E se dall’economia dell’attenzione ci stessimo spostando verso l’economia dei dati?

Uno dei grandi problemi che i brand e gli individui hanno oggi è quello di poter emergere dal rumore e dall’overload di informazioni per poter essere rilevanti verso un certo pubblico, nicchia o un mercato di massa che sia.
È un tema forte dell’economia dell’attenzione in cui ci troviamo: gli strumenti per comunicare ormai sono alla portata di tutti, moltissimi li usano (bene o male, ma non è questo il punto), pochi invece ascoltano e ne scaturisce un gran rumore, in cui è difficile cogliere cosa ci interessa.

Per ovviare a questo ci si attrezza, in vario modo: la content curation è un tema forte del momento, si continua a parlare di web semantico e di nuovi strumenti di ricerca (un’altra volta vorrei discutere di Volunia) e, in genere, si fruisce dei nuovi media attraverso singole applicazioni che consentono di fare agilmente poche cose alla volta.

Chi vuole dunque fare marketing e strategia all’interno di questo contesto sempre più affollato oggi si concentra molto sul riuscire a farsi sentire. E molto poco sull’ascolto.
Ma io intravedo dietro a questa bagarre un’opportunità straordinaria, e difficile da sfruttare senza cognizione di causa, che è quella dei dati.


Pensiamoci un attimo: se vediamo l’ecosistema digitale odierno (ribadisco: ecosistema) e quello di business più in generale probabilmente non ci sono mai state tante possibilità di raccogliere, analizzare, correlare informazioni che vengono dalle fonti più disparate, online e offline, via computer o via altri device (primi fra tutti i cellulari).

É il tema di the big data di cui ho parlato altre volte recentemente e su cui stanno costruendo la loro fortuna alcuni dei big della nuova economia: Facebook e Google ad esempio fondano la loro redditività sulla vendita di spazi pubblicitari che si basano sulle informazioni e sui comportamenti dei propri utenti, con una precisazione e misurabilità sconosciuta ai vecchi media.

Mark Zuckenberg mentre illustra Open Graph - fonte: searchenginejournal.com

Sulla loro scorta, anche alcune grandi company private stanno iniziando a correlare e integrare tutti i dati in loro possesso, e chi ne ha i mezzi, come Walmart, si sta spingendo oltre con dei laboratori dove si costruiscono nuovi modelli di business.

Se il trend restasse questo il livello della sfida si alzerebbe notevolmente, in quanto:

A) basare le proprie strategie sulla comprensione e l’ascolto è molto più difficile che comunicare verso segmenti che abbiamo bene in mente ma che forse non esistono nella realtà. E non è poi un tema del tutto nuovo o solo legato ai media digitali.

B) raccogliere e strutturare i dati necessari a sviluppare il punto precedente è molto più complesso e oneroso che mettere una persona (magari in stage) a postare qualcosa su Facebook secondo l’ispirazione del momento

C) i dati vanno raccolti in una molteplicità di modi ma con una regia coerente alle spalle: ecco che tutti gli strumenti devono essere visti come un ecosistema che non può essere fatto di camere stagne e senza collegamento

D) qualcuno deve essere in grado di interpretare in una visione più ampia queste opportunità, leggendo in modo corretto le informazioni e trovando nuovi modi di costruire opportunità.

Guardando il tutto da un punto di vista economico la scelta sembra logica: si passa dal competere per una risorsa scarsa (l’attenzione) allo sfruttare una abbondante (il dato/informazione). Allo stesso tempo però non è molto interessante stare seduti su di un lago di petrolio se non lo si sa estrarre, raffinare e utilizzare (e/o anche vendere). E qui tornano in campo le persone e le nuove professionalità.

A mio avviso infatti una separazione netta fra “tecnologia” e “funzioni di business” perde di senso ma nelle nostre aziende questa evidenza ancora oggi fatica ad affermarsi.

Voi che cosa ne pensate? É troppo presto? É un trend momentaneo (io non credo)?

La tecnologia può migliorare la vostra organizzazione? Sì, se l’organizzazione lo permette!

