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Internet Manager Blog

Il Blog di Gianluigi Zarantonello. Strategia, digital transformation, tecnologia e marketing nell'ecosistema digitale

Autore

Gianluigi Zarantonello

Former CDO at OVS Spa and past Global Digital Solutions Director at Valentino Spa http://www.gianluigizarantonello.it - Digital Transformation Leader | AI & Martech Strategist | Luxury & Fashion Tech Executive and Advisor | Speaker & Author on Innovation

Carta Etica Digitale – Ecco il testo

CARTA ETICA DIGITALE

ottobre 2009

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Art.1 (Opportunità digitale)

A chiunque deve essere universalmente garantita l’opportunità di accedere ad Internet per la diffusione del proprio libero pensiero

Art.2 (Sviluppo)

I Governi favoriscono l’accesso locale ad Internet quale sviluppo democratico della Societa’ dell’Informazione.

Art.3 (Promozione)

I Governi sostengono l’utilizzo di Internet sviluppando procedure di governance che assicurino trasparenza, efficacia e tempestività nei rapporti tra Stato e cittadino.

Art.4 (Rispetto)

Chiunque nell’utilizzo di Internet e’ chiamato al rispetto della risorsa tecnologica nell’interesse proprio e della collettività.

Art.5 (Verifica)

Chiunque nella diffusione di informazioni deve accertare e verificare, prima delle divulgazione delle stesse, la veridicità della fonte.

Art.6 (Segreto)

Chiunque condivide informazioni in Internet non è tenuto a rivelare la fonte dell’informazione se non su richiesta dell’autorità giudiziaria.

Art.7 (Anonimato)

Chiunque può ricorrere a sistemi di anonimizzazione etica qualora il Governo del proprio Paese ponga in atto azioni lesive verso i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo.

Art.8 (Compilazione)

Chiunque scrive ed esegue un codice o un algoritmo informatico deve rispettare i diritti personali e patrimoniali altrui.

Art.9 (Standard)

Chiunque scrive ed esegue un codice o un algoritmo informatico deve porre ogni azione affinchè sia possibile garantire l’interoperabilità dei sistemi.

Art.10 (Gratuità)

Chiunque produce e diffonde liberamente la propria conoscenza non è tenuto alla corresponsione di alcuna tassa o esser sottoposto a vincoli di controllo.

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La Carta Etica Digitale sarà sottoposta ad una “consultazione pubblica” a Venezia il prossimo 25 ottobre durante il VENEZIACAMP puoi partecipare direttamente o inviare i tuoi suggerimenti a ced@innovatori.it

per aderire a titolo personale o come associazione, ente, università invia una mail con nome, cognome riportando nell’oggetto: aderisco CED

versione in pdf

Per le adesioni alla Carta Etica Digitale invia una e-mail all’indirizzo ced@innovatori.it riportando nome, cognome e la parola “aderisco”.

Gratis

Gratis è un libro di Chris Anderson, direttore di Wired Usa e già autore di La Coda Lunga.

Il libro è totalmente dedicato al nuovo modello economico emergente di cui Google è l’indiscusso campione, il gratis, a ben vedere infatti sul web oggi pochi servizi sono a pagamento e quasi nessuno non ha almeno una versione entry level free.

Anderson è consapevole che si tratta di un concetto ancora difficile da accettare, tanto più che attorno alla parola gratis ci sono diverse ambiguità, dovute in parte ai termini diversi in cui nelle varie lingue si indicano “libero” e “gratuito”.
Per questo la prima parte del testo è dedicato alla storia del gratis, alla sua evoluzione nel marketing tra ottocento e novecento, ai casi più eclatanti e alla psicologia che sta dietro alle reazioni umane davanti a tale concetto.

Queste difficoltà diventano sempre meno marcate per i digital native (o lo sono di più, quando si cerca di far pagare qualcosa), in quanto questa generazione è cresciuta all’interno del fenomeno che è protagonista della seconda parte del libro: la rivoluzione digitale.
Se già per gli atomi (i prodotti tangibili) la corsa verso il prezzo zero è marcata per il web e i new media, fatti di bit, è praticamente inarrestabile e può essere rallentata solo da provvedimenti restrittivi.

L’economia tradizionale fatica a inquadrare tutto ciò nei suoi paradigmi perché da secoli ragiona sulla base del concetto della scarsità di risorse, e per questo gli uomini sono molto restii (in molti casi giustamente) allo spreco.
L’economia digitale però è basata sull’abbondanza: i processori raddoppiano la loro velocità ogni 18 mesi (legge di Moore) ma la banda e lo storage di dati lo fanno ancora più velocemente, producendo modelli basati sullo “spreco” come YouTube.
In questo contesto è possibile lanciare dei servizi che un tempo non sarebbero stati sostenibili (si pensi appunto a banda e storage necessari a YouTube) e permettersi di consumare risorse dal bassissimo costo marginale in attesa di capire al meglio il business.

