Upim, dopo la recente acquisizione da parte di Gruppo Coin, riparte dal web 2.0 e affida agli internauti l’ideazione del suo nuovo logo attraverso un contest online su Zooppa aperto a tutti i creativi.
Sulla pagina dedicata di Zooppa potrete trovare tutti i dettagli del brief, personalmente mi piace citare questa news perché dimostra la crescente attenzione che le tradizionali insegne del retail stanno iniziando a dedicare alla rete, non è da tutti ripartire dal contributo degli utenti per costruire una nuova identità di marca. E non vi nascondo di essere molto soddisfatto di aver contribuito a questa operazione.
Voi che ne dite? Il web 2.0 può aiutare un marchio storico a riposizionarsi?
Ho letto in questi giorni diversi post, molto interessanti, sulle previsioni per il 2010 come l’anno dell’azione, sia per il social media marketing (leggete questi articoli su Social Media Marketing e su Digitalmarketinglab) sia per il mobile web (ancora su Digitalmarketinglab).
Spero anche io che quest’anno si passi davvero da una generica consapevolezza del valore di questi strumenti (peraltro molto legati fra loro) alla reale attuazione di piani e strategie.
Quali sono i limiti e le opportunità della situazione ad oggi?
Partiamo dal mobile, dopo un paio di annate partite a metà la tecnologia è matura, la diffusione degli smartphone è alta e anche gli operatori stanno spingendo. Cosa manca? Sicuramente la conoscenza delle opportunità da parte degli utenti finali, traumatizzati anche dai salassi patiti causa alte tariffe. Auspicherei dunque delle campagne informative per il grande pubblico, oltre alla pubblicità commerciale.
Inoltre il futuro è fortemente legato alle applications, in questo senso fondamentale è stato l’avvento dell‘iPhone che ha cambiato l’approccio al mercato (una previsione azzeccata), non bisogna però dimenticare che in Italia questo device vale forse il 3% del mercato (700.000 pezzi) e che dunque mode a parte non bisogna trascurare tutti gli altri sistemi operativi a partire da Symbian e Windows Mobile. Le aziende sono consapevoli delle quote di mercato, oltre che dei costi di porting?
Veniamo poi ai social media: nei giorni scorsi si è sviluppata una bella discussione su Linkedin a proposito di come trasmettere la cultura dei social media marketing all’interno delle organizzazioni.
Credo che sia qui il problema centrale: la teoria in questo caso è difficile da applicare in mancanza di una conoscenza diretta degli strumenti e di un giusto approccio culturale. Come si diceva su Linkedin è importante coinvolgere chi in azienda ha già familierietà con questi strumenti per farne degli evangelisti. Tuttavia senza un forte committment dall’alto queste persone non avranno abbastanza credito, per cui uno sponsor forte è davvero necessario.
In libri come l’Onda Anomala molte storie iniziano con dei pionieri che ad un certo punto trovano un sostenitore forte in azienda, dando vita a storie di successo, nel 2010 ci sarà abbastanza coraggio per poter avere dei casi di studio italiani?
Su questo chiudo con un pensiero senza intenti polemici: in tutti gli incontri in cui mi sono trovato a parlare di social media negli ultimi mesi ho sempre avuto un pubblico di addetti ai lavori, dove mancavano quasi totalmente i manager di azienda. Non so se sia un problema di poca curiosità o di inviti gestiti male, certo è che ci siamo trovati ogni volta a dirci che “sono i soliti discorsi” mentre per altri interlocutori sarebbe stati preziosi.
Mi piace sempre segnalare iniziative interessanti made in Italy che fanno uso dei nuovi media per dialogare e interagire con i clienti.
Per questo ho accolto con piacere la segnalazione di una nuova iniziativa di Mulino Bianco: il blog delle sorpresine, tenuto da Graziella Carbone, colei che ha ideato le famose “scatoline”.
Inoltre l’idea si concrettizza nella realizzazione di tante iniziative interessanti, come il catalogo completo delle sorpresine del Mulino Bianco, che chiama in causa gli utenti con un appello su vari social media, prima di tutto sulla pagina Fb delle Scatoline e sullo stesso Blog delle Sorpresine.
Mulino Bianco prevede di ricompensare i collezionisti che contribuiranno con:
– la menzione del nome del collezionista sul catalogo;
– un “cadeau” di prodotti Mulino Bianco per dimostrare la riconoscenza per la collaborazione
– l’organizzazione di una visita in uno degli stabilimenti più belli, quello di Castiglione delle Stiviere.
Eccoci qui, nel 2010, all’inizio di un anno che si prospetta stimolante sul web, anche in Italia.