Il rischio per chi si occupi di strategia digitale e, in generale, di nuove tecnologie per il business è quello di essere percepito come un tecnico.
La cosa è di certo piuttosto vera per diverse professionalità importanti e molto specializzate legate al mondo del digital (Seo, Developer, Data analyst etc.) che possono oggi trovare posto nelle organizzazioni più grandi, ma non per quelle figure che devono sovrintendere all’ecosistema dal punto di vista strategico.

immagine tratta da http://www.collaborationideas.com

Ne ho già parlato altre volte: la strategia digitale è qualcosa che si interseca profondamente con tutti i rami e i settori di business dell’azienda e richiede delle persone dotate di un approccio manageriale, della capacità di dialogare e di capire gli obiettivi e, naturalmente, competenti rispetto alle soluzioni tecnologiche che però non devono implementare in prima persona sul piano informatico.

Questa premessa è importante, secondo me, per capire se e come la tecnologia può far evolvere le organizzazioni: non conosco infatti nessuno strumento in grado di modellarle senza intervento umano (e manageriale), ma questo alle volte non sembra essere così chiaro.

Prima di tutto ritengo dunque che l’approccio POST che si applica ai consumatori si possa utilizzare anche per il cliente interno all’organizzazione: partire dalla tecnologia e non dalle persone cui è rivolta e dagli obiettivi che si vogliono raggiungere è una delle cause di insuccesso più frequenti.

Inoltre la capacità di avere una visione di insieme permette di collegare tante piccole e grandi richieste delle varie aree aziendali in un unico disegno, che permetta una reale evoluzione e non solo il tamponamento dei singoli problemi.

Ancora, la conoscenza della strategia di business unita a quella delle nuove opportunità offerte dalla tecnologia consente di immaginare nuovi scenari che non sono solo relativi alle richieste esplicite e consapevoli dell’organizzazione ma che guardano a ciò che portare davvero vantaggio competitivo per il futuro.

Infine, un ruolo di digital strategist con competenze managerialideve prevedere una certa capacità di evangelizzazione all’interno dell’organizzazione, in quanto la mentalità delle persone è il vero elemento chiave del mutamento, mentre la tecnologia è solo un supporto e uno strumento.

Mi sento dunque di rispondere alla domanda iniziale dicendo che la tecnologia può far evolvere profondamente le organizzazioni, e già oggi sta creando nuovi paradigmi, ma che questo processo deve essere guidato con il giusto audit interno, con lo stimolo della mentalità corretta e con un approccio strategico consapevole.

La mia personale esperienza lavorativa mi dice che tutto questo è possibile ma che questo tipo di ruolo è ancora implicito nelle organizzazioni, anche se sta diventando cruciale perché l’ecosistema digitale è sempre più complesso e pervasivo.
Voi cosa ne pensate?

Twitter, Summify e la content curation (con un pizzico di coda lunga)

La settimana scorsa Twitter ha acquisito Summifiy, una startup con base in Canada che offre un servizio che si sta rivelando sempre più apprezzato: la selezione dei contenuti più interessanti che vengono dai nostri vari social, con l’eliminazione del rumore di fondo che a volte ci impedisce di vedere gli elementi rilevanti.

Content Curation

Alla base c’è un fenomeno interessante, che passa sotto il grande cappello della content curation e che sta vedendo l’ ascesa anche di altri servizi, il più cool dei quali è Pinterest e il più premiato, nella sua tipologia, è Flipboard.

Il tema essenzialmente è quello di fruire del meglio delle news e degli stimoli che ci arrivano dai nostri contatti attraverso una selezione basata sulla popolarità di un tweet/post, sugli argomenti o su quanti altri filtri ci possono interessare.
La selezione può essere automatica oppure può avvenire ad opera delle persone stesse, che offrono anche ai loro contatti l’opportunità di consultare quello che si ritiene più interessante (come per Scoop.it, Pinterest, in fondo anche per il vecchio Delicious con gli stack).