E’ questa la parte più convincente del libro: un esempio illuminante dell’accelerazione di questi fenomeni è il fatto che Microsoft ha impiegato decenni per capire come rapportarsi a Linux ma Yahoo ha avuto pochi mesi per poter reagire alla free mail di Google (Gmail).

Anderson passa poi a illustrare vari modelli di business basati sul gratis e confuta alcune delle più diffuse argomentazioni contro il free.
Qui il testo resta interessante ma è molto più difficile per l’autore fornire argomentazioni definitive a favore delle sue tesi perché molte azioni e reazioni sono indirette e difficilmente misurabili in modo certo.

Quello che resta alla fine dalla lettura è una visione ben documentata e affascinante di come l’economia stia evolvendo grazie all’avvento della rete e dell’abbondanza di risorse informatiche.
A volte forse resta difficile comprendere a pieno tutti i fenomeni e si hanno meno certezze rispetto ai temi trattati in La Coda Lunga ma non si può negare che, almeno in parte, tutti stiamo già convivendo con questo nuovo paradigma, anche se non nella sua forma più pura e estrema.

I principi delle reti sociali applicati alla comunicazione interna e all’organizzazione?

Articolo pubblicato nell’ottobre 2009

Qualche giorno fa ho parlato di Enterprise 2.0 ed ho citato anche due interessanti post di Leonardo Bellini (li trovate qui e qui) sui 10 principi delle reti sociali ripresi da il Passaparola di Emanuel Rosen.

Dal momento che ho sottolineato che la costruzione dell’enterprise 2.0 parte da un clima organizzativo e culturale ho provato ad applicare alcuni dei 10 principi in questione alla comunicazione interna e mi sembra che vi siano degli spunti interessanti su cui riflettere.

Esempio di diagramma di rete sociale, fonte Wikipedia

1° : le reti sociali sono invisibili, al di là dei disegni fatti sull’organigramma da sempre si creano delle reti di relazioni e collaborazione tra diverse aree e funzioni, in presenza di un sistema di condivisione fluido e accettato da tutti delle informazioni questa situazione non potrà che essere massimizzata crescendo oltre le previsioni che si possono fare all’inizio.

2° : simile cerca simile (Affinità elettive) e 3° : chi si assomiglia tende a raggrupparsi, il che può creare paradossalmente dei problemi, perché tende a mantere l’informazione all’interno di gruppi di lavoro chiusi. Questo viene evidenziato anche nel 5° principio: le informazioni restano intrappolate nei gruppi. L’abilità di chi governa le informazioni deve essere dunque quella di portare costantemente a contatto gruppi diversi e farli interagire in un ambiente comune.

Al contrario, il fatto che persone che non sono in un rapporto diretto e continuativo (legame forte) entrino in interazione con altre aree e con le loro informazioni esalta la forza dei legami deboli “scoperti” da Mark Granovetter che sono l’oggetto dell’8° principio (i legami deboli sono sorprendentemente forti).

Nel momento in cui il clima organizzativo e gli strumenti tecnologici permettono l’accesso alle informazioni e alle conoscenze da parte di molteplici persone, anche senza un’interazione personale approfondita, saranno proprio i legami deboli a far viaggiare la collaborazione attraverso i diversi gruppi, tramite delle persone che fanno da connettori e nodi di rete (6° principio).

La tecnologia ovviamente potenzia alla grande il potere dei legami deboli (9° principio) mettendo il dubbio il tradizionale limite posto dal numero di Dunbar e permettendo anche in grandi organizzazioni l’interazione e la condivisione fra centinaia di persone.

E dunque che cosa ci dice questa breve carrellata di principi applicati alle organizzazioni?

1) Le informazioni devono essere accessibili anche al di fuori dei propri gruppi abituali di lavoro disegnati sull’organigramma.

2) Per fare questo ci deve essere un clima organizzativo e delle policy che incentivino le persone a non tenere per sè le informazioni e ad essere proattive nell’utilizzo di quelle rese disponibili da altri.

3) Nel momento in cui le persone sono aperte a questo approccio è necessario dare loro degli strumenti tecnologici semplici e potenti per parlarsi e per mettere in circolo l’informazione.

