La rivista #Selfie e un po’ di (psico)sociologia da ombrellone, ma non troppo

In vacanza, e quindi con un po’ di calma rispetto al solito, mi sono imbattuto nella copertina del nuovo periodico “Selfie” girando tra i miei social e, come penso molti voi, sono rimasto in prima battuta un po’ perplesso, in particolare leggendo gli strilli di copertina. A dire il vero ho pensato subito a un “Cioè” reloaded.

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I video su Facebook: una nuova prova che una strategia vincente non guarda solo al canale

Questo post prende spunto da un articolo dedicato al sorpasso di Facebook su YouTube in termini di visualizzazioni di video (su desktop).

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Se 1.876 aziende che fanno marketing technology vi sembrano poche…

Come ogni anno Scott Brinker ha pubblicato la sua Marketing Technology Landscape Supergraphic in cui rappresenta in un’unica grafica tutto il mercato delle tecnologie di marketing.

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Un mercato effervescente

Come Brinker stesso sottolinea, se il numero di 1.876 aziende ancora non vi sembrasse abbastanza rilevante, nel 2014 la sua mappatura registrava “solo” 947 aziende!

Non si può quindi negare che il marketing sia ormai una disciplina ad alto tasso di tecnologia e di complessità, tanto da spingere sempre più aziende a strutturare i loro team in merito, ultima nel tempo Macy’s con 150 assunzioni previste sul fronte digital tecnology.

Sempre sul fronte dei dati, anche gli investimenti di marketing per canale e le priorità dei CEO sembrano confermare questo trend, mentre (contando solo il private equity) l’apporto degli investitori al settore si aggira sui 22 miliardi di dollari.

Il cliente d’altra parte ormai è digital (vedi slide sotto), per cui sono le aziende che oggi devono rincorrerlo.

I marketer diventeranno tutti informatici? 

Tutto questo non va visto, secondo me, come un prevalere del tecnicismo su altri tipi di competenza, ma al contrario dovrebbe stimolare la valorizzazione della capacità di capire e vincere il mercato attraverso strumenti nuovi.
Basti pensare all’importanza dell’utilizzo del dato per disegnare quella customer experience che non è certo né una nozione informatica né un tema che non ci fosse da tempo sulle scrivanie: c’è un grande impiego di tecnologia ma poi quanto deve emergere sono informazioni che guidano il business e la strategia.

Il vero approccio vincente quindi a mio avviso è costituito da una digitalizzazione crescente e diffusa nell’organizzazione, che accetta nuovi paradigmi (come quello del data driven) e che inserisce la tecnologia in modo armonico nei suoi processi, dai più tradizionali, come ad esempio il customer care, fino alle pratiche più innovative.

Ma come gestire tutto questo? 

Scrive sempre Brinker: “The good news is that most of the marketing technology innovations on this landscape are designed to help marketers conquer that revolution. They’re by no means miracle transformation pills (“instant relief, just add money!”). But when applied in the service of a well-organized, strategically-sound, executive-led digital transformation effort, these technologies are your friend. They can imbue your organization with superhero powers”.

In altri termini, la tecnologia e il digital da soli non cambiano il mondo, sono qualcosa che potenzia chi lavora, non una bacchetta magica. Questo significa anche che la loro adozione e sviluppo deve essere oggetto di una governance consapevole, strategica e con un livello executive, di cui ho parlato recentemente in questo post.

E poi una cosa resta fondamentale: nessuno può farcela da solo, l’ecosistema digitale è un lavoro di team, dal contenuto fino alla piattaforma tecnologica, e quindi bisogna collaborare trasversalmente nelle organizzazioni. Il che forse è il cambiamento più grande da far digerire.

L’ecommerce natalizio e l’avanzata della digitalizzazione dello shopping

Ho ricevuto con piacere da Netcomm dei dati sulle tendenze dell’e-shopping natalizio, che testimoniano come progressivamente l’e-commerce sta entrando nelle vite degli italiani e che mi piace commentare nell’ottica della rivoluzione digitale che sta avanzando, talvolta senza clamore ma inesorabilmente.

Infatti si conferma in crescita il numero d’italiani che acquisteranno online almeno un regalo per amici: 9,2 milioni di individui acquisteranno almeno una parte dei propri regali di Natale online, a fronte dei 7,2 milioni che hanno utilizzato il canale eCommerce nel periodo natalizio 2013, per un controvalore stimato in 2,5 miliardi di euro.

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Tra gli acquirenti online di regali natalizi si riscontra anche quest’anno un aumento di quelli definiti “Online first”: salgono infatti a quota 2 milioni coloro che compreranno i propri regali di Natale principalmente o esclusivamente su internet, registrando un aumento del +35% rispetto allo scorso anno.