Tutto questo ci permette alcune considerazioni: la prima è che anche in questo caso ci torna valida la teoria della coda lunga: per ogni nicchia più o meno grande sulla rete c’è un pubblico e per raggiungerlo è fondamentale la disponibilità di filtri che raffinino sempre più l’enorme offerta esistente fino a giungere a ciò che interessa davvero.

La seconda nota poi è che questo trend ci conferma che i social sono, per la maggior parte delle persone, un grande bacino d’ascolto dove per un utente che crea ci sono nove commentatori e novanta fruitori essenzialmente passivi.
Tale proporzione 1-9-90, anche se non nuova, deve far riflettere le aziende che comunicano sulla rete, per comprendere correttamente qual è il reale bacino di audience di cui dispongono, anche quando all’apparenza sono pochi coloro che interagiscono direttamente.

Ancora, la content curation dimostra che il giudizio e i criteri di selezione delle persone cui diamo credito è un fattore importante per i lettori, le aziende dunque dovrebbero essere in grado di porsi come “editori” credibili di elementi interessanti e non solo autoreferenziali, proponendo stili di vita, competenza negli argomenti del proprio territorio semantico e, soprattutto, capacità di individuazione e di ascolto dei propri target.

Infine è sempre più importante la capacità delle aziende di rendere liquidi e facilmente distribuibili i proprio contenuti, le immagini, i testi e quanto rientra nel mare degli asset digitali, per far sì che le persone li possano far entrare nei propri circuiti di lettura e condivisione, amplificandone clamorosamente la portata. Un’operazione tecnicamente non impossibile ma in assoluto poco nota alle aziende, anche nelle versioni più semplici e di lunga esistenza come i feed rss (che possono essere molto parcellizzati per argomento).

Il fenomeno della content curation ci dimostra dunque in conclusione che c’è voglia di contenuti validi e molto segmentati e che l’ostacolo casomai è l’enorme rumore di fondo che c’è online.
Come scrissi tempo addietro parlando del defunto Google Wave, una delle sfide del futuro nell’economia dell’attenzione è la capacità di offrire criteri rilevanti e anche semantici di selezione.
Mi sembra un trend attuale e su credo che siamo che si sia oggi solo all’inizio…

Buone Feste e…buon ascolto!

Siamo alla fine di un anno intenso per tanti motivi, in cui più che mai ho maturato la consapevolezza che gli strumenti digitali stanno assumendo una forza e un’importanza impressionante, e in modo altrettanto chiaro che manca in modo diffuso la professionalità necessaria per capire e governare un ecosistema così complesso.

immagine tratta da http://www.d4bmarketing.it/

Non ho voglia però di fare bilanci o previsioni e piuttosto auguro a me stesso e a tutti voi un po’ di pausa e di stacco, che ci introducano nel nuovo anno con una dote in più: quella di ascoltare.

I nuovi strumenti, grazie anche alla loro facilità d’uso, inducono aziende e privati a comunicare tanto e, spesso, anche a sproposito.
Eppure c’è un’opportunità eccezionale di ascolto che in molti stanno perdendo, per cui permettemi alcuni consigli:

  1. ascoltate i vostri clienti e quelli che potrebbero diventarlo, senza bearvi solo di quello che voi scrivete e postate;
  2. ascoltate i vostri dipendenti, che possono far crescere l’organizzazione grazie a sistemi collaborativi e diventare i vostri migliori ambasciatori;
  3. ascoltate gli esperti, quelli veri, e non pensate di poter sapere tutto perché usate Facebook alla sera;
  4. ascoltate (se siete consulenti o agenzie) le persone che stanno all’interno delle aziende e provate a capire anche il loro punto di vista, per aiutarli a cambiare senza farvi percepire come venditori di fumo;
  5. ascoltate…i vostri dati e fatene un uso intelligente;
  6. ascoltate infine anche le persone che vi stanno intorno fuori dal lavoro, e non vi fate risucchiare dalla comunicazione tramite le nuove tecnologie.

Il rumore ormai anche sul digitale è assordante, il mio augurio è di riuscire a discriminare quello che è importante e di non contribuire invece al baccano fine a se stesso.

Tanti auguri di buone Feste!

Costruireste una casa senza fondamenta? E allora, perché sul digitale sì?

