco.

Come al solito commenti e considerazioni sono ben gradite.

La mia azienda dovrebbe avere un blog?

Penso che il titolo del mio post rappresenti un quesito ricorrente per molti imprenditori e marketing manager. La prima risposta che mi viene in mente è “dipende”.

Se guardiamo allo strumento di per sé il blog è veramente adatto ad ogni tipo di azienda: si può costruire con poche risorse economiche, fa molta immagine, permette di aprire un dialogo con il cliente, acquisito o potenziale che sia.

A dispetto delle apparenze però lanciarsi nell’avventura di un corporate blog non è per tutti, e non mi riferisco alla complessità tecnica o gestionale.

Il primo tema è quello del committment: il blog in sé è un semplice sito ma culturalmente comporta una vera rivoluzione nell’azienda: la comunicazione è diretta, non pubblicitaria, trasparente, dialogica e non sempre i tempi dello scambio dialogico sono dettati dall’impresa.
Insomma in primo luogo non avrete lo stesso controllo che potreste vantare sul vostro sito tradizionale, o almeno che credete di avere.
Questa paura infatti in realtà è relativa, in quanto chi vuole parlare di male di voi lo può fare in mille altri siti, ed è un freno che ormai ha un senso limitato.

Ciò non toglie però che per bloggare per davvero in azienda occorre avere l’appoggio di sponsor interni importanti, non a tutti infatti piacerà da subito questo nuovo approccio e non si cambia la cultura di un’azienda in un giorno.

Inoltre chi sarà il blogger (o i blogger) non deve essere costretto a questo ruolo ma deve trovarsi a suo agio e, soprattutto, deve essere convinto dell’utilità del suo operato.
Deve trovare un proprio stile, scrivere comunque bene, trasmettere passione e competenza, invitare a conversare e, come dice Debbie Weil, deve divertirsi.

Se ci sono tutte queste condizioni anche il tempo, altra grande paura nel seguire un blog, sarà sempre una risorsa meno scarsa del previsto.

Un ulteriore grande tema poi è la scelta degli obiettivi e della strategia del blog: come abbiamo visto più volte a proposito dell’approccio post infatti occorre avere ben chiaro che cosa si vuole ottenere dal blog e come raggiungere l’obiettivo.
Ciò non può prescindere dall’ascolto e dall’analisi del profilo Social Technographics del pubblico atteso, che ci aiuterà anche a trovare i giusti argomenti ed i toni di voce migliori.

Infine il tema della misurazione dei risultati può essere affrontato con gli stessi criteri di tutti i social media, magari aiutandosi con le Social Media Ad Metrics Definition di IAB.

A questo punto la risposta al quesito iniziale cambia, o meglio è la domanda che formulata meglio: io e la mia organizzazione siamo pronti per bloggare?

A ciascuno la propria risposta, anche qui di seguito come commento, se vi va.
Io tornerò appena possibile sul tema.

Social media marketing, strategia e casi concreti

La settimana scorsa ho avuto il piacere e l’onore di essere relatore al primo convegno nazionale Web Marketing Centers, organizzato da Fabio Pagano, ceo di SitoVivo.

Pubblico qui di seguito la mia presentazione che trovate anche su Slideshare.

Un evento che ha meritatamente avuto una lettera di encomio dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il patrocinio dello IAB e per il quale faccio ancora tanti complimenti a tutti gli organizzatori.

Comunicare nella “nuvola d’informazione”

Ho letto recentemente su NC un bell’articolo dove Massimo Giordani, ceo di Time&Mind, esprimeva un concetto molto interessante, quello di information cloud.

In sostanza oggi tutti noi saremmo immersi in una nuvola di informazioni e conoscenze, basate sulla rete, accessibile in qualsiasi momento grazie ai pc, alle connessioni mobili, al wi-fi, agli smartphone.