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Il 18,6% degli acquirenti online di regali di Natale dichiara che farà meno acquisti rispetto all’anno scorso, ma ben il 34,8% degli acquirenti online di regali di Natale dichiara che farà più acquisti rispetto all’anno passato. Le categorie che ricavano maggior impulso dagli acquisti della stagione natalizia sono, nell’ordine: prodotti di Salute & Benessere, Attrezzatura sportiva, Biglietti di viaggio, Abbigliamento e scarpe, Soggiorni di vacanza.

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Che cosa ci dicono questi dati? A mio avviso un primo punto è che l’abitudine degli italiani a usare più canali per i loro acquisti avanza, magari senza un certo clamore tipico di certi hype mediatici ma proprio per questo secondo me in modo più persistente. Si pensi poi ai dati sull’e-commerce da mobile, che confermano una “dieta digitale” molto più evoluta di quanto talvolta pensiamo.

Il fatto che poi l’e-commerce sia una fonte di acquisti che si abbina ad altri canali dovrebbe suonare come un forte promemoria a quei player che possono agire sul terreno dell’omnicanalità, che sempre più dovranno saper sfruttare tutte le occasioni di contatto e incanalare percorsi complessi di customer journey.

Anche nel recentissimo Osservatorio sull’Innovazione Digitale nel Retail si è dimostrato un grande interesse per l’apporto delle nuove tecnologie unito a molta prudenza, il punto è farsi trovare preparati, perché il consumatore forse va più veloce di quanto non ci immaginiamo.

Chi ha paura del data driven marketing?

Oggi vi segnalo questa infografica tratta dallo studio globale che GlobalDMA in partnership con Winterberry Group ha realizzato sul data-driven marketing mettendo insieme le risposte di oltre 3.000 partecipanti provenienti da 17 mercati globali.

The Global Review of Data-Driven Marketing and Advertising 6 Global data and customer insights

The Global Review of Data-Driven Marketing and Advertising 6 Global data and customer insights

Ringrazio Kawakumi per la segnalazione e vi rimando al suo articolo per un’ottima sintesi dei principali finding dell’executive summary della ricerca.
Da parte mia mi piace tornare ad evidenziare come creatività e dati si stiano sempre più avvicinando in un approccio multidisciplinare che richiede una doppia anima ai marketing manager.

Noi italiani come siamo messi rispetto a questo tema? A leggere le statistiche presenti nella ricerca di Global DMA non sembriamo tra i più fiduciosi nella possibilità di fare crescita attraverso questo tipo di approccio, il che contrasta con un certo ottimismo su temi affini, come i big data, che emerge da altre ricerche.

una chart della ricerca DDMA

una chart della ricerca DDMA

A mio avviso ciò si spiega con una certa ritrosia di molti marketer rispetto alla tecnologia, che inoltre è ancora spesso limitata dalla presenza di silos chiusi di dati e da una governance carente.

La mancanza di competenza in effetti è ancora una delle principali preoccupazioni, e non solo nel nostro paese, quando si parla di maneggiare grandi fonti di dati.

Fonte: Accenture

Ragionare però in un’ottica dove i dati sono una guida e un supporto al processo decisionale non è più qualcosa di evitabile. Si tratta di un cambiamento culturale importante, che non può che migliorare le professionalità delle persone che fanno marketing. Last but not least, bisogna capire quali di tutti questi dati sono davvero importanti e bisogna dotarsi di sistemi efficaci di data visualization e di sintesi che possano dare degli strumenti per decidere. Ma su questo magari ci sarà spazio per un altro post…

Il social caring e la single customer view

Buon lunedì. Mi è capitato recentemente e per vari motivi di leggere diversi report sul social caring e la capacità di risposta delle aziende, come questo di Blogometer e altri, anche di provenienza straniera.

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Al di là di numeri e trend quello che, secondo me, dovrebbe balzare più all’occhio è il fatto che questi canali molto spesso sono ancora trattati in modo separato dal customer care tradizionale e dal CRM.

Viene persa quindi una grandissima opportunità di arricchire la conoscenza che abbiamo dei nostri clienti (nurturing) che spesso invece sono disponibili a condividere molte informazioni con noi a patto di essere ascoltati e supportati.
La logica di ecosistema si porta dietro anche il concetto di single customer view ed i social media, spesso in bilico tra sopravvalutazione e disincanto eccessivo, sono un canale bidirezionale e quindi ideale per attingere dal dialogo. Al di là delle varie metriche, è questo il loro reale valore, non certo il numero totale di fan/follower acquisiti in modi magari non leciti.