I numeri dei social media sono sempre impressionanti, ogni volta che li si legge oppure li si vede in un video, come quello qui sotto.

È naturale e corretto dunque che le aziende che vogliono fare marketing digitale guardino con grande attenzione a questi fenomeni, anche se spesso lo fanno senza quella prospettiva strategica di cui tante volte ho parlato.

Tuttavia questo intesse si scontra con un problema di fondo di cui pochi si rendono conto, ossia la scarsa preparazione delle imprese, almeno per quanto riguarda l’Italia, sul web e i nuovi media in genere.

Per il mio ruolo professionale infatti mi confronto ogni giorno con i marketing di grandi e piccole aziende per attività di comunicazione digitale e mi rendo conto che spesso mancano le più elementari nozioni circa i concetti di link, domini internet, newsletter, formati dei file e chi più ne ha più ne metta.
Quasi tutti però sono pronti a fare qualcosa assieme sulle rispettive pagine di Facebook.

digital marketing

il digital marketing - immagine tratta www.boldendeavours.com

Allargando ancora lo sguardo e navigando su moltissimi siti aziendali emergono altri aspetti rilevanti, dalla totale assenza delle più elementari componenti SEO/SEM (e qui la colpa è anche di chi fa i siti) fino alla sezioni news aggiornate a 2 anni prima e passando per usi smodati del flash o di altre tecnologie che ogni iniziano a creare problemi con i dispositivi mobile.

Questi problemi naturalmente si applicano a chi abbia un sito proprio, perché molte sono le imprese che stanno trasformando la loro presenza sul web in una pagina Facebook, che è l’esempio aziendale della democratizzazione degli strumenti digitali: facile da gestire (finché non bisogna rispondere ai fan), gratuita, simile al proprio profilo personale.

Tuttavia se il digitale ormai è un ecosistema questo quadro descritto sopra risulta davvero devastante.

Il primo problema è che senza le fondamenta non si può costruire una casa, e in questo caso le basi sono un sito strutturato in modo corretto, con tutti i suoi elementi di base e una regolare politica di marketing che vada dalle newsletter all’advertising passando per i motori di ricerca.
Se poi non ci limitiamo solo al web ci sarebbe da discutere di digital asset management, di gestione delle informazionimulticanalità, clima organizzativo e di molto altro.

Il secondo tema è relativo al dilemma dei social media e al corretto rapporto fra  earned media e owned media: spostare tutta la propria presenza web sui social vuol dire esporsi al rischio di perdere i propri clienti in qualsiasi momento, di essere dipendenti da terzi su cui non abbiamo il controllo (se Facebook domani chiudesse la vostra fan page? Lo può fare) e di non avere nessun dato analitico sofisticato da poter leggere.

L’ultimo elemento mi porta poi nel terzo tema, gli analytics: il web e i nuovi media in genere sono quanto di più misurabile ci possa essere, ma pochi sfruttano questa opportunità, per ignoranza e per analogia con altri media in cui la scarsa misurabilità è rassicurante perché mimetizza meglio i risultati decrescenti che essi portano in termini di ROI.
Il mondo però va avanti, e i paesi più evoluti hanno già superato l’e-commerce a favore delle vendite multicanale e le semplici statistiche a favore del big data: è la logica dell’ecosistema dove tutto concorre ad un’unica strategia.

Digital Marketing

immagine tratta da http://www.tech2date.com

Un ultimo flash infine sulle competenze delle persone: è vero che in altri paesi chi si occupa di digitale è pagato molto meglio e gode di grande status aziendale ma c’è da dire che la maggior parte di coloro che da noi fanno questo tipo di mestiere in quei contesti forse potrebbero essere presi come stagisti.
Non si legga quest’ultima frase come arroganza e mancanza di rispetto: semplicemente lo standard interno alle aziende è davvero basso e dunque la crescita delle persone non è facile, e questo incide anche sullo status professionale di tutto il settore.

