La digital transformation e l’information security creano nuove sfide e nuovi ruoli?

Insieme alla digital transformation negli ultimi anni è cresciuto di pari passo l’interesse attorno ai temi dell’information security e della gestione della privacy, anche perché studi a livello nazionale ed internazionale evidenziano una preoccupante crescita delle minacce rispetto al passato, a cui sono esposte aziende di tutti i settori industriali, e che si traduce in perdite misurabili.

Ma questo come si traduce in termini di investimenti, anche in risorse umane, da parte delle imprese? L’infografica qui sotto offre diversi spunti in merito.

INFOGRAFICA INFORMATION SECURITY & PRIVACY - DIGITAL TRANSFORMATION: SIAMO AL SICURO?

In primo luogo si vedono crescere gli investimenti economici, seppure relativamente prudenti, con aumento medio del 7% del budget dell’information security e privacy investendo.

C’è poi il tema delle policy, che hanno grado diverso di urgenza ma che in tutti casi mirano a normare quella crescente complessità di cui spesso ho parlato in passato e che chiama in causa la necessità di una governance. Si inizia quindi a sentire nominare il ruolo dello Chief Information Security Officer (CISO), che è responsabile di definire la visione strategica, implementare programmi a protezione degli asset informativi e di identificare, sviluppare e mettere in campo processi volti a mitigare i rischi derivanti dall’adozione pervasiva delle tecnologie digitali.

Nel 36% dei casi non esiste una figura con questo focus ed il presidio dell’information security è demandato ad altre aree aziendali, mentre mi sorprende il notevole valore (pari al 42% del campione) di chi invece ha già la figura del CISO formalizzata o in arrivo nei prossimi 12 mesi (10%).

Il Data Protection Officer (DPO), già presente in alcune legislazioni europee, è invece un professionista che deve avere un ruolo di responsabilità con competenze eterogenee, giuridiche, informatiche, di gestione del rischio e di analisi dei processi aziendali. Il suo ruolo è quello di analizzare il contesto aziendale e mettere a punto una politica di gestione del trattamento dei dati personali all’interno dell’organizzazione rispettosa delle normative in materia. Qui solo nel 21% dei casi è formalizzato il ruolo rispetto al 30% che non lo prevede, anche se tra ruolo ufficiale e non ufficiale ci sono molte sfumature intermedie.

Una situazione che mi ricorda un po’ la vicenda dei chief data officer e dei data scientist e che testimonia come la trasformazione digitale stiamo movimentando gli organigrammi aziendali. Che ne pensate?

Avete mai pensato all’E-commerce come negozio per chi abita nelle località più remote?

In Italia siamo ancora tutti abituati a pensare all’acquisto e-commerce come a qualcosa di tipico dei contesti più evoluti (anche se in realtà avanza una digitalizzazione diffusa), globalizzato, legato ai ritmi veloci del lavoro e del consumo metropolitano.

Ma non è solo questo. Dalla Valle d’Aosta all’Abruzzo, dal metronomo alla rete per la grandine, un documento che ho ricevuto da Amazon.it e che pubblico volentieri ci presenta la classifica dei comuni più piccoli che ordinano online (e dei prodotti più acquistati).

Marmora, borgo della provincia di Cuneo con 65 abitanti, si trova al primo posto della classifica stilata da Amazon.it

Marmora, borgo della provincia di Cuneo con 65 abitanti, si trova al primo posto della classifica stilata da Amazon.it

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I dati, che siano big, small o smart, servono a guidare una strategia vincente

Dati, dati, dati. Ormai se ne parla in tutti i contesti, a ragione quando se ne sottolinea l’importanza, spesso a sproposito quando si usano le buzzword più in voga, come big data che pure indica un’opportunità importantissima di cui i non addetti ai lavori colgono però solo il concetto di “volume”, senza considerare gli altri aspetti di velocità e varietà.

Le caratteristiche dei dati oggi

Le caratteristiche dei dati oggi

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E-commerce: picco di shopping online per il Natale 2015

L’Italia è un paese sempre più digitale e in questo senso non stupisce il fatto che sono in crescita gli italiani che scelgono di acquistare i regali di Natale online, confermando il periodo delle festività come quello di picco per lo shopping digitale, secondo i dati della ricerca condotta da Netcomm, Consorzio del Commercio Elettronico Italiano in collaborazione con Human Highway.

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L’innovazione digitale nel turismo: un’infografica e qualche considerazione

Il turismo in Italia è una delle risorse più importanti, e per fortuna continua a crescere (+3%) grazie anche al ruolo dei canali digitali che portano nel 2015 9,5 miliardi di euro (+11% rispetto al 2014). Come si può vedere quindi dall’infografica che condivido oggi quasi un quinto del transato passa da Internet.