La vostra esperienza lavorativa è così o c’è ancora da lavorare?

Comunicare sul web nell’economia dell’abbondanza (e della scarsità di attenzione)

Sto finendo in questi giorni la lettura di Gratis di Chris Anderson e il nuovo libro del diretto di Wired Usa mi ha dato degli ottimi spunti per integrare un tema di cui ho già parlato: la massima distribuzione della propria presenza sul web.

Di fatto i navigatori sempre più fruiscono il web con una modalità che non è più quella della navigazione sequenziale all’interno di una serie di siti preferiti, agevolati dai feed rss, i servizi di aggregazione come iGoogle e Netvibes, applicazioni come i widget e le web slice.

immagine tratta da http://laurelpapworth.com
immagine tratta da http://laurelpapworth.com

Nel libro di Anderson si parla del fatto che l’economia digitale sta favorendo un nuovo modello economico, basato sul gratis, grazie alla crescita combinata dello spazio su disco, dei processori e della capacità di banda.

Che cosa c’entra tutto ciò con i feed e gli aggregatori? Beh, l’unica cosa ad essere scarsa in tanta abbondanza è il tempo dei gli utenti: potete offrire quanti contenuti volete ma dovete considerare che non tutti verranno a visitare sempre il vostro sito.

Per questo dovete offrire gratuitamente contenuti e, perché no, anche servizi complementari al vostro business e lasciare che possano essere fruiti anche fuori dal vostro sito, a patto che poi alla fine essi riportino da voi.

E’ l’esempio di Google news o anche di The Huffington Post: è vero che vanno a prendersi i contenuti dei giornali senza autorizzazione ma bisogna anche dire che per leggere il contenuto completo si deve aprire il sito originale, con un aumento del traffico.

Dunque non si deve temere che altri possano attingere ai vostri contenuti gratuitamente e senza permesso, a patto che poi questa agregazione riporti gli utenti da voi.

Il contenuto reso esportabile dunque dovrà essere un assaggio chiaro ma non esaustivo, che deve essere completato visitando il sito o un altro servizio web aziendale. Dovrà essere ben visibile nelle pagine aziendali e avrà più efficacia se sarà già accompagnato da bottoni (forniti gratuitamente dai vari servizi) che ne permettono velocemente l’aggiunta e/o lo sharing sulle maggiori piattaforme.

Naturalmente anche il contenuto dovrà essere di qualità e frequentemente aggiornato, per meritarsi un posto di riguardo nella mente e nel browser del cliente, e più material sarà disponibile e maggiore sarà la possibilità di innescare quegli effetti di coda lunga di cui ho già parlato in passato.

In più la possibilità di sfruttare le connessioni degli utenti (nodi di rete e connettori), in particolare per quanto riguarda i legami deboli che superano i limiti tradizionali quali il numero di Dumbar, crea una forma di comunicazione efficace e potente.

E’ una nuova forma di comunicazione diffusa, dove (secondo il principio della potenza delle connessioni della teoria della complessità) le relazioni e gli interscambi che le persone attuano fra loro portano ad un risultato finale superiore ad un’addizione dei singoli contributi.

Sieti pronti?

Carta Etica Digitale e Community First, la rete italiana riflette su se stessa e sulle sue regole

Due notizie collegate fra loro dal tema di fondo: le regole e le buone pratiche per un uso corretto della rete.

La prima: l’Associazione INNOVATORI promuove una CONSULTAZIONE PUBBLICA per la definizione della “CARTA ETICA DIGITALE“; i principi e le modalita’  di un uso consapevole della Rete.
Le conclusioni domenica 25/10/2009 in occasione della giornata conclusiva del “VeneziaCamp2009” all’Arsenale di Venezia.

Il network/associazione “INNOVATORI” accoglie con favore le osservazioni di tutte le parti interessate:  singoli cittadini, settore industriale, sindacati, rappresentanti dei consumatori, gruppi di interesse ed altre organizzazioni.

Maggiori informazioni su: http://innovatori.ning.com e su http://www.innovatori.it

Sono aperte le iscrizioni su:
http://cartaeticaveneziacamp.eventbrite.com/

L’altra notizia viene da SocialMediaMarketing.it, a proposito di Community First, manifesto nato da uno sforzo collettivo grazie a Marco Massarotto che ha raccolto pareri e sensazioni sulla rete italiana.

Dieci i punti fondamentali del manifesto:

Ricevere;
Riconoscere;
Aiutare;
Costruire;
Ascoltare;
Seminare;
Coinvolgere;
Esporsi;
Condividere;
Accettare.