Una porta su cui si innesta un sesto senso digitale, non sempre percepito esplicitamente, che fa sì che un qualsiasi digital native (coloro che sono nati dopo la diffusione del web) trovi naturale e automatico ricercare informazioni e contatti online in ogni momento, con vari device.

Che cosa implica questo?

La presenza sul web è indispensabile per comunicare con il cliente ma non sarà presto più sufficiente: bisognerà essere in grado di essere reperibili e, soprattutto, fruibili sui device più diversi: desktop (widget), mobile (sito .mobi), aggregatori (feed rss, webslice), social netowork e siti di social sharing.

Dunque sarà necessario concenpire siti e strumenti online in grado di essere flssibili, portabili, adattabili senza perdere l’esperienza e l’engagement del web tradizionale. E con gli stessi contenuti.

Questa sfida richiede competenze sempre più specifiche all’interno dell’azienda e un lavoro di progettazione attento e con una visione di lungo periodo. Se saprete investire un po’ tempo e risorse in più all’inizio però avrete la possibilità di sviluppare la vostra comunicazione e i vostri servizi in modo semplice e relativamente economico, su tutti i nuovi media che si presenteranno.

Senza riprogettare ogni volta e con una forte componente di automatismo negli aggiornamenti dei vari device.

Ne sentirete ancora parlare, voi vi state preparando? Che ne pensate?

Che tecnologia di social media dovreste scegliere? Dipende dai vostri obiettivi…

Torno ancora sul tema dei social media (ma di fatto anche del web in genere) per una riflessione semplice ma essenziale: che tecnologia scegliere.


La risposta è tanto semplice quanto poco considerata: dipende.

Dipende da che cosa?

a) Dai vostri clienti: se il vostro consumatore tipo è molto attivo sui forum è lì che dovete andare ad agire, se invece è un lettore di feed rss che non scrive mai nulla ma consulta molti siti dovrete dargli news e aggiornamenti. E così via.

b) Dai vostri obiettivi: se state facendo un progetto sul web dovete capire, sulla base di chi sono i vostri clienti, che potete pensare ragionevolmente di ottenre.

c) Dalla strategia che mettete in campo per raggiungere i vostri obiettivi.

Solo a questo punto potete scegliere la tecnologia, secondo l’approccio POST del libro “L’onda anomala” di cui parlavo anche in un recente intervento su questo blog.

Il percorso tipo delle aziende è invece quello di costruire i progetti attorno da una tecnologia, restandone poi prigionieria.

Inoltre sul web gli strumenti evolvono velocemente e passano, mentre le relazioni restano.

Tutte le tecnologie, secondo il noto ciclo di Hype, vivono un momento di euforia che poi porta ad una disillusion ed un assestamento, non bisogna quindi affidare solo agli strumenti lo sviluppo delle relazioni ma bisogna servisi di essi per sviluppare reali e proficui rapporti.

Le relazoni infatti sono il nuovo vantaggio competitivo e saranno in grado di passare da una piattaforma all’altra traendo il meglio da ciascuna (ricordiamoci che il networking precede, in termini temporali, il web 2.0).

Voi che ne pensate?

Come approcciare in modo corretto (e strategico) i social media?

Il mondo dei social media si sta manifestando in maniera sempre più dirompente e sta iniziando a contagiare, in termini di interesse, anche le aziende brick & mortar lontane dalla tecnologia web.
Resta però piuttosto difficile trovare chi, in azienda, conosca e padroneggi questi mezzi e sia in grado di affrontarli con un approccio strategico.

Ecco dunque alcune riflessioni sul tema prese da alcuni siti di riferimento, essenziali per cercare di realizzare una prima stesura della propria strategia.