Ovviamente tutte queste informazioni poi devono essere in qualche modo rese disponibili a tutti coloro che ne possono trarre informazioni utili al business (basta con i silos!), per dare valore agli inevitabili investimenti che questo tipo di collezionamento comporta.

È ovviamente un tema di tecnologia per gestire tutto questo ma anche e soprattutto di processo interno all’organizzazione.
E voi, che esperienze avete in merito?

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I dolori del (giovane?) CMO: dilemmi che sono anche grandi opportunità

Ben tornati dalle ferie, che spero siano state riposanti e utili per staccare almeno un po’ dalla routine e per trovare nuove ispirazioni.

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Questo lunedì condivido una ricca infografica che ho trovato su questo blog.

È piuttosto autoesplicativa e descrive bene come si sta evolvendo il marketing, che ha oggi tanti strumenti potenzialmente a disposizione ma che nello stesso tempo è sotto pressione e spesso in difficoltà.

Se devo oggi pensare a quanto vedo nelle aziende italiane di sicuro il fatto di avere il pieno controllo dei dati e il reale abbattimento dei silos organizzativi sono caratteristiche piuttosto rare.
Sono però fiducioso perché questi temi, seppure in modo a volte confuso, sono ormai su tutte le agende nonostante gli ostacoli organizzativi.

La vera grande difficoltà è che questi cambiamenti sono stati così veloci che mentre si capiva ancora il web “tradizionale” il cliente ha messo la freccia e si è spostato su mobile, tablet, social e molto altro, e come ho detto altre volte quindi davanti alla complessità la sola esperienza commerciale e di comunicazione non basta più come altrettanto anche il tecnicismo puro. Ci sono cose che bisogna sapere fare meglio e a cavallo fra questi profili.

Io mi aspetto un po’ di selezione naturale, e voi? Buona ripresa lavorativa a tutti.

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Il mobile, l’email e perché il marketing è un ecosistema

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Se vi occupate di marketing, e ormai spero che l’aggettivo “digitale” sia sottointeso alla professione, questa infografica non dovrebbe sorprendervi più di tanto.
Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma: sì perché i mezzi si evolvono, si mischiano e diventano sempre più intersecati fra loro e la mail non fa differenza.

È infatti uno strumento tutt’altro che morto e che nel mondo genera su mobile ben più revenue di altri strumenti magari più accattivanti, come i social, pur non essendo sempre adeguatamente gestito anche se fa parte del kit del webmarketing da lungo tempo.

Che cosa fa davvero allora la differenza oggi in questo come in tanti altri campi? La risposta è l’integrazione dei propri owned media (tra cui le email) con gli earned e i paid, lavorando nelle direzioni di integrazione su cui oggi si investe per fare comunicazioni mirate che attraversano tutto il proprio ecosistema digitale e offline.

Il tema, così come quello collegato della marketing automation, merita sicuramente maggiore spazio in dei prossimi post ma prima dell’estate mi piaceva ribadire che forse prima di avventurarsi in tante innovazioni conviene probabilmente guardare bene agli strumenti che già possediamo per affinarli e integrarli fra loro partendo dagli analytics.

In questo momento per fortuna la tecnologia è diventata anche di moda nel marketing ma molti ci arrivano ora saltando a piè pari tutta una serie di passaggi che sono ovvi per coloro che invece se ne occupano da più tempo, la consumerizzazione degli strumenti ha illusoriamente reso più semplice qualcosa che invece diventa ogni giorno più complesso.

Che cosa ne dite? Qual è la vostra esperienza con le email e la loro integrazione con il resto del business?

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Smartphone, una passione (eccessiva?) per i ragazzi che testimonia come cambia il modo di usare i media

Smartphone: per i ragazzi è una dipendenza affettiva

Fonte OssCom (Centro di ricerca sui Media e la Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano).

Questa infografica è tratta dal report “Net Children Go Mobile: Risks and opportunities“, che include dati da 7 paesi europei (Danimarca, Italia, Regno Unito, Romania, Belgio, Irlanda e Portogallo).

In questo inizio di settimana mi sembrava interessante riprenderla perché proprio qualche giorno fa lavorando su vari progetti pensavo a come il mobile si sia evoluto drasticamente in così pochi anni e anche che la mia può essere davvero considerata l’ultima generazione che ha vissuto un mondo senza cellulari.

I numeri della ricerca fanno capire molto bene come ormai la differenza fra web attraverso i computer, mobile e realtà fisica sia sempre più labile, tanto è vero che nel rapporto su legge che “i ragazzi che accedono a internet anche da smartphone e tablet usano di più internet: in particolare usano di più i social media per comunicare e condividere foto o video con gli amici, e per fruire contenuti mediali. Inoltre, possiedono più competenze digitali, safety skills e competenze comunicative“.