Lascio pieno spazio ai vostri commenti, mi limito solo a ribadire che la nostra identità in rete va gestita con giudizio e che i Social Media vanno affrontati con consapevolezza e strategia.

VeneziaCamp 2009, l’innovazione sbarca (è il caso di dirlo) a Venezia

Il 23, 24 e 25 Ottobre a Venezia si svolgerà VeneziaCamp 2009, una tre giorni dedicata all’innovazione con la formula del BarCamp aperta a tutti gli appassionati e anche ai semplici curiosi. Il filo conduttore è la cultura digitale.

Una spiegazione doverosa per i non addetti ai lavori: che cos’è un BarCamp? Si tratta di una non conferenza dove tutti i partecipanti possono “salire in cattedra”, proporre un argomento e parlarne agli altri, con lo scopo di favorire il libero pensiero, la curiosità, la divulgazione e la diffusione dei temi trattati (fonte: Wikipedia).

Per iscriversi basta collegarsi a http://barcamp.org/veneziacamp2009 e per partecipare alla discussione, non devi far altro che indicare la tua intenzione inserendo il nome nella lista dei partecipanti che troverai scorrendo il wiki sottostante.

Dopo aver fatto il login sulla pagina principale in alto si clicca su “edit” e, scorrendo la pagina, si inserisce dove c’è l’elenco dei partecipanti il proprio nome.

Sembra un po’ complicato perché talvolta gli uomini del web sono un po’ criptici nelle spiegazioni ma seguendo le istruzioni si riesce a fare tutto… 🙂

Aziende e social media: sarà vero amore (e vero successo)?

E’ innegabile che ormai nell’immaginario collettivo i siti e gli strumenti del web 2.0 sono diventati dei media a tutti gli effetti e per tale ragione sono sempre più corteggiati dai marketing manager.

I dati che vengono dalle ricerche che riguardano gli USA sono significativi: secondo l’indagine “Social Media: Embracing the Opportunities, Averting the Risks” (di Russell Herder e Ethos Business Law, sondaggio realizzato a luglio di quest’anno) 8 su 10 degli uomini di marketing attribuiscono ai social network un ruolo importante per il potenziamento del brand, oltre che per il recruiting e il customer care.

Anche gli investimenti in advertising si muovono di conseguenza e, secondo uno studio di comScore, i siti di social media hanno rappresentato il 21,1% della distribuzione di inserzioni nel web Usa a luglio (anche se la raccolta è molto concentrata su MySpace e Facebook, con oltre l’80% del mercato).

D’altronde l’ultima indagine semestrale Nielsen (oltre 25.000 consumatori di 50 Paesi del mondo), evidenzia che il 90% dei consumatori internet si fida dei consigli di persone che conoscono e il 70% crede alle opinioni dei consumatori pubblicate online.


Tutto bene dunque? Sì ma con dei distinguo.

Il primo aspetto riguarda l’effettiva fiducia che i consumatori hanno nei brand attivi nei social media: nello studio “Women & Brands Online: ‘The Digital Disconnect” il 52% delle 1.000 donne intervistate diventa amica o almeno fan di un brand nei social network, l’83% comunque si sente “neutrale” o “negativa” al rispetto al marchio. Il 75% poi dice di non essere influenzata da canali di social networking per l’acquisto di prodotti e servizi.

Inoltre io sono sempre scettico nella pubblicità in quanto tale sui social media, alla quale preferisco un linguaggio e degli strumenti più di stampo dialogico.

Infine non dimentichiamo che gli iscritti ai social media non sono registrati al nostro sito e non diventano lead per il nostro database, per cui di fatto contribuiamo alla crescita altrui.

Dal mio punto di vista dunque i social media sono un’estensione importante del brand e permettono di contattare nuovi prospect per iniziare un dialogo con loro ma alla fine devono riportare sulle pagine di proprietà dell’azienda.
Non ha senso creare infatti un social network proprio o un nuovo Twitter brandizzato se si può sfruttare l’enorme bacino di questi siti ma le rendini le si deve tenere in azienda con una corretta impostazione strategica e servendosi dei social media (non servendo loro).

E voi che ne dite?

Enterprise 2.0: i software sono già collaborativi, ma le persone?

Si sente parlare sempre più spesso di Enterprise 2.0, ossia quello che Wikipedia definisce un insieme di approcci organizzativi e tecnologici orientati all’abilitazione di nuovi modelli organizzativi basati sul coinvolgimento diffuso, la collaborazione emergente, la condivisione della conoscenza e lo sviluppo e valorizzazione di reti sociali interne ed esterne all’organizzazione.