Su Social Media Marketing ad esempio qualche giorno Enzo Santagata ha pubblicato questi utili e semplici consigli:

1. Non parlare ai consumatori. Non vogliono ascoltarti, vogliono essere ascoltati.
2. Offri una ragione per partecipare. Se le persone non percepiscono di ottenere un valore aggiunto dal condividere le loro opinioni, non verranno da te (magari vanno dal tuo diretto concorrente, che ha saputo soddisfarli meglio).
3. Resisti alla tentazione di vendere a tutti i costi.
4. Sperimenta e tieniti aggiornato. Ma soprattutto sperimenta, e se sbagli sperimenta ancora.
5. Ascolta le conversazioni che avvengono anche al di fuori del tuo sito. E partecipa anche lì indicando chiaramente chi sei e perché stai partecipando. Chi ha provato a fare il furbo è stato smascherato prima che potesse rendersene conto.
6. Cedi il controllo della comunicazione. Non aver paura di aprire le tue porte alle critiche. Quando una community si sente controllata e forzata verso una direzione a senso unico imposta dall’azienda, non dura molto.
7. Fai in modo che nella tua organizzazione ci siano quante più persone possibili che abbiano un background composto dal pensiero pragmatico da uomo di marketing, dalla curiosità incosciente di un sociologo e che siano grandi appassionati di social network.

Leonardo Bellini invece sul suo blog cita il libro Groundswell di Charlene Li e Josh Benoff (in edizione italiana, L’onda anomala, edito da ETAS) ed il loro approccio riassunto nell’acronimo POST.

P sono le persone. Non avviate una strategia Social senza aver compreso le reali capacità, conoscenza ed utilizzo delle tecnologie social da parte della vostra audience.
O sta per Obiettivi. Quali obiettivi vi potete realisticamente aspettare di raggiungere con il vostro target di riferimento?
S è la strategia. Come pensate di raggiungere questi obiettivi?
T sta per tecnologia. Una community. Una wiki, Un blog o 100 blog.

In entrambi gli approcci è comunque evidente la necessità dello studio e della pianificazione, spesso trascurati sul web (e in particolare sui social media).

A questo si lega anche il problema della misurazione dei risultati, uno dei temi più caldi rispetto al web 2.0 su cui ho scritto su queste pagine pochi giorni fa.
Credo infatti che aldilà delle indubbie difficoltà di rilevazione e valutazione ci sia un problema di fondo nei KPI utilizzati per misurare la redditività degli investimenti.

La prospettiva corretta infatti è quella della costruzione di relazioni, di fiducia e di reciproco scambio di informazioni e collaborazioni.
E’ necessario perciò predisporre strumenti che ci consentano di capire che cosa si dice di noi in rete, per essere consapevoli della nostra reale reputazione, e ascoltare molto, anche fuori dal nostro circuito di siti posseduti o di quelli di settore.

Si possono poi utilizzare software pensati appositamente per la gestione delle campagne social, come il tool proposto da Claudio Ancillotti, che ci permettono di svolgere queste attività in modo ordinato e pianificato.

Il messaggio di fondo che possono sentirmi di lanciare in conclusione è quello di affrontare i social media preparati e con l’aiuto di persone esperte, consapevoli delle particolarità del web 2.0 e pronti a reagire alle novità continue di questo magmatico mondo.

Siete pronti?

Sai che cosa si dice di te in rete? L’importanza del monitoraggio

La reputazione è un bene prezioso e di questo qualsiasi azienda è pienamente consapevole, almeno per quanto riguarda i media trazionali.

Ma sul web? Beh sulla rete, in particolare nei forum e nella blogosfera, le voci corrono ad una velocità enorme e con un’ampiezza di diffusione che può rapidamente uscire dai confini nazionali ma pochi se ne rendono conto.

Come si monitora la rete ed in particolare il mondo magmatico del web 2.0? La cosa migliore è di dotarsi di un tool software apposito, in grado di farci avere in tempo veloce e in modo costante notizia di tutto ciò che si dice di noi, naturalmente con criteri di settaggio che evitino omonimie e risultati non realmente rilevanti.

E una volta trovato qualche commento negativo che si fa?