Ancora, è abbastanza assodato ormai un uso “interattivo” del mobile anche nei confronti della televisione, e quindi il concetto stesso di canale è piuttosto superato da quello delle occasioni di uso.

Una situazione che non trovo negativa in sé ma che, al di là delle differenze generazionali, credo richieda un importante sforzo di educazione all’uso, perché l’essere sempre connessi può esporre a più rischi per la privacy e anche all’ansia visto che dalla ricerca emerge che il “43% si sente a disagio quando non può controllare il telefono perché non c’è campo o la batteria è scarica”.

Che cosa mi sono portato a casa da eMetrics Summit

La settimana scorsa sono stato a eMetrics Summit, il più importante appuntamento sul mondo dell’analytics che per la prima volta è sbarcato anche in Italia, a Milano.


La mia prima impressione, durante lo stimolante Keynote di Jim Sterne, è stata confermata anche da tutto il resto dell’evento: a livello metodologico e di conoscenza le nostre aziende sono lontane anni luce da quelle che sono le potenzialità del marketing analytics driven.

Non che ci manchino le professionalità, oltre agli ospiti americani c’erano in sala e sul palco molte persone preparate che stanno lavorando seriamente su questi temi, ma senza committment e cultura interna alle aziende il loro apporto non può che essere parziale.

Show me the numbers!

In realtà molti esempi discussi in sala, spesso connotati dal classico pragmatismo anglosassone, testimoniano che non parliamo necessariamente di cose complesse, perché basta partire da poco per entrare in questo mondo.

Certo per misurare bisogna:

A) avere degli obiettivi chiari
B) avere un modello mentale che non chiede ai dati la conferma delle proprie teorie ma li legge con occhio neutrale per ricavarne indicazioni
C) andare oltre il semplice segno +, i nostri utenti sono cresciuti del 10% perché stiamo lavorando bene o perché un sito terzo importante ha pubblicato una news sul fatto che i nostri prodotti sono nocivi alla salute?
D) avere gli strumenti adatti a misurare ciò che ci serve, senza sovrastrutturarli o sottostimarli

Un nuovo ruolo per gli analisti

È curioso ma non troppo vedere come nel keynote iniziale sia emerso un tema ricorrente, quello delle figure che stanno a cavallo fra IT e business, sempre più necessarie vista la pervasività e la consumerizzazione della tecnologia.

Immagine tratta da http://www.cirrusinsight.com

Anche Jim Sterne quindi ha evidenziato che una nuova figura di data detective si deve collocare oggi tra il data scientist (IT) che estrae i dati e il business che li deve usare (a patto che li capisca e li accolga come indicazione).
Torna quindi una volta di più l’insufficienza delle figure di marketing che siano troppo restie a capire la tecnologia, come d’altronde il limite del tecnico che è solo tale.

Ma come si riesce a farsi ascoltare?

Uno dei problemi che tutti quelli che fanno analisi, soprattutto in Italia, è di riuscire poi a far valere il frutto delle proprie valutazioni e farsi ascoltare. Anche qui a eMetrics ho sentito dei suggerimenti interessanti.
Fare dei semplici report infatti è diverso che fare delle analisi: bisogna anche sapere raccontare e comunicare ciò che si vuole dimostrare, portando una propria opinione e cercando di essere più specifici e concreti possibile.
Questo dovrebbe favorire la disposizione positiva dei nostri interlocutori a farci provare, il risultato poi è la migliore via per dare inizio ad un processo di continuo miglioramento.

E poi che cosa ci si fa con questi dati?

La risposta più ovvia è: ci miglioro il mio business. Ciò vuol dire tante cose ovviamente, ma riprendendo un mio vecchio post la conoscenza dei comportamenti dei clienti è fondamentale per migliorare la customer experience, sia essa online oppure nel mondo fisico. Bastano spesso piccole ma continue correzioni.

Inoltre i dati abilitano dei processi di automazione che possono rendere più potente il nostro marketing e liberano contemporaneamente delle risorse per andare a migliorare sempre di più i processi e le strategie.
L’abitudine ad essere attenti ai dati diventa infine più importante in un contesto sempre più complesso e la corretta misurazione dei diversi canali può essere vitale per scegliere e governare dei nuovi mezzi che crescono molto più velocemente della loro comprensione.

Grandi opportunità dunque, che mi rendono ottimista, basta essere pronti al cambiamento. A Milano ho visto molte persone che lo sono, qual è la situazione nelle vostre aziende?