Immagine tratta da http://www.businessworld.in/
Immagine tratta da http://www.businessworld.in/

Una modalità di lavorare e progettare che nasce dall’esperienza del web 2.0 e che si avvale di molte delle tecnologie nate in quest’ambito, come blog, wiki, rss, tagging. Anche le infrastrutture di rete basate su SOA e BPM sono ormai mature e si stanno diffondendo in ambito aziendale e si stanno affermando molti software collaborativi pensati per le più varie esigenze d’impresa (per una panoramica visitate  l’ottimo http://www.softwaresociale.com).

Le tecnologie dunque ci sono e hanno costi sempre più bassi, dal mio punto di vista però c’è un tema che non va sottovalutato: le persone sono pronte a collaborare? E fino a che punto?

E’ un’altra faccia della medaglia dell’approccio strategico ai social media: bisogna capire prima chi sono gli intercolocutori e quali obiettivi si vogliono raggiungere e solo poi si può approcciare una tecnologia.

L’enterprise 2.0 dunque è prima di tutto un approccio organizzativo, che passa per la corretta comprensione della valenza del lavoro collaborativo, dei principi della delega e della cultura di un approccio win-win per tutti gli enti e le persone coinvolte.

Le aziende ne sono consapevoli? E la mentalità lavorativa degli italiani è pronta con le dirigienze in grado di accompagnare il cambiamento?

Vedremo, certo la tecnologia senza le persone non serve a nulla…

Smartphone, tanti ecosistemi di business, una sola rete?

E’ di questi giorni la notizia che anche Samsung sta per lanciare un suo apps store, mossa assolutamente coerente per il secondo produttore al mondo di device e di fatto inevitabile vista la folta concorrenza in merito.

Mi chiedo però se questa frammentazione di sistemi operativi, applicazioni, sviluppatori sia di reale giovamento per lo sviluppo di servizi evoluti e di larga diffusione, da fruire via web mobile, soprattutto in vista delle ulteriori potenzialità prospettate con l’arrivo dello standard LTE.

Negli ultimi due anni infatti la palla dell’evoluzione del web mobile (e dell’uso evoluto della telefonia) è passata dagli operatori telefonici ai produttori di device, fermo restando, almeno in Italia, una stretta ‘collaborazione’ che sta all’origine, ad esempio, del costo dell’iPhone.

Da un lato questa forte concorrenza, trainata dall’arrivo di Apple come ipotizzato qualche tempo fa, sta consentendo uno sviluppo vivace e ricco di novità, dall’altro però il modello di business basato sull’ecosistema chiuso (molto redditizio) è una barriera per lo sviluppo di strumenti trasversali ai vari tipi di sistemi operativi.

Chi conosce un po’ questo mondo infatti sa che già oggi, con pochi player davvero importanti (essenzialmente Symbian, Windows, iPhone, Rim e Android), lo sviluppo di applicazioni per il mobile richiede una miriade di varianti, con costi e tempi che lievitano.

In comune resta solo la rete su cui ci si appoggia per navigare (costi degli operatori permettendo) ma già il fatto che esistano siti fatti solo per iPhone mi sembra un indizio che anche il web mobile possa diventare non realmente cross platform.

Senza nulla togliere ai leciti profitti degli apps store temo dunque che alla lunga si possano creare delle barriere tra i vari os tali da impedire lo sviluppo di strumenti di larga diffusione, specie per quanto riguarda la pubblica utilità.

La soluzione? Potrebbe essere un protocollo analogo a quello che sta sotto il web e l’html, derivante dalla collaborazione di più player, in grado di bypassare le differenze, non solo nei siti (dove il linguaggio è ancora comune) quanto negli strumenti.

In alternativa i produttori potrebbero competere per rendere uno standard di fatto una loro applicazione o suite, per tutti i vari sistemi esistenti.

Utopia? Fine della festa per i produttori e per gli apps store?

Non è detto, e prova ne è il recente accordo Office Mobile e Symbian, con il quale Nokia guadagna un prezioso strumento di lavoro e Microsoft espande esponenzialmente l’ecosistema della sua suite di programmi.

I profitti degli sviluppi dei software nati in un certo ecosistema, per le applicazioni di un certo interesse, potrebbero aumentare grazie alla diffusione mentre gli apps store avranno sempre senso e mercato per applicativi molto specifici, come possono essere ad esempio quelli legati al multitouch dell’iPhone.

Sia come sia, credo che la competizione giovi molto al settore, mentre la frammentazione in ambienti chiusi no.

Voi che ne dite?

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