Si deve decidere volta per volta ma si possono dare alcuni consigli:

a) Non intervenire a tutti i costi, se è una critica non troppo aggressiva, in una fonte poco nota e se, dopo qualche giorno non genera strascichi è meglio non essere ossessivi.

b) Se dobbiamo invece intervenire è bene farlo dichiarando la propria identità, meglio se con il ruolo aziendale, mai cercare di fingersi un altro utente comune.

c) Per far sì che sui motori di ricerca nel breve periodo non compaiano solo i commenti negativi su di voi si possono acquistare degli annunci pay per click con le parole/argomenti incriminati.

d) In tutti i casi (compreso il punto a) bisogna tempestivamente prevedere delle pagine sull’argomento sul proprio sito, in modo che esse siano disponibili per gli interessati e siano indicizzate. Infatti anche dopo mesi, quando la protesta è passata, restano reperiti dai motori i risultati negativi e se non ci sono i nostri argomenti di risposta lasciamo di fatto la parola agli avversari.

Naturalmente le attività di gestione della reputazione online non servono a ripulire dai commenti negativi il web (bene lo spiega questo post) ma permettono all’azienda di capire cosa pensano e dicono gli utenti e consentono l’intervento tempestivo su voci, magari infondate, che possono fare grossi danni all’azienda.

Pensate sia un’esagerazione? Leggete questa storia…

Il marketing territoriale e la rete internet

Si parla sempre più spesso ormai di marketing del territorio.

Sostanzialmente si tratta di valorizzazione, ovviamente anche economica, d’aree geografiche e della loro cultura, termine quest’ultimo che va inteso nel senso più ampio possibile, spaziando dall’arte alle tradizioni popolari, dall’artigianato all’enogastronomia.

Come si fa a pensare un progetto realmente vincente?

A monte di un progetto di valorizzazione del territorio c’è sicuramente la conoscenza della sua storia e l’individuazione, all’interno dell’ambiente analizzato, delle eccellenze dei diversi settori, quali i migliori artigiani, ristoratori e simili: la qualità di ciò che si mette in campo infatti è un fattore critico di successo.

A questo punto un altro passo importante è quello della tematizzazione: vado a cercare un tema che attraversi in qualche modo tutto il territorio e che permetta di creare una chiave di lettura attraverso cui poi comunicarlo all’esterno.

L’importante è che questo carattere permetta un riscontro emotivo (e quindi un interesse) forte nel visitatore, che gli permetta al limite di immedesimarsi nella situazione, processo quest’ultimo che è particolarmente centrale per eventi puntuali, quali un carnevale o una festa popolare, una grande mostra, una ricostruzione storica.

Infine tematizzare può permettere di “estrarre” anche i simboli necessari a creare un brand per quell’area, sotto forma di vero e proprio logo che permetta di ricollegare al territorio eventi, prodotti e anche sensazioni, una sorta di marchio di qualità insomma.

Una volta avviato questo sistema sta a tutto il territorio comunicarsi, naturalmente con l’ausilio d’uffici stampa, di grandi o piccoli eventi, di pubblicità ma soprattutto di partecipazione degli abitanti al mantenimento di standard elevati d’accoglienza e di qualità in genere.

Naturalmente è particolarmente importante creare consenso e consapevolezza fra i “pubblici influenti”, quali le amministrazioni locali, i gruppi sociali più attivi, le aziende legate al territorio (che possono diventare ottimi sponsor) e tutti coloro che possono favorire od ostacolare la riuscita dell’operazione.

La rete Internet sicuramente in questo senso ha un potenziale straordinario, anche se non sempre gestito al meglio, come il triste caso di Italia.it ha recentemente dimostrato.

Grazie a Internet infatti è possibile creare dei percorsi ipertestuali attraverso le eccellenze del territorio, collegati fra loro da dei punti di congiunzione fra le pagine e arricchibili da vari contenuti multimediali.