Tutto male dunque? Assolutamente no, le cose si stanno evolvendo anche da noi e molti giovani capaci iniziano ad apparire sul mercato del digitale, che a sua volta è in crescita per via della crisi visti i costi minori rispetto ad una parte del marketing più tradizionale.
Quello che ancora scarseggia è la visione di insieme e, forse, un po’ di ricambio generazionale e organizzativo se i marketer di maggiore esperienza non sapranno aprirsi ai nuovi mezzi per paura di perdere la loro posizione.
E voi che ne dite?

Aziende, e se le vostre persone vi aiutassero a comunicare sui social media (e non solo)?

Lo diceva già la tesi numero 86 del Cluetrain Manifesto più di 12 anni fa: “Quando non siamo occupati a fare il vostro “mercato target”, molti di noi sono le vostre persone. Preferiamo chiacchierare online con gli amici che guardare l’orologio. Questo farebbe conoscere il vostro nome molto di più del vostro sito internet da un milione di dollari. Ma siete voi a dirci che è la Divisione Marketing che deve parlare al mercato”. Vi faccio notare che ciò è stato scritto ben prima della comparsa di Facebook e del social web.

immagine tratta da http://employerbranding.blogspot.com

I nuovi mezzi di comunicazione sono fatti di  persone. Anche le aziende sono fatte di persone. Eppure questa sorprendente somiglianza sfugge spesso all’occhio attento delle organizzazioni, che non riescono a immaginare i propri dipendenti come ambasciatori.

Certo, gli ostacoli culturali e pratici al coinvolgimento delle persone che lavorano per l’azienda non sono pochi:

1) culturali, i più ovvi, dettati dalla paura che informazioni riservate trapelino o che, più banalmente, le persone siano distratte dalle loro mansioni

2) di comunicazione interna, nelle grandi organizzazioni spesso le funzioni non deputate al marketing e alla comunicazione ignorano le attività rivolte al cliente finale

3) collegato al precedente, poche grandi aziende italiane hanno spazi di condivisione interdivisionale/interfunzionale, dove ci possa essere un confronto interno su iniziative e strategie di base.

É comprensibile dunque la prudenza e la diffidenza da parte dei vertici aziendali. Il punto però è che questa cautela di sicuro non impedisce alle nostre persone di interagire in privato con altri individui sui temi che riguardano l’organizzazione.
Proprio come l’assenza dai social di un’azienda non impedisce certo ai navigatori di  parlarne, bene o male che sia.
Il fatto che questo dialogo avvenga senza idee chiare, con un visione limitata o addirittura con nozioni sbagliate non è un certo un tema di poco conto.Inoltre la scarsa confidenza ed educazione ai social fa sì che spesso le nostre persone stesse siano critiche con il marchio su spazi come le pagine Facebook ufficiali, non comprendendo che stanno operando in un contesto pubblico, in modo controproducente per loro e per l’azienda.Posto che dunque tutte le preoccupazioni lecite dell’HR si possono realizzare ugualmente, è forse più utile affrontare la questione, creando:

A) meccanismi di informazione puntale e coinvolgente ai dipendenti, rendendoli partecipi di tutte quelle attività che saranno comunque rese pubbliche (nei limiti della sicurezza), con tutti i dettagli corretti

B) spazi interni di partecipazione, scambio di informazioni e coinvolgimento fra le diverse funzioni

C) un clima favorevole allo scambio di informazioni, per far sì che le persone non le custodiscano come fonte di potere personale perché condividendole ne traggono più vantaggio.

Infine la tematica del tempo perso, se ben governata, non dovrebbe essere così focale, tanto più che gli smartphone di fatto aggirano in qualsiasi momento i blocchi delle reti aziendali, ma una persona ingaggiata potrà condividere anche da casa le attività interessanti della propria impresa se proverà soddisfazione nel farne parte.

Di certo la proattività sarà raggiungibile su pochi soggetti, ma questo non implica che grazie alla loro azione e alla vostra non vi siano effetti positivi su tutti gli altri, come in ogni ambito social.

E non sareste soddisfatti ugualmente se le vostre persone all’occasione rispondessero, in modo corretto, a domande di altri individui nei propri ambiti social di riferimento dove vostro occhio non può arrivare?
Sembra una banalità ma su simili livelli di ingaggio aziende importanti hanno costruito, con i clienti, dei modelli di successo che potrebbero ora essere replicati con le proprie persone.

