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Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

Autore

Gianluigi Zarantonello

Former CDO at OVS Spa and past Global Digital Solutions Director at Valentino Spa http://www.gianluigizarantonello.it - Digital Transformation Leader | AI & Martech Strategist | Luxury & Fashion Tech Executive and Advisor | Speaker & Author on Innovation

Comunicare in un widget

I widget sono piccole applicazioni, fatte con diverse tecnologie, che si possono installare su siti, blog, social network e anche sul proprio desktop.

Per quanto ancora poco noti alle aziende sono in realtà un ottimo strumento di comunicazione a poco prezzo e, se ben fatti, molto efficaci.

Negli USA sono sempre più diffusi, e si prevede, entro il 2008, una spesa di 40 milioni per creare, promuovere e distribuire i widget delle aziende (Stime di eMarketer, fonte IAB Blog).

Perché conviene comunicare con un widget?

Prima di tutto un widget è uno strumento simpatico, alternativo al sito istituzionale, meno formale e più originale.

Inoltre il widget si può installare su spazi dove l’azienda normalmente non riesce ad avere una forte comunicazione: i siti personali, i blog, i social network o anche i desktop dei pc.

Infine un widget piacevole esteticamente e funzionalmente ha ottime possibiltà di essere diffuso in modo virale dagli utenti che lo segnalano ai propri amici.

Un caso concreto che ho avuto modo di seguire direttamente? Il widget Coin per il desktop, sviluppato per Windows Vista e per Google Desktop, di cui potete vedere uno screenshot qui sotto.

Conoscete qualche caso interessante di widget aziendale italiano? Sarebbe interessante discuterne…

Il Widget del mio blog

Da oggi è disponibile anche il widget del mio blog, che potete inserire in qualsiasi sito o altro blog per visualizzare i post.

Di default si presenta come nell’immagine sotto, è possibile comunque personalizzarlo.

Nella pagina che vi si apre cliccando qui troverete tutti i modi di modificare l’aspetto e tutti i tipi di inserimento che sono possibili.

Spero vi piaccia!

La scienza, il web collaborativo e le malattie rare

Sull’ormai famoso libro Wikinomics l’anno scorso si parlava del web collaborativo legato al mondo della ricerca scientifica, ebbene questa tendenza continua e si rafforza nel settore della ricerca sulle malattie rare.

Diversi casi interessanti sono stati citati da Panorama in un recente articolo.

Un esempio è il sito CollabRx, fondato dal milionario Jay Tenenbaum dopo essere sopravvissuto ad una rara forma di melanoma.

Grazie a questo spazio online il crowdfunding (la raccolta fondi fatta tramite le donazioni della gente) si è rivelato uno strumento efficace anche per la ricerca medica.

Anche in Italia la situazione si sta muovendo e, per esempio, la Federazione italiana per le malattie rare, Uniamo, sta programmando di lanciare nel prossimo aprile un sito interattivo accessibile anche ai ricercatori con lo scopo di favorire la ricerca di fondi, oltre che lo scambio di conoscenze.

Altro progetto per fare incontrare progetti e finanziamenti è Open Genius, una banca dati web dove i navigatori possono vedere i progetti in corso, finanziare quelli più interessanti e monitore i risultati degli studi sostenuti con il proprio contributo. Il sito sarà rilasciato entro l’anno.

Infine anche i social network si stanno diffondendo nel mondo scientifico italiano, molti usano già reti esistenti come Research Gate e Prometeonetwork, in più nascono nuovi progetti volti a favorire il dialogo tra mondo accademico e industria, come l’italiano Biott.

Una riprova ulteriore di come il web collaborativo stia progressivamente modificando l’approccio lavorativo di tutti i settori.

Un nuovo social network dedicato all’innovazione

Vi segnalo la nascita di un nuovo progetto, sempre basato sull’ormai popolare piattaforma di ning, il social network dell’Istituto per l’Innovazione d’Impresa.

Questa la presentazione dell’iniziativa tratta dal sito:

L’Istituto per l’Innovazione d’Impresa – chiamato anche brevemente III oppure l’Istituto – è una associazione culturale fondata da un gruppo di imprenditori, manager e consulenti con la passione per l’innovazione aziendale.

L’istituto è appena nato e sono in corso le procedure di accreditamento presso alcune università e istituzioni operanti nell’ambito dell’innovazione d’azienda.