Per fare davvero il salto però bisogna cambiare prima di tutto la mentalità (vedi ad es. questa presentazione) e raggiungere un primo grande traguardo: conoscere davvero la materia e così superare la paura del cosiddetto web 2.0.
Più che fare previsioni e prima di nuovi ragionamenti ho pensato dunque di raccogliere in un piccolo e-book alcuni dei post più significativi che ho scritto su questo blog.
Non ho particolari pretese, se non quella di dare degli spunti riassumendo in un unico documento una serie di stimoli che ho proposto nel tempo.
L’idea è tanto semplice quanto intelligente: usare 140 tweets di 140 caratteri (tanti sono quelli concessi da Twitter ai suoi utenti) per spiegare come funziona questo strumento e che usi ne può fare il marketing.
Di Twitter si parla molto ma nella realtà pochi in Italia lo usano e anche per le aziende, al di là della moda, è un oggetto misterioso di cui non si conoscono le regole, per quanto esso possa essere un valido modo di comunicare.
Per questo trovo il libro di Michele una risorsa molto utile per capire in modo semplice e veloce che cosa è Twitter, le sue convenzioni nate su impulso degli utenti, le sue peculiarietà.
Non mancano i consigli per le aziende, che ne possono fare prima di tutto uno strumento di ascolto e poi un valido mezzo di dialogo, a patto però di aver capito davvero come funziona e di scrivere tweets interessanti e frequenti.
Infine un grande pregio del libro, come scrive lo stesso Michele nel suo blog, è quello di dimostrare che la forma di scrittura concisa e sintetica di Twitter non è necessariamente un limite, anzi, a volte facilità la chiarezza e elimina quelle frasi lunghissime e teoriche che sono un po’ il vizio dei libri italiani.
In conclusione dunque vi consiglio il libro, soprattutto se non avete ancora dimestichezza con Twitter, perché vi permetterà con una veloce e agile lettura di iniziare il vostro percorso su di un canale di comunicazione che da noi è ancora agli inizi.
Normalmente sul mio blog non parlo in dettaglio delle cose che faccio in azienda ma faccio una piccola eccezione per un’iniziativa che mi sembra un case history interessante: i video auguri di Natale.
Tramite la piattaforma Video Auguri di New Vision Group dal 18 dicembre tutti coloro che lo desiderano potranno inviare ai propri cari un Video Messaggio augurale per le Festività Natalizie.
Protagonisti dunque ancora una volta gli Utenti che senza alcun download potranno registrare gratuitamente i propri messaggi video (o una e-card) ed inviarli ad amici e colleghi.
I navigatori avranno a disposizione fino a 30 secondi per esprimere la loro creatività e il loro stile, a loro volta i destinatari del messaggio potranno inviare un nuovo video augurio seguendo la medesima procedura e scatenando il marketing virale.
L’idea è quella di rendere più interattiva e divertente la comunicazione del Natale, in ottica ugc e 2.0, che ne dite?
P.s. io ne ho registrato uno per fare gli auguri a tutti voi, eccolo qui.
Questo post parte dalla lettura di un articolo di Repubblica.it, dove si riportavano dei dati Nielsen che segnalano il sorpasso dei social media (301,5 milioni di frequentatori ad agosto) rispetto alle email (276,9 milioni).
Un dato sicuramente rilevante, tanto più che i social media non sono una semplice modalità push come le mail: i miei follower infatti sono aggiornati delle mie attività e di quelle dei miei contatti anche senza un invio da parte mia di un messaggio individuale.
Questa caratteristica è un’ottima possibilità per comunicare ma nasconde un problema: il rumore.
Ne ho scritto un po’ di tempo fa, davanti alla quantità enorme di messaggi che riceviamo, quanto ancora la nostra mente e la nostra attenzione saranno in grado di gestire questo bombardamento? Non c’è troppo chiasso?
Di sicuro è impossibile limitare l’espressione di ciascuno, anche perché nel totale di questi scambi c’è sempre una parte di contenuti che ci interessano.
Fermarsi all’uso di un solo strumento poi sembra piuttosto difficile perché, a parte forse Facebook, ogni social media ha una sua specializzazione (messaggio di testo, foto, video etc.).
Per questo motivo lo stesso Google Wave, che sto testando con grande interesse, potrebbe non essere ancora la risposta, pur offrendo un bellissimo (e non immediato) ambiente di comunicazione e condivisione utile per l’enterprise 2.0.
Forse allora la soluzione sta in qualcosa che ancora non esiste, un web semantico in grado di farci avere, o creare, dei filtri che ci permettano in modo intelligente e dinamico di trovare quello che cerchiamo nel flusso di comunicazione, come per le merci della coda lunga.
Voi che ne dite? E’ solo un problema di organizzazione e gestione dei contatti o anche secondo voi il prossimo futuro ci riserva dei nuovi strumenti di comunicazione, che siano una sintesi di ciò che già oggi esiste?