E’ vero che gli strumenti del marketing sono diventati più democratici, però…

Uno degli aspetti più significativi dell’evoluzione tecnologica degli ultimi anni è stata senza dubbio la democratizzazione dei mezzi di produzione, iniziata ormai diversi anni orsono con le stampanti domestiche e i word processor e proseguita con tutta una serie di software e hardware che permettono oggi la produzione e distribuzione di contenuti e prodotti digitali anche da parte dei privati.

I social media poi hanno reso ancora più clamorosa questa situazione, in quanto si tratta di mezzi che nascono dagli utenti per gli utenti, con le aziende costrette ad interagire in una posizione quasi di svantaggio. Questa comunicazione veloce si alimenta soprattutto dall’interazione fra gli utenti, che fa crescere anche dei contenuti in partenza modesti.

immagine tratta da http://meritmotionpictures.com

In molti casi dunque, come già discusso in altri post, dei giovani utilizzatori si trovano ad essere più pratici di social media marketing dei manager delle aziende, che stanno faticando ad entrare nel nuovo paradigma, per ragioni essenzialmente culturali.

Leggendo però tanti commenti (anche sensati) sull’iniziativa #nofreejobs in questi giorni sento il bisogno di ribadire che l’essere pratici (se notate non ho detto “esperti”) non è un viatico automatico per essere dei professionisti pronti a gestire la strategia digitale delle imprese, in quanto:

a) bisogna parlare la lingua dell’azienda e capirne i mercati, il target, gli obiettivi

b) non è solo un fatto di creatività, perché bisogna capire anche l’ecosistema digitale nel complesso, che non è fatto solo di social media

c) i mezzi sono una parte del film, poi ci vanno i contenuti

d) bisogna essere in grado di aiutare il cambiamento culturale verso i nuovi paradigmi, che impattano anche sull’organizzazione.

Dunque le persone che oggi vogliono lavorare nelle aziende per sviluppare la strategia digitale non possono pensare di essere già pronte per aver fatto qualche tweet o una pagina Facebook, ma devono avere l’umiltà di passare per dei momenti di formazione, anche se retribuiti e correttamente impostati con una durata temporale finita.

Il problema casomai è che oggi nelle nostre imprese ci sono ancora pochi reali professionisti che possano favorire questo percorso di formazione, infati il digitale è affrontato senza strategia mentre gli eventi di settore vedono solo la partecipazione degli addetti ai lavori.

Se ci aggiungiamo un mercato del lavoro rigido e l’utilizzo frequente di stage e tirocini come modalità di lavoro non retribuito credo proprio che per crescere ci sia ancora del lavoro da fare, a livello di cultura, di riconoscimento della professionalità e di normative…oltre che di agenda digitale.

Che ne pensate?

Il mobile cresce ma allora, perché le aziende italiane stentano a utilizzarlo?

Il nostro Paese da sempre abbonda in termini di stranezze e una di queste è relativa al mondo del mobile, rispetto al quale siamo una delle nazioni più avanzate al mondo in termini di penetrazione dei device: perché dunque le nostre imprese faticano così tanto ad usarli per il business?

Sono stato infatti pochi giorni fa ad un interessante workshop dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service del Politecnico di Milano, dove erano presenti colleghi di almeno 35-40 aziende diverse, e per quasi tutti questo era un terreno interessante ma ancora assolutamente sperimentale.

Se si dovessero guardare i numeri questa prudenza sembrerebbe una follia pura e semplice, eppure io credo che invece ci siano diversi fattori che vanno considerati prendendo il discorso più da lontano.

Il primo è un tema di scarsa preparazione sui nuovi media: al di là della facciata pochissime aziende hanno competenze interne anche solo di gestione di progetti più rodati, come il web e il digital signage, e questo rende difficile approcciare un utilizzo evoluto di un media ancora più complesso come il mobile.