Obbiettivo dell’istituto è di promuovere lo scambio di idee e il confronto sui temi dell’innovazione aziendale attraverso l’organizzazione di eventi, la diffusione di pubblicazioni specialistiche e ogni altra forma di condivisione delle esperienze dei suoi membri.

Uno dei primi strumenti disponibili è questo sito: il sito di social community http://www.istitutoinnovazione.org che attraverso delle modalità di interscambio di contenuti secondo le prassi del WEB 2.0 consente di condividere esperienze, idee, dubbi e passioni riguardo l’innovazione d’impresa in tutte le sue forme.

Mi sembra un’iniziativa interessante e, soprattutto, una riprova di come il networking stia prendendo piede nel nostro paese.

Google apre l’Android market ed inizia la sfida con Apple

A quanto pare ci siamo, la sfida fra iPhone e ‘Googlefonino’ entra nel vivo: oggi infatti apre Android Market, il negozio online della applicazioni per il nuovo sistema operativo mobile di Google.

Dunque gli sviluppatori potranno iniziare a mettere in vetrina i propri software, allo stesso modo di quanto già fanno sull’analogo spazio di Apple.

Al momento le prime applicazioni (secondo il Sole 24 Ore circa una cinquantina) saranno disponibili gratuitamente, mentre a seguire ci saranno quelle a pagamento.
Analogo il modello di revenue sharing per i programmatori, che prevede per loro il 70% dei ricavi delle vendite.

Non mancano le differenze: prima fra tutte è la modalità di caricamento delle applicazioni, che nel caso di Google non prevede alcuna approvazione previo pagamento di 25 dollari da parte del programmatore.

Inoltre il 30% residuo dei ricavi andrà all’operatore mobile che vende lo smarphone.

La sfida dunque è iniziata ed il business è ricco di interesse se anche Rim, che produce i BlackBerry, ha appena dichiarato che a marzo aprirà un suo store analogo, a questo punto restano solo da vedere le mosse dei due giganti Symbian e Windows Mobile.

Riusciranno tuttavia gli altri operatori a fronteggiare la quantità di sviluppi che Android sembra promettere, visto che è quasi completamente Open Source?

Staremo a vedere…

Gianluigi Zarantonello

Internet è il media più misurabile ma…lo misuriamo?

Uno dei vantaggi che da sempre si attribuiscono a Internet è la sua misurabilità in tempo quasi reale e la tracciabilità di tutte le azioni degli utenti.

Questo è sicuramente vero ed una delle ragioni che stanno motivando la continua crescita dell’advertising in rete.

Tuttavia in Italia le aziende che investono in rete misurano realmente ed in modo corretto le loro audience ed il ROI dei loro investimenti?

Ci sono almeno tre considerazioni da fare a tale proposito.

1) Nelle aziende italiane spesso la funzione internet è seguita da persone che fanno anche dell’altro, non specializzate e per di più, giustamente, con altre priorità nel loro lavoro. Dal momento che un qualsiasi sistema di web analytics genera una grande quantità di dati e che bisogna anche saperli intepretare quasi nessuno fa delle analisi accurate in merito.

2) oggi l’avvento dei rich media, di ajax e di varie altre tecnologie rendono meno scontata la misurazione.  Dunque, come evidenzia ad esempio  Cosimo Accoto nel suo libro Misurare le audience in Internet, vanno aggiornati e rivisti anche i metodi di rilevazione e di indagine.

3) Solo da poco esiste un punto di riferimento comune come Audiweb, in grado di fornire dati comparabili e univoci alle aziende che voglio investire. Su questo tema vi riporto qui di seguito l’intervista video fatta da IAB Blog al presidente Enrico Gasperini.

In conclusione dunque possiamo dire che la misurazione delle audience su Internet si sta evolvendo anche nel nostro paese, ora è tempo che le aziende se ne rendano conto e facciano uso degl strumenti disponibili per spendere meglio i propri soldi nell’advertising web.

Second life ed il ciclo di Hype

Nel corso del 2007 in Italia Second Life, il popolare metamondo creato da Linden Lab, sembrava essere diventato lo spazio digitale che doveva cancellare il web precedente, nonché la nuova frontiera del business online.

Come alcuni osservatori attenti avevano già allora rilevato tutto questo entusiasmo era proprio di una fase del noto ciclo di Hype, che cerca di spiegare gli effetti dell’introduzione di una nuova tecnoogia in un sistema sociale con la curva rappresentata qui sotto.