 

 

D’altra parte l’indagine Digital Tourist Journey del Politecnico di Milano conferma l’uso di internet in tutte le macro-fasi del viaggio: l’88% ricerca informazioni e l’82% prenota o acquista qualcosa; durante il viaggio il 44% acquista su Internet qualche attività e l’86% utilizza App in sul posto per migliorare l’esperienza; il 61% fa attività digitali nel post-viaggio.

Sul lato dell’offerta la percezione dell’importanza del canale è assodata, la maturità nell’uso delle diverse opportunità è però a diverse velocità, con l’utilizzo ad esempio dei social all’89% vs. il 16% di invio di email pubblicitarie a pagamento (sul lato esterno) e dall’82% dei sistemi di pagamento elettronici al 14% dei sistemi di CRM nei processi interni.

Aggiungo infine a questo quadro la difficoltà da parte del nostro paese di fare squadra su questi temi e di avere una solida comunicazione a livello istituzionale, come purtroppo ci raccontano gli episodi di Italia.it e di VeryBello.

Voi che ne pensate? Quanto in Italia stiamo sfruttando tutte le potenzialità del digitale per valorizzare il nostro patrimonio culturale e turistico?

La rivista #Selfie e un po’ di (psico)sociologia da ombrellone, ma non troppo

In vacanza, e quindi con un po’ di calma rispetto al solito, mi sono imbattuto nella copertina del nuovo periodico “Selfie” girando tra i miei social e, come penso molti voi, sono rimasto in prima battuta un po’ perplesso, in particolare leggendo gli strilli di copertina. A dire il vero ho pensato subito a un “Cioè” reloaded.

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I video su Facebook: una nuova prova che una strategia vincente non guarda solo al canale

Questo post prende spunto da un articolo dedicato al sorpasso di Facebook su YouTube in termini di visualizzazioni di video (su desktop).

fb vs youtube Continua a leggere

Se 1.876 aziende che fanno marketing technology vi sembrano poche…

Come ogni anno Scott Brinker ha pubblicato la sua Marketing Technology Landscape Supergraphic in cui rappresenta in un’unica grafica tutto il mercato delle tecnologie di marketing.

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Un mercato effervescente

Come Brinker stesso sottolinea, se il numero di 1.876 aziende ancora non vi sembrasse abbastanza rilevante, nel 2014 la sua mappatura registrava “solo” 947 aziende!

Non si può quindi negare che il marketing sia ormai una disciplina ad alto tasso di tecnologia e di complessità, tanto da spingere sempre più aziende a strutturare i loro team in merito, ultima nel tempo Macy’s con 150 assunzioni previste sul fronte digital tecnology.

Sempre sul fronte dei dati, anche gli investimenti di marketing per canale e le priorità dei CEO sembrano confermare questo trend, mentre (contando solo il private equity) l’apporto degli investitori al settore si aggira sui 22 miliardi di dollari.

Il cliente d’altra parte ormai è digital (vedi slide sotto), per cui sono le aziende che oggi devono rincorrerlo.

I marketer diventeranno tutti informatici? 

Tutto questo non va visto, secondo me, come un prevalere del tecnicismo su altri tipi di competenza, ma al contrario dovrebbe stimolare la valorizzazione della capacità di capire e vincere il mercato attraverso strumenti nuovi.
Basti pensare all’importanza dell’utilizzo del dato per disegnare quella customer experience che non è certo né una nozione informatica né un tema che non ci fosse da tempo sulle scrivanie: c’è un grande impiego di tecnologia ma poi quanto deve emergere sono informazioni che guidano il business e la strategia.

Il vero approccio vincente quindi a mio avviso è costituito da una digitalizzazione crescente e diffusa nell’organizzazione, che accetta nuovi paradigmi (come quello del data driven) e che inserisce la tecnologia in modo armonico nei suoi processi, dai più tradizionali, come ad esempio il customer care, fino alle pratiche più innovative.

Ma come gestire tutto questo? 

Scrive sempre Brinker: “The good news is that most of the marketing technology innovations on this landscape are designed to help marketers conquer that revolution. They’re by no means miracle transformation pills (“instant relief, just add money!”). But when applied in the service of a well-organized, strategically-sound, executive-led digital transformation effort, these technologies are your friend. They can imbue your organization with superhero powers”.

In altri termini, la tecnologia e il digital da soli non cambiano il mondo, sono qualcosa che potenzia chi lavora, non una bacchetta magica. Questo significa anche che la loro adozione e sviluppo deve essere oggetto di una governance consapevole, strategica e con un livello executive, di cui ho parlato recentemente in questo post.

E poi una cosa resta fondamentale: nessuno può farcela da solo, l’ecosistema digitale è un lavoro di team, dal contenuto fino alla piattaforma tecnologica, e quindi bisogna collaborare trasversalmente nelle organizzazioni. Il che forse è il cambiamento più grande da far digerire.