Inoltre ben pochi oggi hanno strutturato i loro contenuti e le informazioni aziendali in modo tale che siano liquidi e facilmente recuperabili dai sistemi centralizzati per poi poter essere portati su di una molteplicità di device diversi, e anche questo si ricollega al punto precedente, in quanto manca ancora una forte mentalità e competenza multicanale.

Infine non sarebbe sbagliato porsi dei quesiti sull’adozione di determinati strumenti da parte del target: il qr code è ancora una cosa da esperti, molta parte della popolazione non naviga regolarmente via mobile e gli stessi smartphone di alto livello (che sono pur sempre una nicchia) vengono adoperati spesso in modo rudimentale e poco consapevole dagli utenti.

Insomma, in un immaginario scenario strategico dettato dall’approccio POST la scelta della tecnologia rispetto al target non è immediata, mentre spesso si va frettolosamente sui device più noti (leggi iPhone) per un fatto di moda e perché si conoscono solo quelli. E poi si sa, “sono esperimenti”.

Dal mio punto di vista invece il mobile è un canale straordinariamente importante se inserito in una strategia più vasta e coordinata di mezzi, obiettivi e target di riferimento, per poterlo gestire in questa ottica però serve quella vista di insieme di cui ho parlato più volte.

L’appuntamento d’altra parte è sempre meno procrastinabile.

Per i nostri prossimi consumatori della generazione Y infatti il concetto della differenza tra virtuale e tangibile sarà poco comprensibile e le interfacce touch, che già oggi influenzano lo scenario cognitivo dei bambini, saranno un dato di fatto su degli strumenti di cui smartphone e tablet sono solo le prime avvisaglie.
L’evoluzione tecnologica potrebbe poi abbattere in tempi non lontani le barriere tra i diversi sistemi operativi che oggi costano soldi e fatica per il porting, creando un ambiente più condiviso e standardizzato, come può essere oggi il web.

Ancora una volta dunque gli obiettivi sono due, ossia da un lato la diffusione della conoscenza in azienda abbattendo le barriere fra gli esperti e i top manager (se sono persone diverse) e dall’altra lo sviluppo di una strategia e di un percorso di medio-lungo periodo in ottica multicanale.
Ma tutto parte dalla testa delle persone e la tecnologia è solo l’ultimo anello.

L’irresistibile concretezza (fisica) dei nuovi media “virtuali”

Una delle osservazioni più ricorrenti, e in fondo comprensibili, che si sentono dire a commento delle quotazioni miliardarie di Google, Facebook e di tutto il mondo dei social media e del web è che di fatto si parla di cose virtuali, ben diverse da quelle fisiche come i prodotti che hanno (anche) nella tangibilità il loro valore.

Il tema poi può essere esteso anche a tutti i nuovi media e ai loro contenuti liquidi e fruibili ovunque, che fanno pensare a realtà intangibili e per questo ben diverse dalla fisicità materiale.

Ebbene, la storia non è così semplice. Prendiamo ad esempio Google: fare ricerche online è talmente naturale per tutti noi che a nessuno viene in mente che dietro ci sono dei computer (ossia macchine, ferro) che macinano dati per risponderci in una frazione di secondo. Non si sa quanti siano ma le varie fonti parlano tutte di almeno 1 milione di server (!), che come potete immaginare non sono ospitati esattamente in uno scantinato e consumano una discreta quantità di energia elettrica.
Lo stesso vale per Faceboook (300.000 server) e per tanti altri, di cui trovate qualche dato (non recente) qui http://www.gizmodo.it/2010/04/15/avete-idea-di-quanti-server-abbia-google-no-guardate-questi-grafici.html

Non da meno sono i big dell’e-commerce, per i quali l’infrastruttura comprende anche magazzini, logistica distributiva, customer care e molto altro.
Potete vedere facilmente dei video esplicativi su YouTube, come ad esempio per questi  brevi spaccati del mondo delle operations di due importanti e-retailer quali Amazon e Vente Privee.
Ancora dunque qualcosa di molto fisico, anche se per noi consumatori finali ciò che si vede è sempre e solo un sito attraverso uno schermo.