//tommaso.tessarolo.it
Immagine tratta da http://tommaso.tessarolo.it

Second Life in quel momento stava infatti vivendo la fase dell’entusiasmo eccessivo e gonfiato dai media.

Oggi invece siamo nella fase della disillusione, che porta ad un crollo della popolarità dello strumento e ad una fuga degli investimenti da esso.

Le mie non sono certo osservazioni originali e le potrete trovare su qualsiasi sito che si occupi di business online, vorrei solo rilevare però un aspetto importante, ossia che questo universo che parallello non è da considerarsi solo una ‘bufala’.

Si tratta infatti di un esperimento sociale e tecnologico interessante, elilatario o comunque non proprio per tutti, che solo ora entrerà, come previsto dal ciclo di Hype, in una fase in cui potrà veramente dare frutti proficui a chi lo saprà comprendere per quello che è.

In sostanza il mio consiglio è di tenere d’occhio Second life e, senza eccedere nell’entusiasmo o nella disillusione, provare a capire che uso ne potremo fare per creare delle occasioni di business al suo interno.

Kit kat premia la passione a colpi di tempo libero

Riprendo volentieri questa segnalazione che mi è arrivata da http://cafedesignorants.wordpress.com su di un caso di creazione di network e community ad opera delle aziende.

Qui di seguito il post integrale

Pare che uno dei beni di lusso sempre più ambiti e sempre meno disponibili sia il tempo libero.

Già Guy Debord, negli anni ’70, ci invitava calorosamente a riprenderci il nostro tempo libero, aspetto fondamentale dell’esistenza.

Oggi come oggi, tuttavia, può anche capitare che pur avendo del tempo a disposizione (le ferie, ad esempio, che comunque sono sempre poche, n.d.r), ci si veda costretti a trascorrerlo in città per carenza di mezzi da investire.

Ad ovviare a questo triste seppur attualissimo stato di cose, arriva I like to break free, originale inaziativa di Kit Kat, lo snack icona del Break, che attraverso il nuovo concorso invita a prendersi una pausa riportando valore alle proprie passioni.

L’idea, infatti, è premiare i partecipanti con la possibilità di riqualificare le proprie pause, amplificando l’idea del “break” a tal punto da trasformare i 5 minuti canonici riservati al break Kit Kat in una pausa ben più lunga e del valore di 5.000 euro!

I fortunati vincitori, inoltre, avranno dalla loro la consulenza di un personal break expert ingaggiato da Nestlè per dispensare preziosi consigli su come investire al meglio tempo e denaro.

Partecipare è facile: si entra a far parte della community snack alla mano, si compila l’apposito form e si attende la sorte condividendo video e quant’altro con gli altri utenti: non si sa mai che oltre alle cinque aree tematiche previste per il break non ne emerga una sesta altrettanto gratificante.:)

guarda il post originale >>

One to one advertising: è necessario essere maleducati per raggiungere il target?

Ho letto su moltissimi siti della vicenda di Rachel Beckman, una giornalista del Washington Post che su Facebook è stata vittima di messaggi pubblicitari molto pesanti, in cui si è vista dare dal suo social network prima della cicciona e poi della sterile.

La cosa più preoccupante ed insieme più significativa è stata l’evoluzione del messaggio sulla base di ciò che Rachel scriveva nel suo profilo, fino al “Vorrai mica essere una sposa grassa?” sparato alla vigilia del matrimonio.

Il fatto che l’advertising si evolva sulla base del comportamento dell’utente, purchè tutte le impostazioni privacy scelte dal navigatore siano rispettate, è un ottimo esempio di comunicazione one to one che ritengo assolutamente positiva in termini di efficacia.

Tuttavia è davvero necessario essere così aggressivi? Questo tipo di linguaggio dà davvero risultati positivi?

Come scrissi qualche anno fa una campagna trash o aggressiva di fatto assicura un maggiore ricordo e potenzia la notorietà del marchio, anche (e soprattutto) se ne viene imposta la cessazione.

Bisogna dire però che nella marca moderna non è importante solo il ricordo e il riconoscimento ma anche le sensazioni che il brand genera e l’immaginario ad essa collegato.
Credo inoltre che i consumatori moderni siano più maturi ed informati di un tempo e dunque il ragionamento “purché se ne parli” mi sembra un po’ antiquato.

Dal mio punto di vista dunque ben venga la targhettizzazione spinta, ma senza mai mancare di rispetto al nostro interlocutore, perché ciò alla lunga sarà sicuramente inutile e controproducente.

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