Come viene sottolineato nella prefazione di Diego Masi (presidente di Assocomunicazione) il libro nasce dall’esperienza lavorativa dei quattro autori, che con la loro agenzia sono stati tra i primi a lavorare in modo sistematico sul buzz marketing in Italia.
Il Buzz (o viral) marketing è una disciplina che nasce in un contesto che è ben spiegato all’interno del primo capitolo del libro: il pubblico cambia e il nuovo consumatore postmoderno cerca il dialogo con l’azienda (e con gli altri consumatori) attraverso una serie di siti e strumenti raccolti sotto il nome generico di web 2.0.
Una parte importante di queste tecniche è il WOM (Word of Mouth), ossia il passaparola già studiato negli anni ’60 da Lazarfeld nonché oggetto del secondo capitolo, tra buzz marketing e viral marketing. Oltre agli obiettivi e alle strategie viene anche dedicato uno spazio importante all’etica professionale che è molto importante in questo ambito, visto che il WOM da parte degli utenti dovrebbe essere spontaneo e sostanzialmente gratuito.
Altro aspetto, trattato nel capitolo tre, è il social media marketing, ossia l’attività volta a promuovere un sito o un prodotto attraverso l’utilizzo dei social network e degli altri social media, attività spesso trascurata dalle aziende per mancanza di competenze interne oltre che di tempo.
Non mancano qui i casi di studio di successo, sia a livello di attività di marketing sia per quanto attiene quel mondo particolare e affascinante che sono le brand communities.
Come spesso evidenziato anche in questo blog prima di agire è importante conoscere che cosa si dice di noi sulla rete, attraverso il monitoraggio della reputazione online, i cui principi ed i tool di riferimento sono descritti in dettaglio nel capitolo 5.
Infine il libro si chiude su di una panoramica interessante dedicata ai modi in cui il buzz online si lega e si integra con il passaparola off-line.
In conclusione Buzz Marketing nei social media è un libro interessante e concreto, che unisce l’esperienza professionale degli autori a delle valide sintesi dei principali testi sul social media marketing, come L’Onda Anomala e La Coda Lunga.
Una lettura sicuramente consigliabile, specie per chi approccia per la prima volta questi temi.
Un dubbio amletico: quale la scelta strategica più giusta?
In questo periodo ho avuto modo di accumulare diverse riflessioni, oggi ve ne propongo una che credo sia di una certa valenza strategica per un’azienda che vuole essere presente sul web: meglio creare propri servizi innovativi o usare gli strumenti offerti già fatti dai big della rete?
Nessuna delle due strade è giusta a priori e occorre fare una breve panoramica sulle due scelte.
Non è necessario inventare ogni volta la ruota: sicuramente questa è l’argomentazione chiave per dire che, ad esempio, sviluppare uno strumento di video sharing aziendale o un social network proprio (con tutte le difficoltà del caso) è una fatica notevole e in molti casi inutile quando ci sono già servizi simili sulla rete, come YouTube e Facebook.
Loro hanno risorse e know how per migliorare i servizi (che sono il loro core business) nonché milioni di utenti già iscritti che frequentano i loro siti.
Non è logico consegnare ad altri il bene più prezioso di un sito, i suoi utenti registrati: questo è invece l’argomento più significativo per dire che basare tutta la propria strategia su social media di terzi dove abbiamo una nostra pagina equivale a regalare a questi servizi le email e i lead in genere degli utenti. Ossia state lavorando per loro e non per voi stessi.
Trovo entrambe le cose vere e dunque la mia opinione è che ci vuole una scelta di equilibrio: la vostra fan page su Facebook o i vostri Tweets nella maggior parte dei casi sono troppo difficili da replicare su piattaforme proprie ma devono invece essere un punto di contatto che vi consente di portare alla registrazione sul vostro sito degli utenti.
E’ inutile ambire a creare una vostra piattaforma dove potete sfruttare l’esistente ma dovete avere la lungimiranza di usare tutti questi strumenti come leve di marketing e fonti di contatti per sviluppare la vostra propria strategia sui vostri propri media.
Questo non esclude nemmeno l’adozione di piattaforme di social media marketing white label per creare circuiti propri dove convogliare chi avete ingaggiato sugli altri media ma credo che tale strategia, senza un’ampia distribuzione della propria azienda sul web, rischi di essere poco visibile e di attirare troppo pochi contatti.
In conclusione dunque il mio consiglio è di usare con intelligenza gli strumenti free esistenti per favorire i vostri siti proprietari e di non avventurarvi da zero nello sviluppo preferendo piuttosto soluzioni customizzabili e brandizzabili fatte da esperti del settore.