Arriviamo infine all’ultimo esempio in ordine di tempo, iCloud di Apple, che offre 5 GB di storage gratuito sulla nuvola.
Il concetto in sé non è nuovo in quanto molti player fanno questo da tempo, grazie ad apposite applicazioni scaricabili anche da mobile, qui casomai la novità sta nel fatto che il servizio è già incorporato nel sistema operativo, rendendo tutto più automatico per l’utente meno esperto.
Al di là della impulso alla diffusione del cloud dato da questo strumento vi invito pero’ a fare un breve calcolo moltiplicando i 5 GB base per il numero di device Apple in grado di utilizzare IOS5: ne viene fuori una quantità di spazio digitale imponente, che di nuovo prevede macchine fisiche alle spalle dell’etereo concetto di nuvola.

Tutto questo viene ovviamente da lontano, grazie al costante abbattimento dei costi di banda e di storage che ho messo recentemente fra i fattori che hanno fatto nascere il social web.

Quante aziende pero’ nel progettare le loro idee sui nuovi media prendono realmente in considerazione le tematiche più hard di questi concept?
E quante hanno strutturato adeguatamente i loro dati per poterli fruire in modo liquido ed economicamente sostenibile attraverso tutti i nuovi media digitali?
E ancora, quanti player sono davvero strutturati tecnologicamente e organizzativamente per governare l’impegnativo tema di the big data di cui ho parlato pochi giorni fa?

Come vedete queste sfide hanno ancora parecchia concretezza alla spalle, ben al di là del fatto che “è tutto virtuale e quindi non costa nulla”.
E dunque non è solo questione di essere creativi….

The big data for the big picture

Come sapete sto spingendo sempre di più i miei ragionamenti verso la logica della gestione del digitale come ecosistema che deve relazionarsi e sposarsi con tutta l’organizzazione aziendale, anche modificandone gli assetti con una logica sempre più ispirata ai principi delle reti sociali.

A questo proposito allora mi torna decisamente utile ragionare su di un’interessante presentazione cui ho assistito qualche giorno fa al Forum Italiano Gartner Executive Partners di Napoli, tenuta dall’analista Steve Prentice sul tema di “The Big Data“.  Si tratta di un concetto che negli USA, ma anche nel mondo IT in genere, sta diventando popolare e studiato e che in buona sostanza ci porta a considerare le sfide poste dalla grande quantità di dati che oggi sono potenzialmente gestibili dalle aziende (e non solo).

La moltiplicazione dei punti di contatto con i clienti e tutti i possibili pubblici, l’interazione attraverso i social media, la reperibilità e storicizzabilità dei commenti che un tempo erano solo verbali si unisce dunque a tutti gli altri dati business per costruire nuove opportunità.  Senza contare poi il tema dell’interattività e dell’ipertestualità diffusa e di tutti i feedback che potrebbe fornire.

Tutto questo ovviamente mette le aziende davanti a grandi temi gestionali per la cattura e la gestione di questi dati, vista la mole, la complessità e la varietà.

Dal mio punto di vista però l’aspetto cruciale è che tutto ciò ci obbliga a riportare il digitale in una logica strategica, in cui questo ampio mondo è tutto interconnesso e contribuisce in modo chiave alla costruzione del business. In altri termini, l’intero ecosistema deve essere ripensato dal punto di vista della big picture, mentre oggi spesso le attività sui nuovi media sono tattiche, scollegate e senza strategia.

La paura delle funzioni tradizionali rispetto a questo mondo deve dunque essere superata e il lavoro culturale riguarda tutta l’organizzazione, che deve incentivare le singole aree a considerare le proprie informazioni un patrimonio comune e non un tesoro da custodire per avere un vantaggio.

Anche il mondo dei professionisti del digitale deve uscire dalla dimensione dei praticoni che non capiscono e non riescono a farsi capire dalle aziende, strutturandosi in ruoli riconosciuti e lavorando su dati, ROI e misurazione dei risultati in un’ottica più ampia.

Questi cambiamenti sono secondo me già in atto ma si scontrano ancora con grossi limiti culturali, voi che ne dite? Che esperienze avete in merito?