L’ecommerce natalizio e l’avanzata della digitalizzazione dello shopping

Ho ricevuto con piacere da Netcomm dei dati sulle tendenze dell’e-shopping natalizio, che testimoniano come progressivamente l’e-commerce sta entrando nelle vite degli italiani e che mi piace commentare nell’ottica della rivoluzione digitale che sta avanzando, talvolta senza clamore ma inesorabilmente.

Infatti si conferma in crescita il numero d’italiani che acquisteranno online almeno un regalo per amici: 9,2 milioni di individui acquisteranno almeno una parte dei propri regali di Natale online, a fronte dei 7,2 milioni che hanno utilizzato il canale eCommerce nel periodo natalizio 2013, per un controvalore stimato in 2,5 miliardi di euro.

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Tra gli acquirenti online di regali natalizi si riscontra anche quest’anno un aumento di quelli definiti “Online first”: salgono infatti a quota 2 milioni coloro che compreranno i propri regali di Natale principalmente o esclusivamente su internet, registrando un aumento del +35% rispetto allo scorso anno.

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Il 18,6% degli acquirenti online di regali di Natale dichiara che farà meno acquisti rispetto all’anno scorso, ma ben il 34,8% degli acquirenti online di regali di Natale dichiara che farà più acquisti rispetto all’anno passato. Le categorie che ricavano maggior impulso dagli acquisti della stagione natalizia sono, nell’ordine: prodotti di Salute & Benessere, Attrezzatura sportiva, Biglietti di viaggio, Abbigliamento e scarpe, Soggiorni di vacanza.

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Che cosa ci dicono questi dati? A mio avviso un primo punto è che l’abitudine degli italiani a usare più canali per i loro acquisti avanza, magari senza un certo clamore tipico di certi hype mediatici ma proprio per questo secondo me in modo più persistente. Si pensi poi ai dati sull’e-commerce da mobile, che confermano una “dieta digitale” molto più evoluta di quanto talvolta pensiamo.

Il fatto che poi l’e-commerce sia una fonte di acquisti che si abbina ad altri canali dovrebbe suonare come un forte promemoria a quei player che possono agire sul terreno dell’omnicanalità, che sempre più dovranno saper sfruttare tutte le occasioni di contatto e incanalare percorsi complessi di customer journey.

Anche nel recentissimo Osservatorio sull’Innovazione Digitale nel Retail si è dimostrato un grande interesse per l’apporto delle nuove tecnologie unito a molta prudenza, il punto è farsi trovare preparati, perché il consumatore forse va più veloce di quanto non ci immaginiamo.

Chi ha paura del data driven marketing?

Oggi vi segnalo questa infografica tratta dallo studio globale che GlobalDMA in partnership con Winterberry Group ha realizzato sul data-driven marketing mettendo insieme le risposte di oltre 3.000 partecipanti provenienti da 17 mercati globali.

The Global Review of Data-Driven Marketing and Advertising 6 Global data and customer insights

The Global Review of Data-Driven Marketing and Advertising 6 Global data and customer insights

Ringrazio Kawakumi per la segnalazione e vi rimando al suo articolo per un’ottima sintesi dei principali finding dell’executive summary della ricerca.
Da parte mia mi piace tornare ad evidenziare come creatività e dati si stiano sempre più avvicinando in un approccio multidisciplinare che richiede una doppia anima ai marketing manager.

Noi italiani come siamo messi rispetto a questo tema? A leggere le statistiche presenti nella ricerca di Global DMA non sembriamo tra i più fiduciosi nella possibilità di fare crescita attraverso questo tipo di approccio, il che contrasta con un certo ottimismo su temi affini, come i big data, che emerge da altre ricerche.

una chart della ricerca DDMA

una chart della ricerca DDMA

A mio avviso ciò si spiega con una certa ritrosia di molti marketer rispetto alla tecnologia, che inoltre è ancora spesso limitata dalla presenza di silos chiusi di dati e da una governance carente.

La mancanza di competenza in effetti è ancora una delle principali preoccupazioni, e non solo nel nostro paese, quando si parla di maneggiare grandi fonti di dati.

Fonte: Accenture

Ragionare però in un’ottica dove i dati sono una guida e un supporto al processo decisionale non è più qualcosa di evitabile. Si tratta di un cambiamento culturale importante, che non può che migliorare le professionalità delle persone che fanno marketing. Last but not least, bisogna capire quali di tutti questi dati sono davvero importanti e bisogna dotarsi di sistemi efficaci di data visualization e di sintesi che possano dare degli strumenti per decidere. Ma su questo magari ci sarà spazio per un altro post…