Inoltre un sito web permette un aggiornamento continuo dei contenuti, con la possiiblità di tenere viva l’attenzione del pubblico con newsletter e feed rss.

Ancora, non dimentichiamoci che il turismo è uno dei settori trainanti nell’e-commerce e che dunque una valida piattaforma web non è solo un investimento pubblicitario per il territorio ma può diventare uno dei motori dell’accoglienza turistica.

Inoltre con l’avvento del web 2.0 il portale turistico si può aprire anche ai contributi degli appassionati e delle persone del luogo che possono arricchirlo e renderlo vivo e convolgente grazie ai propri contributi, facendo che sì che esso sia una reale espressione del territorio.

Tutto questo putroppo in italia, il paese che meglio potrebbe trarre vantaggio da quanto scritto sopra, è ancora appannaggio di poche realtà non colelgate fra loro e non validamente supportate dallo stato e dagli enti locali (salvo naturalmente delle felici eccezioni).

E’ ora dunque di fare sistema, affidando a dei professionisti della rete il compito di sviluppare insieme alle realtà locali un valido complesso di siti e servizi web collegati fra loro in un network.

Nella speranza che il caso di Italia.it serva da monito per evitare nuove scelte sbagliate.

Gianluigi Zarantonello

Il web 2.0 e i professionisti della comunicazione

Ormai si parla con insistenza del Web 2.0, nel quale la partecipazione degli utenti ha reso difficile distinguere fra chi è produttore di contenuto e chi spettatore, tanto che il Time ha dedicato ai blogger e a tutti coloro che scrivono e vivono in rete la sua copertina con il titolo di uomo dell’anno.

Per chi come me ha iniziato a lavorare fin dal 2002, proprio con Comunitazione.it, su community e siti dove erano gli utenti a produrre gran parte del contenuto tutto ciò è fonte di una certa soddisfazione, a dispetto di chi allora non credeva in queste cose. Proprio però perché frequento da tempo questi ambiti non posso fare ameno di notare come tutto questo sia una grande fonte di complessità e ponga notevoli problemi agli operatori della rete e della comunicazione in genere.

Come si può infatti porre dei confini a questo mondo frenetico e magmatico? Chi a questo punto ha il dovere e l’onere del controllo? Dove finisce il professionista ed inizia il semplice appassionato?

E ancora, non dimentichiamoci che esiste un motivo per cui i motori di ricerca sono da sempre la seconda applicazione in rete dopo la posta elettronica: l’overload di informazioni.

Per questo il fatto che tutti si possano scambiare a grande velocità informazioni attraverso sistemi veloci e quasi automatici, come ad esempio i feed rss, e che i video dei telegiornali a volte siano anticipati e propagati da You Tube crea nuove sfide, moltiplicando e riflettendo all’infinito l’informazione, intesa in senso ampio.

Nello specifico questa velocità richiede nuovi professionisti che conoscano questi meccanismi e sappiano selezionare in questo mare in tempesta l’informazione, il dato, la notizia che serve di volta in volta a quella esigenza cui sono chiamati a rispondere.

Ad una velocità superiore ai concorrenti.

Un po’ giornalisti e un po’ informatici con un pizzico di spirito manageriale i nuovi protagonisti della rete, del futuro web 3.0 o come altro si chiamerà, saranno coloro che riusciranno a governare e guidare le migliaia di fonti senza però reprimere la forza creativa di chi le produce.

In parte ciò è una rivincita dell’uomo e del suo discernimento, non c’è infatti motore di ricerca semantico che possieda la ricchezza del pensiero umano.

Per questo il nuovo professionista del web dovrà conoscere al meglio gli strumenti della ricerca, indispensabili per fare fronte alle quantità, ma poi dovrà sapere distinguere con la propria testa e capire cosa ha davanti.

Non è una sfida semplice ma proprio per questo è quanto mai accattivante…

Gianluigi Zarantonello

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